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Delle pensioni delle donne

di Redazione ⋅
da www.womenews.net

Qualsiasi cambiamento dell’assetto pensionistico non può omettere di considerare la condizione reddituale che genera la pensione femminile e la condizione di disparità lavorativo-reddituale delle donne.

Parlando di pensioni non si può prescindere dall’obiettivo della parità retributiva donne – uomini nel lavoro fuori casa. Va considerato inoltre la gratuità del lavoro domestico aggiuntivo, lavoro sostitutivo di servizi sociali inesistenti, lavoro di cura dei figli e degli anziani, che non è servizio per sé ma rientra nella produzione di ricchezza per tutti.

La Dipendenza Economica Strutturale legata alle pensioni in essere, ovvero la Non Autonomia Economica delle donne, si deve anche a pensioni, spesso largamente insufficienti al sostentamento, specialmente nelle metropoli e nelle città dove il costo della vita è più alto.

Pensioni che nascono da un reddito tale da non consentire autonomia, deliberatamente reso inferiore a quello maschile da prolungati periodi di lavoro sommerso e di evasione contributiva, pensioni che spesso non sono neanche tali ma assegno sociale, pensioni miserabili, che non riconoscono nemmeno per nome il lavoro nascosto nella vita domestica delle casalinghe, pensioni che servono spesso ad alimentare il proseguimento coatto di una di vita segnata dalla violenza.

Sappiamo che una difesa aprioristica dello status quo, dire no all’innalzamento dell’età pensionabile, non risolverà nulla, né in termini di economia né in termini di prospettive reddituali delle donne. Perché sappiamo che il vero problema da affrontare, improcrastinabile, è l’impoverimento generale delle donne; sono da affrontare le questioni legate al reddito da lavoro femminile.

Il cammino che ha portato oggi alla proposta di innalzamento dell’età pensionabile per le donne del pubblico impiego, e che porterà domani, inevitabilmente, all’innalzamento dell’età per tutte, non prende in considerazione i dati essenziali della questione.

Questo cammino perverso conduce al mantenimento di divari retributivi medi del 15% tra uomini e donne, alle carriere ingessate che impediscono al genere femminile di procedere speditamente nella professione; al tetto di cristallo (o di piombo) che chiude loro il passaggio ai posti direzionali, al pavimento di catrame che determina un più difficile accesso al lavoro e le lascia invischiate nei livelli più bassi.

Questo provvedimento – parziale e avulso da una vera prospettiva di cambiamento – salta a piè pari il fatto che gli ostacoli maggiori al raggiungimento di una parità effettiva, affondano le radici in un humus melmoso fatto di obsoleta cultura organizzativa ostile alla conciliazione tra la vita familiare e l’impegno nel lavoro; di negazione di una parità sostanziale tra uomini e donne nel lavoro anche a livello retributivo; e nel mantenimento di stereotipi e pregiudizi sessisti nei confronti delle donne che sono oggi, val la pena ricordarlo, la parte maggioritaria – 52%- più colta e preparata del paese.

Per tutti questi motivi l’Italia è precipitata all’ultimo posto – escluso Malta – tra i paesi dell’Unione Europea, e scivola sempre più in basso – all’85mo posto per l’economia – nella graduatoria mondiale del Global Gender Gap Report stilata dal World Economic Forum, e infine viene oggi condannata dalla Corte di giustizia Europea.

Noi non possiamo dimenticare gli interessi e le connivenze che lungo il corso degli anni hanno portato governi ed organizzazioni sindacali ad una politica del lavoro, delle pensioni, del welfare, volta a privilegiare un solo genere – quello maschile – e a caricare quello femminile di pesantissimi oneri di supplenza.

Siamo abbastanza adulte per capire che abbiamo pagato a caro prezzo quel “privilegio” di andare in pensione prima, sostituendo servizi e welfare mancanti , e siamo consapevoli che la logica della cosiddetta “tutela” non paga ma penalizza.

Siamo oggi altrettanto consapevoli che “risparmi” basati sull’allungamento della vita lavorativa delle donne devono essere esclusivamente finalizzati ad interventi e al potenziamento di quei servizi che consentano alle donne di lavorare ad un livello effettivo di parità.

Quindi per intervenire con misure appropriate su pensioni e innalzamento dell’età pensionabile delle donne, precondizione dovrà essere l’analisi e la conoscenza sistemica dello stato attuale delle condizioni di vita e di lavoro di Donne e Uomini e riconoscere sempre, nominandolo, il “doppio lavoro” cioè l’ingiusta e irragionevole ripartizione tra i generi del lavoro di cura e del lavoro domestico.

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