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CHI COMANDA IN ISRAELE

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

In Israele gli ultraortodossi ringraziano Benjamin Netanyahu per non aver accolto l’invito statunitense ad interrompere lo sviluppo edilizio del centro residenziale di Sheikh Jarrah, quartiere arabo di Gerusalemme est destinato all’occupazione ebraica, per lo più fatta di nazionalisti e religiosi della comunità sefardita che da anni cercano in ogni modo di allontanare le famiglie palestinesi che ancora vivono lì. In una lettera indirizzata al primo ministro israeliano, i vertici di una delle più famose organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti, l’Unione Ortodossa della Congregazione Ebraica d’America (Uojca), avevano preso posizione in favore dei coloni della Giudea e Samaria ed espresso la loro contrarietà riguardo le critiche volte dall’amministrazione americana all’espansione israeliana in Cisgiordania.

Un appello che il leader del Likud ha raccolto e subito enfatizzato riaffermando uno dei concetti chiave su cui si basa la sua maggioranza: “Unità di Gerusalemme (sotto la Stella di David), capitale del popolo ebraico e dello Stato di Israele”. E così, nonostante Washington e Bruxelles continuino a denunciare i casi di demolizione e le evacuazioni forzate, atti contrari al diritto internazionale, il premier consuma con i fatti il matrimonio con i partiti ultraortodossi e rinsalda l’anomale alleanza tra sionisti e religiosi.

A Sheikh Jarra, sul terreno dove sorge l’ex Hotel Shepherd, vicino all’Orient House, lungo che fu sede cittadina dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’amministrazione ha autorizzato la costruzione di 20 unità abitative, un fatto che si va ad aggiungere a decine di altri casi e che fanno delle Risoluzioni delle Nazioni Unite semplice carta straccia. A Gerusalemme est, ad esempio, il governo aveva recentemente concesso la realizzazione di nove parchi nazionali, aree di apparente rilevanza religiosa che in realtà, nell’arco di qualche anno, andranno ad isolare i quartieri arabi dal resto della Cisgiordania. Nella zona di al-Bustan, all’interno del comprensorio di Silwan, l’antica città gebusea ubicata a sud-est delle mura della città vecchia, 88 unità abitative palestinesi dovranno essere demolite per far spazio ad un area verde antistante l’area archeologica della “Città di Davide”. Esempi di forza che insieme alla decisione di togliere dai libri di testo ogni riferimento alla Nakba, la catastrofe palestinese legata alla nascita di Israele, e al divieto di erogare fondi che ne sovvenzionino la commemorazione, ci danno un quadro della situazione: in Israele oggi comandano gli ultraortodossi e gli ultranazionalisti.

In base alla Risoluzione Onu numero 242 (22 novembre 1967), Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori occupati durante la Guerra dei Sei Giorni, concetto rafforzato dalle Convenzioni di Ginevra con le quali è stato vietato il trasferimento della popolazione ebraica nelle zone assegnate ai palestinesi. Al contrario, a Gerusalemme est gli ebrei stabilmente residenti sarebbero ormai 200 mila, mentre nel resto della Cisgiordania si conterebbero 121 le colonie abitate da quasi 300 mila ebrei, in gran parte europei provenienti dall’ex Unione Sovietica e dalla Germania est, ma anche moltissimi “Olim hadashim”. Questi ultimi sono nuovi coloni arrivati dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale ed orientale, spesso convertiti all’ebraismo, spesso alla ricerca di una identità che, a volte, trovano nell’ideologia sionista piuttosto che nelle rigide regole dell’ortodossia.

Il risultato di questa presenza? I palazzi costruiti nel quartiere arabo di Ras et Amud e nel vicino villaggio di Abu-Dis; le decine di Gush Etzion, le comunità ebraiche che sorgono a sud-est della capitale; le enormi colonie di Pisgat Ze’ev e Ma’ale Adummim, vere e proprie città da 50 mila abitanti; gli insediamenti di Ofra, Beit El, Derech Ha’avot, Givat Ze’en e Har Homa; gli avamposti che tagliano in due la Cisgiordania, come Keidar e Nokdim, dove risiede il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Una galassia di collettività che assediano la zona araba di Gerusalemme, fatta di ultraortodossi e sionisti, religiosi e laici, ideologicamente contrapposti ma con un intento comune, quello di strappare la Cisgiordania ai palestinesi.

In Israele la società ha molti volti e, spesso, la sua complessità riporta alla luce aspetti tra loro differenti, antagonismi che coinvolgono ashkenaziti e sefarditi, laici e religiosi, sionisti e moderati; una complessa aggregazione di culture, ideologie ed esperienze che può anche tradursi in tensioni e fratture sociali. Due sono i recenti episodi che hanno coinvolto un modello culturale di riferimento, quello degli ultraortodossi: è dall’inizio di giugno che a Gerusalemme centinaia gli “haredim” si scontrano con le forze dell’ordine, ebrei in gran parte appartenenti alla setta di Toldot Aharon, che manifestano contro il sindaco laico, Nir Barkat, che nel quartiere centrale di Mea Sharim ha deciso di tenere aperto un parcheggio durante lo shabbat, il sabato sacro, precetto della dottrina ebraica durante il quale gli osservanti non possono guidare. Ancora, in seguito all’arresto di una madre accusata di aver deliberatamente malnutrito uno dei suoi cinque figli fino a ridurlo a una larva umana, a metà luglio i Toldot Aharon hanno occupato le strade dei quartieri di Geula e Mea Shearim ed hanno provocato nuove dimostrazioni e violenti scontri con la polizia, che hanno indotto l’amministrazione a sospendere i servizi comunali in quanto le istituzioni e gli uffici pubblici erano diventate ormai bersaglio delle proteste.

I contrasti vanno avanti da anni e, da anni, la nazione rimane sospesa tra passato e presente, prigioniera di differenze di ordine morale che troppo spesso si sovrappongono e travalicano gli aspetti giuridici. Come la questione sui cinema e il gioco del calcio, che nel novembre 1987 vide in prima fila uno dei leader del mondo ortodosso, il rabbino Schah; per non dire dell’apertura continuata delle farmacie di Gerusalemme, che nel 1999 provocò scontri e disordini contro la polizia, o il gay pride del 10 novembre 2006, al quale i manifestanti si opposero con un intransigente: “Gerusalemme non è Sodoma, né Amsterdam né New York”.

Le polemiche tra ebrei ortodossi e secolari riguardano anche argomenti come la segregazione sessuale: nel 2004, a Bnei Brak, città nei pressi di Tel Aviv abitata esclusivamente da ebrei della comunità Vishnitz, un’ordinanza municipale stabilì che, per evitare “immodesti contatti tra i sessi”, la via centrale di Admor Mevishna fosse divisa, con le donne e bambini che avrebbero dovuto usare il marciapiede orientale e uomini quello occidentale. E risale all’aprile scorso la richiesta fatta al governo e all’azienda di trasporto pubblico Egged di introdurre nei quartieri di Gerusalemme, dove la maggioranza degli abitanti è haredim, linee di autobus separate tra uomini e donne.

In Israele gli ortodossi si dividono in due grandi blocchi: i sionisti religiosi e gli ultraortodossi; una divisione che risale agli albori del sionismo e che ancora oggi non trova una reale soluzione. La frattura, per altro inevitabile, fra gli ultraortodossi e il movimento che, alla fine del XIX secolo, preconizzò la creazione di uno Stato ebraico, si sintetizzava intorno al tentativo di quest’ultimo di “de giudaizzare” la Palestina. Una forma eretica che, secondo i religiosi, avrebbe negato la tradizione rabbinica sviluppatasi dopo la diaspora, e cioè quella che preannuncia il ritorno ad Eretz Israel nell’era messianica.

Anche se i più estremisti si sono sempre astenuti dal voto, con il passare del tempo l’ostilità al sionismo ha trovato una mediazione ed una rappresentanza politica che in Parlamento ha raggiunto un peso notevole, forse determinante. Grazie all’elevato tasso di natalità e alla fuga dei laici, che soprattutto in seguito alla guerra contro Hezbollah hanno dato il via ad un co
ntro-esodo, tra gli ebrei la percentuale degli ultraortodossi è cresciuta notevolmente: quasi il 10% della popolazione totale, oltre il 30% degli abitanti di Gerusalemme.

Spesso appartenenti a comunità che vivono secondo credenze e rigidi sistemi fatti di codici millenari, gli ultraortodossi hanno sviluppato barriere sociali e culturali che gli consentono di vivere in un proprio mondo. Questo però non toglie che oggi i partiti religiosi rappresentano 1/4 del Parlamento, una forza che può mutare in modo determinante la politica interna ed estera di qualsiasi governo. Due numeri: nelle scorse elezioni, il partito ashkenazita, Giudaismo Unito della Torah, formazione nata dall’alleanza dell’Unione di Israele di Yaakov Litzman, l’uomo conosciuto come il braccio destro dei rabbini, e dello Stendardo della Torah, ortodossi intellettuali di provenienza lituana, ha ottenuto 5 seggi; lo Shas di Eli Yishai, movimento legato alla comunità sefardita dei Mizrahi, ebrei orientali provenienti dai paesi del mondo arabo, 11 seggi; il Partito nazionalista religioso di Zevulun Orlev, storica formazione religiosa fondata nel 1956, ha ottenuto, insieme ai nazionalisti dell’Unione Nazionale,10 seggi.

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