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Lo scettro senza re

di Valter Vecellio
da Notizie Radicali

“Il diritto dei cittadini di godere di un’eguale opportunità di determinare la volontà politica con il loro voto dovrebbe essere accompagnato da quello di avere un’opportunità non aleatoria di formarsi e far sentire le proprie idee e infine controllare chi opera nelle istituzioni”. E’ forse uno dei passaggi chiave dell’importante saggio di Nadia Urbinati “Lo scettro senza il re” (Donzelli editore, pagg.132, 15 euro). Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University, al suo attivo ha numerose pubblicazioni, “Lo scettro senza il re” è la edizione riveduta e aggiornata di un lavoro di un paio d’anni fa, “Representive Democracy. Principles and Genealogy” (Chicago Press).

Osserva Urbinati che “nelle nostre società, mettere il bavaglio alla democrazia non si traduce necessariamente nella reazione estrema di espellerci dal demos (benché, fino a pochi decenni fa, il colpo di Stato era praticato con relativa frequenza). E’ sufficiente rendere la nostra voce inascoltata o stravolta…”. E’ un’analisi di “sapore” familiare, vero? Andiamo avanti: “Il fatto che la rappresentanza, non il voto semplicemente, sia il mezzo attraverso il quale la nostra voce si esprime comporta che abbiamo bisogno di fare qualcosa di più o d’altro oltre l’andare a votare, se vogliamo che la nostra opinione non sia irrilevante. Dobbiamo fare degli sforzi aggiuntivi o usare una varietà di stratagemmi sconosciuti agli antichi. Votare non è la sola espressione del nostro potere democratico, pur essendo il potere più certo, perché comprovabile e computabile e, soprattutto, espressione unica della volontà sovrana” (pag.8).

Ma cos’è che rende democratica una democrazia moderna? La conoscenza, la possibilità di farsi conoscere, dice in sostanza Urbinati: “…Il fatto che le istituzioni elettive rendono i pubblici poteri temporanei nella durata e soggetti al controllo pubblico. L’elezione è una forma di controllo proprio perché induce gli eletti a far conoscere il loro operato nella speranza di essere ben giudicati e rieletti…La democrazia moderna è un `governo per mezzo della discussione’, in cui la pubblicità e l’elezione dei rappresentanti sono l’unico potere politico del quale godono indistintamente tutti i cittadini adulti: il primo come potere del giudizio, il secondo come potere della volontà…” (pagg.9-10).

Siamo, come si vede, all’einaudiano: conoscere per poter deliberare. Ma se è così, ne consegue la conferma che in Italia la democrazia latita: perché è scarsa o nulla la conoscenza dell’operato degli eletti, e ancor più ridotte sono le forme di controllo. La riflessione di Urbinati conferma questo assunto: “E’ evidente a tutti che sul fronte della garanzia del diritto all’informazione e delle circostanze del giudizio pubblico le costituzioni moderne non sono abbastanza attrezzate…nessuna delle costituzioni occidentali è attrezzata efficacemente per proteggere il diritto dell’informazione e il pluralismo delle fonti di informazione altrettanto quanto lo è con il diritto di voto” (pag.125).

Urbinati in sostanza auspica e sostiene l’urgenza di garantire un diritto “che difende sia la libertà di esprimere opinioni che la libertà di essere informati”. Una libertà, sospira, che in Italia “leggi improvvide hanno vanificato, permettendo la formazione di fatto di un sistema di monopolio privato dell’informazione e non liberando il servizio radiotelevisivo dal dominio del Parlamento e quindi della maggioranza”. Informazione che viene individuata come “bene pubblico”, al pari della libertà e del diritto, e dunque non soggetti alla discrezione della maggioranza. Un bene che, soprattutto, “ci consente di avere altri beni: di monitorare il potere costituito, di svelare ciò che esso tende a voler tener segreto…senza questo potere di controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato…”.

Un discorso, quello di Urbinati, che si può collegare e che va di pari passo con quello di Massimo L. Salvadori col suo recente “Democrazia senza democrazia” (Laterza, pagg.94, 14 euro). “Certo, quelli che vengono chiamati democratici non sono sotto nessun punto di vista dei regimi autoritari di tipo tradizionale”, annota Salvadori. Si tratta piuttosto di sistemi che continuano a poggiare sul pluralismo culturale, politico e sociale, su un sistema di libertà politiche e civili, su ordinamenti costituzionali e su istituzioni rappresentative: “Ma è corretto – ecco la domanda – continuare a definirli democratici, quando, in condizioni e con tecniche quali Mosca non avrebbe neppure potuto immaginare, gli eletti si fanno scegliere dagli elettori e non viceversa, e gli eletti del popolo sono privati del `grande potere decisionale’ che la democrazia, anche in veste liberale, dovrebbe essere in grado di attribuire loro, dal momento che tale potere non è più nelle loro mani ma, e in misura enorme, in quelle di élites che operano al sopra e al di fuori del processo politico?”.

Qui, per ora, a osservare che nulla può danneggiare la democrazia e contribuire al suo esaurirsi quanto l’accettazione passiva e retorica, senza scorgere la sostanza di quello che ci cela dietro la sua forma. Mai come nel nostro tempo vi sono stati e regimi che si proclamano democratici, e al tempo stesso sottraggono poteri di primaria importanza per la vita dei cittadini. “Se dunque i regimi che continuiamo a chiamare democratici in effetti non lo sono, quale definizione conviene loro più propriamente?”, si chiede Salvadori. “Parlare di post-democrazia serve certo a sottolineare una differenza, e a capire che siamo in un `dopo’. Tuttavia occorre anche cercare di comprendere `in che cosa siamo’. Questo è il problema aperto”.

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