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Honduras/ Venti giorni. Un’eternità

di Stella Spinelli
da www.peacereporter.net

“Alle 17.15 di lunedì hanno indetto un coprifuoco con orario di inizio alle 18:30 per finire alle cinque di mattina. Lo hanno fatto per obbligare tutti i manifestanti a ritirarsi. Il coprifuoco durerà per 3 giorni. Inoltre sembra che da Canal 8 abbiano passato un comunicato della polizia in cui invitano gli stranieri, come gli honduregni, a non partecipare alle manifestazioni”. Poche parole, inviate via chat, al volo, da parte di una cooperante italiana da tempo in Honduras, fanno capire come si vive in Honduras, ora, a venti giorni dal golpe militare, venti giorni di manifestazioni senza sosta, di proteste internazionali senza successo, di teatrini diplomatici senza senso. Poche parole per far capire che in quel paese ancora si resiste, si scende in piazza, si grida slogan per la libertà. E che in quel paese si reprime: corpifuoco, censura, persecuzioni, omicidi, sequestri, minacce, paura.

Venti giorni, un’eternità per un governo golpista, illegittimo, che ha costretto all’esilio il presidente scelto dal popolo. Eppure, sembrano così pochi per il lento e macchinoso ingranaggio diplomatico. Ma più il tempo passa, più l’attenzione mediatica scema e più incombe il pericolo che tutto in Honduras pian piano appaia sempre meno grave, sempre meno illegale, fino alla normalità. Una normalità imposta e auspicata, forse da molti. Pericolo imminente, precedente tragico, specialmente per un continente, quale quello latinoamericano, tartassato da dittature e burattini pseudo democratici. Ma il paese non ci sta e nemmeno il suo presidente, unico, Manuel Zelaya.

“Non mi arrendo e non mi arrenderò. Tornerò nel mio paese il prima possibile. Non voglio svelare l’ora né il giorno, per non mettere in allerta le forze che si oppongono al mio rientro, che sappiamo bene essere criminali. Torneremo nel paese. Stiamo pianificando il nostro ritorno”. Queste le parole pronunciate da ‘Mel’ martedì 14, in visita in Guatemala, dove è stato ricevuto con tutti gli onori di un capo di Stato. Quindi ha invitato il popolo a non abbandonare le strade, perché “è l’unico spazio che non ci hanno tolto. Gli scioperi, le manifestazioni, le occupazioni, la disobbedienza civile sono un processo necessario quando si violenta l’ordine democratico in un paese. Non bisogna abbandonare la lotta, ma continuarla finché il regime dei golpisti non verrà sconfitto”. Un invito all’insurrezione popolare, dunque, perché “un popolo non può essere d’accordo con qualcosa di imposto e illegale”.

Toni alti, decisi, che prendono forza e danno forza a quel popolo honduregno deciso a non mollare e che cozzano con i toni mesti e cauti di chi auspica un accordo a tavolino. Il primo è il premio Nobel per la pace Oscar Arias, presidente del americanissimo Costa Rica, e sostenuto proprio da Washington in questa sterile tavola della pace. Da lui un nuovo invito alla delegazione di Zelaya e a quella del presidente golpista Micheletti, per sabato 18 luglio, a sedersi l’una di fronte all’altra per sciogliere il bandolo della matassa. Ma basta il fatto che i due personaggi chiave non vogliano nemmeno guardarsi da lontano per capire che a un altro bel niente porterà questo nobile tentativo.

Che sia un modo per guadagnar tempo, in nome di quella normalizzazione, che il popolo honduregno farà di tutto per scongiurare? Lo sostiene anche uno dei presidenti che più si è esposto nel condannare il golpe, il boliviano Evo Morales. “Quello che volevano che succedesse l’anno scorso in Bolivia, cioè, una rivolta di civili, sta adesso succedendo in Honduras. Si tratta di una aggressione, una provocazione dell’Impero”, ha aggiunto il presidente boliviano. Ma poi ha assicurato, “il colpo resterà per alcune settimane, ma poi i golpisti cadranno”.

Governo golpista che intanto sta mettendo i primi piedi in fallo. Il ministro dell’Interno, ex ministro degli Esteri, Enrique Ortez, già cambiato di ruolo per aver chiamato Barack Obama, presidente Usa, “un negretto che non sa nemmeno dove stia Tegucigalpa” e aver quindi scatenato le ire dell’ambasciatore Usa in Honduras, adesso ha deciso di lasciare definitivamente il governo de facto. Senza dare spiegazione, ma precisando che “resta amico di Micheletti”.

Prime defezioni, misteriose e a bassa voce, in tipico stile dittatoriale. Mentre, al contrario, la gente urla e scende in strada. Sempre di più. Ieri si è registrata la più imponente manifestazione dall’inizio del golpe. In tutto il paese, lunghi cortei e blocchi stradali hanno caratterizzato la giornata. La più numerosa delle manifestazioni si è svolta a Tegucigalpa, dove un lungo corteo partito dall’università ha attraversato il centro della capitale, concludendosi nei pressi dell’ambasciata statunitense, dove i manifestanti hanno chiesto il rispetto delle risoluzioni contro il golpe emesse dall’Organizzazione degli Stati American. Nonostante il coprifuoco.

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