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Sgomberato con la forza campo a Patrasso

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Sgomberato con la forza il campo degli afgani a Patrasso. Erano arrivati in Europa alla ricerca della democrazia che nel loro Paese era arrivata con le bombe

I bulldozer dovrebbero diventare un simbolo. Non di laboriosità, ma della sconfitta dell’idea di democrazia in Occidente. E in Europa in particolare. La culla del diritto, la patria della democrazia, oggi sa rispondere alle emergenze della sua società solo a colpi di ruspa.

L’ultimo episodio, avvenuto ieri, è andato in scena a Patrasso, in Grecia. Il lungomare che dal centro cittadino conduce al porto, a un certo punto, era interrotto da un buco nero dello stato di diritto, non degno di un Paese civile e di un’Unione europea che non riesce proprio a essere nulla di più di un comitato d’affari. In un campo, stretto tra un quartierino residenziale e un grande palazzo in costruzione, c’erano migliaia di baracche, costruite con assi di legno e teli di plastica. Dentro il campo, dal 2002, vivevano non meno di 2mila afgani. Tutti giunti in Grecia dopo un viaggio simile per tutti: dall’Afghanistan hanno raggiunto l’Iran o il Pakistan.

Poi verso la Turchia e, quasi tutti da Smirne, arrivati in Grecia. Alcuni via mare, in qualche sperduta isoletta dell’arcipelago ellenico, altri direttamente a Patrasso su una nave, altri ancora via terra, magari nascosti in un camion. Sono quasi tutti di etnia hazara, riconoscibili dal taglio degli occhi, quasi a mandorla. Perseguitati, sempre. Prima dai talebani, in quanto in gran parte sciiti e quindi invisi ai fondamentalisti sunniti. Poi dalla guerra, dopo l’invasione della coalizione internazionale nel 2001 e infine invisi al governo di Hamid Karzai, amico degli Usa e dell’Ue, ma non amico degli hazara, sciiti come gli iraniani.

Ieri si è conclusa questa triste storia. Con l’invio, all’alba, di cento poliziotti in assetto anti sommossa come scorta a decine di bulldozer che hanno raso al suolo il campo che esisteva da almeno tredici anni, anche se dal 2002 si era caratterizzato come rifugio di afgani. Hanno risparmiato solo la piccola moschea, una baracca come le altre, e la tenda di Medici senza Frontiere, dove un medico e un infermiere volontario prestavano un minimo di assistenza sanitaria alla gente del campo. Si chiude così un contenzioso lungo, che vedeva l’Italia in prima fila nel chiedere il pugno di ferro al governo greco. Quasi tutti gli afgani, infatti, passavano la loro giornata nel tentativo di saltare a bordo di uno dei mille camion che ogni giorno s’imbarcano nel porto della cittadina greca diretti verso l’Italia. Tanti, troppi tra loro sono morti, magari soffocati nei rimorchi o schiacciati dalle ruote degli autotreni dove si nascondevano in attesa di giungere in Italia. Il problema, però, con gli afgani non è solo della Grecia, ma di tutta l’Europa, compresa l’Italia, come detto. Come non si può riconoscere a queste persone in fuga il diritto alla protezione?

”Quando sono arrivati i primi bombardieri, credetemi, ero felice. Pensavo che, dopo tanto tempo e tanto dolore, stesse cominciando una nuova era. Mi sbagliavo, cominciava solo l’ennesima tragedia”, raccontava Haji, il leader carismatico del campo di Patrasso, durante l’ultimo reportage di PeaceReporter a marzo scorso. ”Mi creda, di giornalisti e fotografi non sappiamo più che farne. Ci cacceranno, alla fine lo faranno. E’ già scritto. La domanda non è se, ma quando”.

Aveva ragione Haji. Mentre rispondeva alle domande, in una baracca del campo adibita a sala pubblica, guardava oltre il telo di plastica con i suoi occhi orientali, perso in una malinconia disillusa. ”Nessuna delle persone che vede qui vorrebbe stare qui, tutti puntano a raggiungere l’Italia per proseguire il viaggio verso l’Europa del Nord. Da voi, come in Grecia, il diritto di asilo è una chimera. Io credo che ci sia un problema di razzismo in generale, in tutta l’Ue, che vede nei migranti il capro espiatorio ideale delle contraddizioni economiche delle vostre società. Noi afgani, poi, viviamo una condizione anche peggiore – racconta Haji, rigirando il suo anello – perché siamo un problema politico.

Nel 2001 i governi degli Usa e dell’Europa si sono impegnati a convincere le opinioni pubbliche dei vostri paesi che l’invasione dell’Afghanistan era giusta, perché consentiva la liberazione di un popolo. Solo che quella liberazione avviene a un costo elevatissimo, fatto di migliaia di vittime civili. Tanti di noi scappano dalle bombe della Coalizione e dagli attacchi dei talebani. Ma mi creda, per noi hazara è anche peggio, perché dobbiamo temere anche il nuovo governo di Kabul, che non ci ama in quanto sciiti e ritenuti troppo legati all’Iran. Il problema, però, e che dare a noi lo status di rifugiati politici comporterebbe l’ammissione che la democrazia in Afghanistan non è ancora arrivata”.

Haji sembra più un’analista politico che un profugo. ”In Afghanistan insegnavo, ma ora come ora non saprei che fare: le scuole sono distrutte dai talebani o dai bombardamenti della Coalizione e i ragazzi hanno paura a venire a scuola”, raccontava mentre guidava un giro del campo. La situazione era disumana. Migliaia di persone stipate in baracche minuscole, esposte a tutte le intemperie. Tentativi di costruire delle latrine si erano, alla fine, scontrati con il numero immenso di utenti e l’odore in giro rendeva l’idea di dove gli afgani fossero costretti a fare i propri bisogni. Un fango melmoso scorreva maleodorante tra le baracche, dove gruppi di afgani cucinavano un pasto misero.

”Qui tentiamo tutti di scappare, ogni giorno. La maggior parte dei ragazzi tenta ogni mattina, dirigendosi al porto, di saltare su un tir in partenza. Molti non hanno fatto ritorno. Gli altri si danno da fare per trovare un lavoretto a giornata, ma senza documenti nessuno ti dà un lavoro”, racconta Haji. Al centro del campo, semi nascosta dalle baracche, c’è una tenda da campo di Medici senza Frontiere. L’organizzazione non governativa sanitaria tenta di assicurare un’assistenza gratuita di base a tutti, ma il lavoro è improbo. ”Mi chiede quali sono i problemi principali di questo campo? Tutti quelli che riesce a immaginare”, rispondeva Gyorghios, un giovane medico.

”Dalle patologie respiratorie a quelle alimentari, per non parlare delle malattie e delle infezioni che, in un contesto del genere si diffondono in un baleno – raccontava il volontario – Facciamo tutto quello che possiamo, ma è come lottare contro i mulini a vento. Queste persone avrebbero bisogno di conoscere il loro futuro, di capire cosa sarà di loro e di essere portati in un contesto sano, pulito. Io curo le ferite che vedo, ma le assicuro che a livello psicologico assisto impotente ogni giorno a un dramma”.

La casa fantasma. Mentre il medico parlava, tutto attorno, c’erano centinaia di profughi in attesa della visita medica. Il taccuino e la macchina fotografica, anche se con estrema gentilezza, venivano evitati con un certo fastidio. Tante, troppo visite a vuoto. Alì è uno di loro. Avrà avuto al massimo 18 anni, anche se finge di averne un po’ di più. A lui piace parlare e si offre come guida prima nel palazzo in costruzione accanto al campo, poi verso il porto. Nell’edificio c’è un clima surreale.

Tutto è un cantiere, nudo. Solo che dentro i futuri appartamenti, vista mare, c’è un mondo intero, che simula una vita normale. Immaginate tutto quello che potete collegare a un modello abitativo occidentale e svuotatelo di ogni interno. Resta una scatola vuota, uno scheletro. Che alcuni afgani hanno preferito al campo sottostante, riempiendo ogni angolo di un’imitazione di vita. Sembra un letto, ma è un piano di assi di legno con delle pezze buttate alla rinfusa. Sembra una cucina, ma è una pentola messa su un piccolo fornelletto da campo. Sembra un tavolo, ma è una cassa di legno rovesciata.
Una simulazione di quel way of life promesso e mostrato sui canali satellitari, promesso a tutti, ma concesso solo a pochi.

Alì si avviava verso
il porto, solo con i vestiti che aveva addosso. ”Vi accompagno e ci provo anche oggi”, diceva sorridendo. Ma come? E la tua roba? ”Solo quello che ho addosso mi appartiene, non ho altro”, risponde timido, evitando come avrebbe potuto di sottolineare che è proprio vero come a essere stupide non siano mai le risposte.

Il lungomare corre dritto come un fuso fino a una piccola esse che i camion sono costretti a fare per entrare nell’area del porto. Quello è uno dei punti dove gli afgani tentavano di saltar dentro, perché gli autotreni rallentano. Stavano disposti su due file, senza nascondersi ma appartati. Alcuni vicini a piccole piante sulla destra, altri tra le barche tirate in secco sulla sinistra. La scena si ripeteva come un film surreale che, se non ci fosse la tragedia di queste persone, sembrerebbe una sorta di farsa.

Appena l’autotreno rallenta, frotte di disperati saltano fuori e cominciano a corrergli dietro. I più veloci si attaccano alle maniglie del rimorchio, tentando disperatamente di aprirle, per saltarci dentro. Qualcuno ci riesce e, se può, tira su quelli che sono più vicini a lui. La maggior parte di loro verranno individuati durante le operazioni di controllo della polizia greca prima dell’imbarco. Altri passano, ma magari finiscono soffocati nel rimorchio o schiacciati dalle ruote. Pochissimi riescono ad arrivare in Italia e continuare il viaggio.

Alì non ci è riuscito neanche quel giorno. Si avvia verso il campo, con la faccia neanche torva, ma rassegnata. Incolonnato con altre decine di persone, come gli operai sfiancati che lasciano la fabbrica alla fine del turno. ”Domani provo ancora”, aveva detto, salutando. Da ieri non c’è neanche più un campo al quale tornare.

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