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Tutti i muri del mondo

di Umberto De Giovannangeli
da www.unita.it

Il cemento dell’odio. È un segno di sconfitta. Se i mattoni separano gli uomini che non riconoscono all’altro da sé una comune umanità. Tutti i muri del mondo che invece di abbattere il mondo dimentica. Caduto quello di Berlino, restano le barriere più recenti. Quelle contro l’immigrazione tra Spagna e Marocco, Messico e Usa. E quelle contro le guerre: tra Turchia e Cipro, India e Pakistan, Uzbekistan e Tagikistan, Zimbawe e Botswana. E tra le due coree

Parla di frontiere aperte, Barack Obama. Ma il «Nuovo Inizio» del presidente Usa deve fare i conti con una realtà dolorosa, pesante. Quella dei Muri. Muri di¬fensivi, si dice. Muri che spezzano famiglie, che frantumano identità, che negano speranza. Muri che cercano di allontanare un’umanità sofferente che preme ai cancelli del «benessere» occidentale. Muri che provano ad arrestare una violenza disperata, che cercano di tracciare una li¬nea di separazione tra mon¬di che si percepiscono irriducibilmente ostili, incapaci di riconoscersi e riconoscere le rispettive ragioni, timori, aspirazio¬ni, bisogni.

I Muri nell’era della globalizzazione. Muri che raccontano di una politica che ab¬dica a se stessa e che delega il futuro ai teori¬ci di «guerre preventive», ai sostenitori di una democrazia esportata con la forza, agli esegeti di un Occidente opulento che deve difendersi da eserciti di senza speranza, da masse di diseredati che cercano di fuggire da realtà invivibili, da regimi dispotici, da élite da sempre al potere che hanno dilapi¬dato, spesso con l’aiuto o il silenzio compli¬ce delle cancellerie europee e dell’iperpoten¬za americana, ricchezze straordinarie. Nell’era della globalizzazione, i Muri racconta¬no di un passato che non sfuma, di chiusure che da mentali diventano fisiche.

Melina. La Cisgiordania. Cipro. E anco¬ra il Sahrawi. E la frontiera tra il Messico e gli Usa. Muri conosciuti e Muri «dimentica¬ti». Un lungo elenco. Che contempla il mu¬ro Corea del Sud/Corea del Nord: un muro che si sviluppa per la maggior parte della frontiera tra i due Paesi; Il muro Thailandia/ Malesia: la Thailandia ha edificato sulla par¬te accessibile della sua frontiera un muro per impedire a terroristi islamici di raggiungere le sue agitate province a maggioranza musulma¬na: il muro Zimbabwe/Botswana: una barriera elettrificata si sviluppa lun¬go tutta la frontiera tra i due Paesi. Ufficialmente per impedire agli animali selvatici di passare da un Paese all’altro; in realtà serve per evitare che profughi dello Zimbawe entrino nel Botswana; il muro Uzbekistan/Tagikistan: l’Uzbekistan ha co¬struito un muro equipaggiato con sensori e videosorveglianza lungo la sua frontiera con il Tagikistan; il muro India/Pakistan: esteso per 3300 km si sviluppa lungo una frontiera che il Pakistan contesta; il muro Pakistan/Afghanistan: realizzato dai pachi¬stani e lungo 2400 km. E ancora: il muro Emirati Arabi Uniti/Oman: costruito lungo tutta la linea di confine con il sultanato dell’Oman; il muro Arabia Saudita/Yemen: L’Arabia Saudita ha costruito un muro in calcestruzzo armato, munito di sensori e telecamere per impedire l’immigrazione ille¬gale dallo Yemen, e senza esitare di fronte allo sconfinamento di questo muro entro il territorio dello Yemen; il muro Kuwait/Iraq: il Kuwait ha rinforzato il muro, già esi¬stente, lungo 215 km di frontiera con l’Iraq: Un Muro resta anche in Europa: è quello Turchia/Cipro, edificato 35 anni fa da Anka¬ra per delimitare i territori che rivendica a Cipro.

Ogni Muro ha una sua storia. Una sua giustificazione. Ma ognuno di questi Muri racconta di un fallimento. Perché di fronte a chi sente di non aver nulla da perdere, non c’è Muro divisorio che tenga. Il Muro può contenere la rabbia, il dolore, il desiderio di rivalsa di intere popolazioni. Può contene¬re, ma non cancellare le aspirazioni alla li¬bertà, all’autodeterminazione nazionale, ad una vita non consumata tra patimenti e sofferenze. All’ombra di quei Muri si dipana l’esistenza di una umanità di «senza volto» ma non per questo inesistente. Perché que¬sta umanità esiste. E cresce. E non accetta di autocondannarsi al silenzio, all’inazione. C’è chi fugge dalla povertà, chi da guerre e repressioni brutali. Altri cercano di lasciarsi alle spalle regimi che fanno scempio dei più elementari diritti umani, altri ancora (è il caso dei palestinesi della Cisgiordania) vedo¬no in quel Muro di separazione la concretiz¬zazione di un incubo: quello di essere co¬stretti a vivere in città e villaggi trasformati in prigioni a cielo aperto, in una sorta di regi¬me di apartheid trapiantato in Medio Orien¬te. Quei Muri sono un’ipoteca sul futuro. Il «Nuovo Inizio» passa per la loro caduta.

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