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IRAN E ISRAELE SCOPRONO LE CARTE

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

Nei giorni scorsi due navi da guerra con le insegne della Stella di David, la Hanit e la Eilat, hanno attraversato il canale di Suez e si sono dirette verso il Golfo di Aden, dove da alcune settimane incrocia uno dei tre sottomarini Dolphin in forza alla Marina Militare israeliana. Un messaggio chiaro, che si va ad aggiungere alle manovre navali condotte qualche settimana fa nel Mar Rosso e all’accelerazione dei progetti volti a dare a Israele uno scudo antimissilistico. Fatti che confermano la grave situazione di instabilità e di insicurezza in cui versa il vicino Medio Oriente e che dimostrano come lo Stato ebraico sia pronto a dar seguito a quelle che fino a ieri erano solo promesse. Secondo una fonte anonima del quotidiano britannico The Times, i governi occidentali starebbero lavorando a un accordo con Gerusalemme che, in cambio di concessioni l’Autorità Nazionale Palestinese, avrebbe il sostegno di gran parte della comunità internazionale ad un attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane.

La luce verde dovrebbe arrivare entro e non oltre la fine un anno, prima cioè che l’Iran sia in grado di effettua il lancio simultaneo di vettori a lunga gittata, eventualità alla quale la difesa aerea israeliana non sarebbe ancora pronta. Un problema non da poco, soprattutto ora che Teheran ha dato il via alla fabbricazione su vasta scala del missile terra-terra Sejil II, un razzo a due stadi, alimentato a combustibile solido, che i tecnici hanno sperimentato con successo nel maggio scorso e che i vertici militari preferirebbero al più collaudato Shehab-3, del quale per altro avrebbero già sospeso la produzione.

Lanciato per la prima volta dal poligono di Semnan, nell’Iran settentrionale, il Sejil II è destinato a sostituire un altro vettore relativamente vecchio, il missile Ashoura, lanciato per la prima volta nel novembre 2007. Con un range effettivo di 2000 chilometri, sufficiente quindi a colpire in qualsiasi momento lo Stato d’Israele e le basi americane nel Golfo Persico, il Sejil II rappresenta la nuovo generazione dei missili iraniani: sensori e sistemi di navigazione estremamente sofisticati e più accurati di quelli montati sulla serie Shahab; utilizzo di combustibile solido e conseguente possibilità di stoccaggio in bunker sotterranei; doppio stadio, grazie al quale è possibile raggiungere una quota più elevate ed una gittata superiore a quello dello stesso Shahab3, considerato fino a poco tempo fa il più pericoloso dei sistemi missilistici iraniani.

Lo Stato Maggiore prevede che, con una media di 200 missili all’anno, nei prossimi cinque anni l’industria bellica iraniana riuscirà a produrre mille esemplari; un target ambizioso che, secondo gli specialisti occidentali, non dovrebbe però superale i 15 vettori/anno e che potrebbe raddoppiare solo attraverso un investimento di parecchi miliardi di dollari. Il salto di qualità tecnologico è comunque notevole e per certi versi preoccupante. La prima “qualità” è rappresentata dal sistema di combustione: i missili che utilizzano propellente liquido, come lo Shehab, hanno bisogno di parecchie ore per essere riforniti e questo li espone alla possibilità di essere intercettati dai satelliti spia israeliani e americani. Al contrario, il Sejil, può essere rifornito in breve tempo e può rimanere nascosto fino al momento del lancio, cosa che mette in seria difficoltà anche i più sofisticati “radar early warning” israeliani, come il sistema FBX-T installato nel deserto del Negev. Il Sejil II può essere infatti rilevato ed ingaggiato dai satelliti militari solo a decollo eseguito e quando è ormai diretto verso l’obiettivo, limitando quindi i tempi di reazione della difesa aerea. Teheran avrebbe inoltre reclutato alcuni esperti cinesi che dovrebbero coadiuvare i tecnici iraniani nella costruzione delle rampe di lancio.

Da Pechino arrivano anche i missili antinave C-809, gli stessi che durante la guerra israelo-libanese del 2006 danneggiarono gravemente un’altra nave della classe Saar 5, la INS Hanith. Costruite nei cantieri statunitensi di Ingalls Shipbuilding, le corvette Hanit ed Eilat rappresentano la parte finale dell’evoluzione di questi modelli: dotate di sofisticati sistemi di rilevamento ed accorgimenti stealth, sono navi armate con un cannone da 76 mm o con un apparato per la difesa antiaerea (CIWS Phalanx da 20 mm a 6 canne) e con 8 missili Harpoon con gittata di 130 chilometri, 8 missili Gabriel II in funzione antinave, 32 missili Barak in celle verticali per la difesa aerea e 6 tubi lanciasiluri Mark 32 per siluri Alliant Techsystems Mark 46 da 324 mm.

I tre sommergibili Dolphin, cinque dal prossimo anno con l’arrivo di due U-212, sono invece dotati di sofisticati sistemi di navigazione e combattimento ed hanno a disposizione sei tubi di lancio da 533 mm, adatti a missili a corto raggio, e quattro da 650 mm, per il lancio di missili nucleari da crociera (Popeye Turbo). Ma i tre sottomarini rappresentano solo una parte dell’arsenale nucleare israeliano; oltre ai missili in dotazione alla marina, Gerusalemme dispone infatti di quasi 300 testate nucleari, di altrettanti bombardieri F15 ed F16 e di circa 50 missili balistici Jericho II montati su rampe di lancio mobili.

Per rispondere a eventuali attacchi, Israele sta anche cercando di mettere a punto una serie di sistemi che dovrebbero formare uno scudo difensivo contro i missili iraniani. Oltre alle batterie antimissile Patriot, diventate famose per la difesa contro i missili SS-1 Scud lanciati dall’Iraq contro Israele durante la guerra del Golfo del 1991, Gerusalemme sta portando avanti il progetto Arrow-3, sistema di difesa antibalistico di teatro ad alta accelerazione e con testata a frammentazione, che dovrebbe essere utilizzato contro gli Shehab-3 e i Sejil II e che, prossimamente, dovrebbe subire un importante test nell’Oceano Pacifico.

Concepito per intercettare missili balistici a corto e medio raggio, il sistema Arrow-3 è in grado di colpire vettori in un range di 1.000 chilometri e gestire e discriminare fino a 14 intercettazioni simultanee. C’è infine l’Iron Dome (Cupola di ferro), un sistema di difesa sviluppato dalla Rafael Advanced Defense Systems Ltd e collaudato recentemente nel deserto del Neveg, capace di distruggere in volo i razzi e missili a corto raggio (5-70 chilometri) e quindi indirizzato contro i Katyusha e i razzi da 155 mm in dotazione agli Hezbollah ed i Qassam utilizzati dalle frange estremiste di Hamas.

Il fatto che si possano barattare gli insediamenti della West Bank con la possibilità di poter scatenare sull’Iran un attacco atomico dalle conseguenze spaventose, sembra comunque una soluzione quantomeno folle, anche perché Teheran risponderebbe e questo significherebbe la morte di milioni di persone, dall’una e dall’altra parte. Neanche il presidente americano sembra intenzionato ad avvallare un tale disegno strategico che probabilmente servirebbe solo a rafforzare l’attuale regime iraniano e a far collassate definitivamente il sistema finanziario occidentale. Un attacco israeliano all’Iran avrebbe infatti effetti tanto devastanti da non poter essere paragonato neanche all’11 settembre: schizzerebbe in alto il prezzo delle materie prime, crollerebbero i listini, si paralizzerebbero i mercati e tornerebbe a farsi sentire la paura del terrorismo. E’ più probabile e più auspicabile che quello a cui stiamo assistendo altro non è che la classica goccia che farà traboccare il vaso: una nuova e costosa guerra fredda, basata sull’elemento della deterrenza, che costringerà le grandi potenze a definire finalmente una politica sul disarmo atomico.

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