Home Politica e Società A PROPOSITO DI DIO: PENSIERI IMPERTINENTI

A PROPOSITO DI DIO: PENSIERI IMPERTINENTI

di Raffaele Garofano
da www.italialaica.it

“L’ateo è un maniaco di dio che vede dovunque la sua assenza” scriveva Sartre. Di converso un credente sarebbe un ossessivo che vede ovunque la presenza di dio. Un cardinale inglese giungeva ad affermare che l’unico fanatismo ammesso è quello che ha per oggetto dio: il neoconvertito, poi card. Newmann, mi pare, dimenticava le Crociate e l’Inquisizione, né aveva fatto l’esperienza della Sharia. Benigni, per la legge del contrappasso, ha posto Marx sulla porta del Paradiso ad annunciare agli avventori: “dio c’è” (ti toccherà vedertela col filosofo dell’”oppio” in una veste inconsueta, se persisti nella tua miscredenza!). I capi religiosi trascorrono la vita a “parlare” di dio e, di volta in volta, sanno dirci quando egli si avvicina all’uomo o si allontana da lui e viceversa. Mirabile chiromanzia soprannaturale. Ci annunciano un dio filtrato dall’obiettivo della propria “fede”, della propria rappresentazione fantasiosa, che tradisce l’inevitabile limite umano. Si può parlare di una “realtà”inafferrabile, misteriosa “indicibile”, al di fuori delle categorie del tempo e dello spazio? Parlare con sicurezza di dio, come si parla della propria madre, è tipico delle concezioni fondamentaliste quando si è in buona fede, se poi manca anche questa è solo perfida impostura. E’ preferibile avere per fede il Mistero dell’Ignoto tacendo su “ciò di cui non si può parlare”. E’ più conveniente cercare un punto d’incontro operativo tra semplici “uomini di buona volontà”, che siano credenti o non lo siano, per aiutare questa umanità a vivere più decentemente nella speranza di poter anche sopravvivere, considerati i delitti perpetrati contro l’uomo e l’ambiente. Spesso professare la propria fede è pura espressione verbale: si “crede di credere”, come afferma Vattimo in un suo libro. È eredità di una cultura, di una tradizione che piovono addosso alle persone che non le hanno scelte. Si viene battezzati a tradimento, appena nati, dimenticando la raccomandazione del Maestro: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo”.

Il credere è categoricamente propedeutico all’essere battezzati. Cristo non ha “descritto” dio, lo ha nominato in forma astratta, indefinita, ma ha parlato in modo specifico di come vederlo e cercarlo nel prossimo, se vogliamo. A chi gli chiedeva di dio rispondeva: “Chi vede me vede il padre… Quello che avrete fatto all’ultimo lo avrete fatto a me”. Sulla croce si è sentito abbandonato da tale padre, il che aumenta la nostra umana perplessità… su dio. Il “Giudizio” dell’uomo (da prendere come semplice metafora) verterà “non su ciò che si è creduto” ma su ciò che si è fatto nella vita. La bibbia, inoltre, proibisce all’uomo di farsi una immagine di dio, una raffigurazione dipinta, scolpita etc. e, perché no?, mentale, ideologica della divinità. La “teologia” perciò, sarebbe automaticamente fuori gioco. Sulla rappresentazione di dio invece le religioni costruiscono il loro “potere”. Ad una caricaturale, spesso tragica rappresentazione di dio nella Storia si è fatto “volere” di tutto: dalle Crociate, che trasgredivano il comandamento “non uccidere” e l’amore dovuto anche al nemico, all’otto per mille, un pugno sullo stomaco della “beatitudine” riservata alla povertà raccomandata da Cristo ai suoi seguaci, come condivisione della condizione degli ultimi.

Si parla di dio con la sicurezza di possederlo, propria delle presunzioni farisaiche, anziché farsi carico della ricerca cristiana di un “dio nascosto” da scoprire lungo il percorso del samaritano, di una giustizia da rivendicare e attuare per tanta parte dell’umanità. Sembra che Cristo sia venuto inutilmente e del nome di dio (concepito alla maniera del Vecchio Testamento) si fa un’arma per colpire e mortificare chi non è nella prospettiva della propria visione di un problema che meriterebbe piuttosto un dignitoso silenzio. Sarkozy ha parlato dell’esistenza di una “laicità positiva” che rispetta la visione religiosa del mondo. Le Chiese cristiane dovrebbero garantire anche esse, tutte, una “religiosità positiva” che non demonizza gli estranei, i diversi dal pensiero religioso, riconoscendo che altre religioni, altri movimenti filosofici e il mondo laico sono ugualmente depositari e testimoni di grandi valori. La “filosofia” evangelica non è basata sulla “predicazione” verbale, sul proselitismo ma sulla “testimonianza” che liberamente orienta l’altro verso il messaggio evangelico.

Il primo dovere del cristiano è il rispetto di chi rifiuta di essere seguace di Cristo. IL CRISTIANO AUTENTICO AIUTA L’ALTRO AD ESSERE SE STESSO NELLA LIBERTA’ DELLE PROPRIE SCELTE. Appare molto più logica e cristiana l’ingenua “scommessa” pascaliana, sbeffeggiata da Prévert, anziché la sicumera di certa teologia che parla di Dio come il paganesimo parlava di Giove e dell’Olimpo, senza nemmeno l’allegria, la burloneria degli dei della mitologia greca e latina. Il tentativo di coniugare il concetto “astratto” di dio con la “realtà” di un dio in carne ed ossa dovrebbe attuarsi nella persona di Cristo. Cristo tuttavia non ci è di grande aiuto nel farcene afferrare il significato, nel farci capire.

Le sue affermazioni sul tema sono piuttosto sibilline, non chiarisce l’argomento in modo in modo esaustivo: “ Le cose del Padre nessuno le sa se non il figlio e colui al quale questi lo avrà rivelato”. Gli avremmo potuto dire: “Gesù, per favore parla più chiaro!” come ci dicono gli alunni a scuola. Alle domande dei poveri apostoli non rispondeva sempre a tono. Se ha condiviso col Padre la divinità, con noi poveracci sembra aver condiviso, in dose maggiore, l’” umanità” intesa come limite, ignoranza, smarrimento di fronte a questioni che si spingono al di là delle possibilità del nostro pensiero. Voleva forse dire che ci sono problemi più grandi di noi a cui non c’è risposta e che legittimo è solo porsi le domande spostando l’obiettivo sulla vita pratica, sull’operato. La certezza delle risposte la avrà lasciate ai papi che presumono di saperne più di lui perché hanno trascorso la vita a studiare teologia.

La sicurezza nel parlare di dio, ha detto qualcuno, è una regressione ad una visione precristiana del mondo. Chi parla a nome di dio spesso tradisce la contraddizione di strumentalizzarlo per rafforzare il proprio potere, data la debolezza delle proprie ragioni. Più di una volta papa Ratzinger ha messo in guardia dal “potere”, dal “denaro” e da un “sapere che è contro l’uomo”. Raccomandazioni condivisibili ma la sua Chiesa è la prima a non essere stata mai estranea al potere, né al denaro e Benedetto XVI inoltre presume di poter essere lui solo a stabilire quale sapere è buono o cattivo, chi sia un cattolico adulto e chi no. Recentemente, in una risposta indiretta ad una affermazione di Prodi, ha dichiarato che la maturità per un cattolico è la totale conformità con gli insegnamenti della Chiesa: al cattolico è proibito pensare con la propria testa, è proibito diventare adulto. L’errore commesso con Galileo e con tanti altri non ha fatto Storia, nonostante le enfatiche dichiarazioni di pentimento del Giubileo di Wojtyla. La Chiesa chiede perdono per gli errori del passato ma si trattiene la licenza per continuare a commetterne altri.

La “scienza senza dio” è l’obiettivo da colpire che più costantemente sta a cuore a Ratzinger. Nei confronti di quel mondo e dei movimenti che lo sostengono il papa rivela un atteggiamento di assoluta intransigenza. Sarebbe contro la vita fare trapianti di cellule staminali, favorire il concepimento con l’aiuto delle nuove conquiste della tecnica e altri tentativi di alleviare le sofferenze umane? È a favore della vita mantenere per decenni in esistenza solo vegetativa una persona che ha anche espresso il rifiuto di non voler “vivere” in quello stato? Il tutto in
omaggio ad una norma astratta, ad un concetto artificiale di vita. Ratzinger attacca i media che escluderebbero dio e propagandano un mondo secolarizzato. Non riflette che il suo dio è lo stesso che, per bocca dei suoi predecessori, “voleva” le Crociate, i roghi per eretici e streghe, avversava l’unità d’Italia perché riteneva una rovina spirituale (?) per la chiesa la perdita del potere temporale. Delle due l’una: o dio non è “immutabile nei suoi pensieri” o tra dio e chi pretende di rappresentarlo sulla terra deve esserci un grave difetto di comunicazione. Il papa teologo fa il suo dovere nel richiamare il mondo dell’informazione a non propagandare i disvalori ma non si discosta da una visione fondamentalista quando ritiene che i veri valori siano riserva della sua Chiesa e che la definizione del vero dio spetti a lui e a lui soltanto. Non è cristiano voler stabilire qual è il vero dio: è cristiano riconoscerlo nelle persone, nei luoghi e nei valori che ha indicato Cristo.

Un problema fondamentale del Cristianesimo, che la Chiesa è chiamata ad affrontare, è un radicale ripensamento dell’Incarnazione. René Girard si spinge oltre nell’analisi dei dogmi fondamentali del Cristianesimo, del rapporto Dio uomo, del peccato originale, punto essenziale della teologia cristiana. Egli afferma che la teologia cristiana riproduce lo schema pagano di una vittima sacrificale destinata a placare la divinità offesa. Tanto più grave è l’offesa tanto più adeguata sarà la figura del “riparatore”. Per questo solo il Figlio di Dio, che condivide la divinità col Padre, poteva riparare l’oltraggio e “redimere” l’umanità decaduta. Una pessima figura attribuita a un Dio-Padre placato solo dal sangue di suo Figlio. La mitologia pagana greca e romana non arrivava a tanto. Tutto per soddisfare pienamente il bisogno di giustizia di Dio dopo il peccato di Adamo. Alcuni teologi sostengono, con buone ragioni, che “questa lettura vittimaria” della Scrittura è sbagliata. La Chiesa deve liberarsi da simili miti infantili e pagani. Cristo è venuto tra gli uomini proprio per liberare la religione dall’abbraccio mortale tra sacro e violenza. L’Incarnazione va vista come Dio che si pone a livello dell’uomo, sfuggendo ogni fantasia metafisica che alimenta la concezione di un Dio onnipotente trascendente, assoluto per far propria invece la visione cristiana di un dio “secolarizzato”. È nella sua vita e nelle sue scelte che Cristo ci dà la misura del comportamento umano. Dai Vangeli la sua condanna non risulta decretata perché Adamo mangiò la mela. Il Dio cristiano non ama sacrifici ma la giustizia.

Come avrebbe voluto Dio Padre il sacrificio cruento del Figlio? Questi temi ( per restare nell’ambito della “teologia” che poi orienta tutta la “politica” della Chiesa) dovrebbe affrontare il teologo Ratzinger più che l’esistenza del Limbo, a cui nessuna persona intelligente ha mai potuto credere o la messa in latino, la lingua di Cesare Augusto non di Cristo! Né la mela della trasgressione né il desiderio dell’uomo di “farsi come Dio”, suo Padre (dove sarebbe il peccato di un figlio che vuole diventare come il padre?), potevano sancire la condanna a morte di Cristo. Due poteri, il religioso e il politico, si sentivano minacciati da quell’”uomo-dio”: “Ha bestemmiato”, “sobilla il popolo contro di noi”, “si è fatto nemico di Cesare”, sono i motivi dichiarati della condanna. Per queste ragioni il tuo amico prete trova giusto far suo il motto: “Cristo come uomo è un vero dio!”.

Di Cristo si può discutere. Parlare di Dio invece è come “voler trattenere nelle mani un metallo incandescente”. Anche i papi possono scottarsi. Le Crociate, l’Inquisizione, già nominate, e tanti tragici fatti della Storia della Chiesa dovrebbero insegnare. Invece…

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