Home Europa e Mondo LA RIVOLTA IN IRAN: INTERVISTA A DUE ATTIVISTI IRANIANI

LA RIVOLTA IN IRAN: INTERVISTA A DUE ATTIVISTI IRANIANI

di Luca Mazzucato
da www.megachip.info

Nikoo e Iraj sono due ricercatori iraniani, sono sposati e lavorano in due università americane dell’East Coast. Non forniremo altri dettagli su di loro, perché diventerebbero un facile bersaglio della rappresaglia del regime iraniano e dell’immigrazione americana (ottenere un visto di lavoro in America è diventato un’impresa epica per loro). Non tornano spesso in Iran, tantomeno ora che lo stato di polizia ha mostrato la sua faccia più feroce: per il solo fatto di lavorare al soldo del nemico numero uno del regime, finirebbero direttamente in carcere al loro arrivo. Li incontriamo dopo l’attesissimo discorso dell’ayatollah Rafsanjani alla preghiera del venerdì, che rappresenta il primo segnale di speranza per il movimento dal terribile giorno delle elezioni. Iraj porta una barba lunga di un mese, se l’è fatta crescere il giorno delle elezioni, come segno di protesta; sua moglie Nikoo tutti i giorni indossa qualche capo d’abbigliamento di colore verde. Questi due cambiamenti esteriori sono uno dei codici usato dagli attivisti iraniani per mostrare ai propri connazionali la loro indignazione per la situazione in patria.

La barba lunga e i vestiti verdi, i vostri segni di protesta contro il regime, sono tipici della tradizione musulmana. Come mai il movimento ha scelto questi come tratti distintivi?

Nikoo: “In tutta Teheran, dal giorno delle elezioni ogni notte il silenzio è squarciato da migliaia di persone che cantano dai detti senza sosta “Allah Aqbar,” che significa “Dio è grande”. Proprio l’invocazione musulmana più tradizionale è stata scelta come simbolo della protesta. Questo fa impazzire il governo, che per reprimere la rivolta dovrebbe proibire l’utilizzo di questa frase, ma non può perché così cominciano tutte le preghiere. In questo modo usiamo la religione stessa come arma contro il regime. Allo stesso modo, la barba e i vestiti di colore verde sono tra le abitudini più diffuse in Iran, e per questo usiamo questo codice”.

Cosa è cambiato dopo il discorso di Rafsanjani alla preghiera del venerdì?

Iraj: “Oggi siamo felici, credo che da domani tornerò a radermi per festeggiare. Da oggi cambia tutto. Rafsanjani è l’uomo politico più potente in Iran, dopo la Guida Suprema. Se fosse rimasto ambiguo o avesse tenuto un basso profilo, il movimento sarebbe precipitato nella confusione, senza chiari obiettivi. Invece è riuscito a rinvigorire gli animi come non mai e gettare nel panico il governo e Khamenei. Anche se ufficialmente ha parlato ‘a titolo personale,’ Rafsanjani è la più alta autorità istituzionale ad ammettere che ‘dal giorno delle elezioni, il paese è in crisi’ e che la polizia deve rilasciare tutte migliaia di persone arrestate per le proteste. Ora sappiamo di non essere soli, il movimento ha degli alleati all’interno dello stato che finalmente sono venuti allo scoperto”.

Che poteri ha Rafsanjani all’interno della Repubblica islamica?

Iraj: “La Repubblica è come una piramide. Al vertice, la Guida Suprema, che viene scelta dal Consiglio degli Esperti, dove siedono gli ayatollah, che significa professori, eletti direttamente dal popolo. Il Consiglio degli Esperti può rimuovere la Guida Suprema, nel caso in cui questa perda la fiducia della popolazione, dunque è in un certo senso l’organo più importante della Repubblica: fa capo a Rafsanjani, che quindi può minacciare direttamente il leader supremo Khamenei. Alla morte di Khomeini, Rafsanjani fu uno degli artefici dell’elezione di Khamenei. Ma i tempi sono cambiati. Parallelamente, ci sono il Presidente e il Parlamento, anch’essi eletti direttamente dal popolo. Poi c’è un organo chiamato Consiglio dei Guardiani, composto da sei ayatollah nominati dalla Guida e da sei avvocati, nominati dal ministro della giustizia. Il Consiglio dei Guardiani è come una Corte Suprema: è suo compito vagliare la costituzionalità delle leggi promulgate dal parlamento e certificare la validità delle elezioni. Tuttavia, una norma non presente nella costituzione rivoluzionaria, ma aggiunta una decina d’anni dopo, conferisce ai Guardiani il potere di decidere chi si può candidare alle elezioni. Questa clausola ha di fatto cancellato da vent’anni la democrazia nel nostro paese, proprio quella democrazia in nome della quale abbiamo rovesciato lo shah. Infine, Rafsanjani fa anche parte del Consiglio del Discernimento, che ha l’ultima parola sulle leggi in caso di conflitto tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani: questo Consiglio è l’unica istituzione che ancora gode della fiducia della gente”.

C’è qualcosa di marcio nel Consiglio dei Guardiani?

Iraj: “I Guardiani sono il bersaglio principale della protesta, perché tengono in ostaggio il paese dal giorno delle elezioni. La cosa che ha fatto letteralmente infuriare la gente è stato il loro comportamento scandaloso, proprio da parte dell’organo che dovrebbe essere il garante imparziale. Nei giorni precedenti alle elezioni i Guardiani sono usciti allo scoperto appoggiando ufficialmente Ahmadinejad! Dopo le elezioni, con le proteste di milioni di persone in piazza e le accuse di brogli, i Guardiani hanno subito approvato l’elezione di Ahmadinejad, pensando di chiudere il capitolo. In seguito a questo, la gente ha completamente perso la fiducia nelle istituzioni”.

In cosa consistono le accuse di brogli che il movimento ha mosso contro il governo?

Iraj: “Non solo gli studenti sono in strada questa volta, ma tutta la popolazione: i brogli sono stati così estesi e ovvi che tutti se ne sono resi conto. Nei mesi prima delle elezioni, la mobilitazione contro Ahmadinejad è stata vastissima, secondo i sondaggi si sarebbe andati al secondo turno con un margine molto stretto tra Mousavi e il presidente uscente. L’affluenza record è stata il segno della grande mobilitazione riformista. Poiché il Consiglio dei Guardiani inauditamente ha appoggiato Ahmadinejad, i candidati sfidanti hanno subodorato la possibile truffa e, riuniti in un comitato, decidono di mandare osservatori, semplici cittadini, per controllare i seggi, tenendosi in contatto con la sede a Teheran con i cellulari. Ma dal giorno prima delle elezioni è cominciato il blackout totale degli sms e l’interruzione di servizio sui cellulari. Ora sappiamo che è stata una mossa del governo, usata ancora durante tutte le manifestazioni di piazza”.

Cosa è successo il giorno delle elezioni?

Iraj: “Ai membri di questo comitato di controllo fu vietato con la forza l’ingresso nelle stazioni di voto. Ad urne ancora aperte, la televisione annunciò la vittoria di Ahmadinejad, con ventiquattro milioni di voti: l’esatto numero di voti risultato dalla conta successiva, completamente sballato rispetto a tutti i sondaggi. I seggi vennero chiusi con due ore di anticipo rispetto all’orario programmato, respingendo lunghe file di votanti in tutto il paese, con la scusa che il governo aveva finito le schede. Ma nei giorni precedenti il governo aveva detto di aver stampato dodici milioni di schede in più per evitare che questo succedesse. Durante lo spoglio delle schede, ad un certo punto i voti dei candidati dell’opposizione, invece di aumentare, iniziarono a diminuire. In centosettanta seggi l’affluenza è stata quasi del 100%, chiaramente impossibile. Nell’archivio della biblioteca nazionale sono state trovate migliaia di schede inutilizzate: che ci facevano lì? Il giorno dopo le elezioni, sono apparsi su youtube numerosi video in cui membri delle milizie Basij, all’interno dei seggi, segnavano il nome di Ahmadinejad su pile di schede bianche e le mettevano nelle urne. Questo per citare solo alcuni episodi. La sera delle elezioni, per la prima volta dalla Rivoluzione, tutte le strade di Teheran si sono riempite di polizia e milizie Basij ad ogni angolo di strada, senza alcuna necessità, terrorizzando i poveri cittadini”.

Qual è stata la risposta della gent
e nei giorni successivi?

Iraj: “Tutti si aspettavano che Khamenei e i Guardiani decidessero di approfondire le accuse di brogli mosse da tutte le parti, invece si congratularono subito con Ahmadinejad per la sua vittoria schiacciante. A quel punto, la fiducia della popolazione nel governo è evaporata e tre milioni di persone sono scese in piazza per chiedere chiarezza: marciando in silenzio per le strade di Teheran, senza scandire slogan per non offrire pretesti di scontro alle milizie. La gente chiedeva soltanto il riconteggio delle schede. Ma i Basij spararono sulla folla senza motivo, oltre mille persone sono state arrestate da allora, chiunque abbia a che fare con i candidati di opposizione è stato fermato dalla polizia. Un vero e proprio colpo di stato”.

Avete menzionato più volte le milizie Basij, che hanno avuto un ruolo importante nei brogli e nella repressione. Chi sono?

Iraj: “Si tratta di un’organizzazione di volontari, creata durante la guerra Iran-Iraq, e che possiede un grande seguito popolare. Ha un braccio armato, una specie di organizzazione paramilitare che ora sta facendo il gioco sporco sparando sui manifestanti, ma anche una sorta di servizio civile volontario, a cui partecipano anche molti miei amici. Ma durante i giorni della protesta è successa una cosa inquietante: per le strade di Teheran sono state viste moltissime uniformi Basij, però molti di quelli che li indossavano parlavano arabo, non farsi. È poi emerso che il governo ha utilizzato cinquemila combattenti Hizbullah richiamati dal Libano per reprimere le proteste, perché molti degli iraniani in Basij non volevano alzare le mani sui loro concittadini”.

Quali sono le richieste del movimento?

Iraj: “La situazione ora è cambiata. Se la prima manifestazione oceanica chiedeva soltanto che fossero ricontati i voti, quello che è successo in seguito, gli assassinii, gli arresti indiscriminati, il coprifuoco hanno completamente delegittimato tutte le istituzioni repubblicane agli occhi della popolazione. Ora il movimento, non solo pochi studenti ma tutta la società civile, chiede giustizia.Vogliamo che i responsabili degli omicidi siano regolarmente processati. Vogliamo che le migliaia di persone arrestate senza motivo vengano rilasciate. Vogliamo libertà di stampa, che la televisione discuta di questa crisi nazionale, invece di propinarci continui comunicati del governo. Ahmadinejad se ne deve andare, perché è al potere con un colpo di stato, e Khamenei ormai ha perso lo status di Guida Suprema, dopo aver coperto il golpe”.

Che possibilità di manovra c’è in Iran, con un controllo così capillare da parte della polizia e con le milizie per le strade?

Iraj: “Abbiamo davanti un lungo periodo di transizione, ma sappiamo di non essere soli nella nostra lotta. Il movimento non vuole la rivoluzione: quella l’abbiamo già fatta e siamo contenti di ciò che abbiamo ottenuto. Chiediamo semplicemente che venga attuata la nostra Costituzione e si tengano nuove elezioni alla presenza di osservatori. All’interno del regime stesso c’è una spaccatura verticale. L’ala moderata di Rafsanjani ha capito che per salvare la repubblica islamica bisogna fare luce sulle richieste del movimento, queste sono state le manifestazioni più grandi dal 1979. Secondo l’ala fondamentalista, la Guida Suprema è scelta da Dio e solo a lui deve rispondere. Ma questo è contrario all’idea della rivoluzione: i moderati sanno che la Guida deriva il suo potere solo dal consenso popolare e infatti la Costituzione prevede che possa venire rimossa dal Consiglio degli Esperti. L’ayatollah Montazeri ha emesso una fatwa in cui ribadisce che Khamenei ha perso la sua legittimità, in quanto sta agendo contro la popolazione. Questo rafforza assai il fronte della protesta, perché anche altri ayatollah ora scenderanno in campo. Il conflitto è presente anche all’interno delle stesse milizie Basij e dell’esercito: ho molti amici volontari, che mi raccontano degli scontri quotidiani a cui assistono in queste organizzazioni. La strada davanti a noi è lunga e questo è l’obiettivo per il momento: allargare la falla all’interno delle istituzioni e della milizia, far uscire allo scoperto il conflitto. Ora in Iran la gente ha imparato a manifestare in piccoli gruppi, per confondere le milizie e la polizia, ci sono manifestazioni continue”.

Quali sono le prossime iniziative di voi iraniani espatriati per attirare l’attenzione sulla protesta?

Nikoo: “Stiamo preparando il rotolo di stoffa più lungo del mondo: due chilometri di vestiti verdi cuciti insieme, tutti gli iraniani all’estero li hanno firmati con la scritta “Ahmadinejad non è il mio presidente” e li hanno spediti a Parigi. Entrerà nel Guinness dei primati la settimana prossima in mondovisione! È cruciale tenere alta la tensione in Europa, visto che l’Unione Europea non ha riconosciuto le elezioni e può fare pressioni sul regime. Questa settimana, andremo davanti al Palazzo di Vetro a New York per fare lo sciopero della fame insieme ai cantanti e agli intellettuali iraniani che vivono in America. Così i nostri concittadini in Iran vedranno che tutto il mondo appoggia la protesta”.

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