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Le amnesie delle politiche migratorie

di Valerio Onida
da www.ilsole24ore.it

La prima impressione, di fron¬te alle norme del pacchetto sicurezza dedicate agli immigrati, e alla successiva proposta di regolarizzazione di badanti e colla¬boratori familiari, è quella di un at¬teggiamento schizofrenico del legislatore. Il 15 luglio viene promul¬gata la legge che, fra l’altro, intro¬duce il nuovo reato di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato», “criminalizzando” tutti gli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. Non è passato nemmeno un giorno, ed ecco il Governo promuovere in Parlamento un emendamento che sospende di fatto l’applicazione del nuovo reato nei confronti di ba¬danti e colf, fino al 30 settembre o fino all’eventuale rigetto della do¬manda di regolarizzazione (salvo però tornare ad applicarlo in caso di mancata regolarizzazione: col che potrebbe profilarsi una sorta di autodenuncia per coloro le cui domande saranno respinte).

Ce ne sarebbe abbastanza per constatare quanto siano fondati i rilievi sull’improprio modo di legi¬ferare del Parlamento, mossi dal Capo dello Stato (senza però effet¬ti giuridici di sorta) nella lettera in¬viata al Presidente del Consiglio.

Ma è forse più interessante do¬mandarsi quali siano, e se siano da condividere, gli indirizzi del Go¬verno e della maggioranza in tema di politiche migratorie. I movi¬menti migratori sono, come è no¬to, un fenomeno di massa non evi¬tabile, collegato a fattori e realtà propri del nostro tempo e del no¬stro mondo globalizzato.

La Costituzione (scritta in un’epoca in cui erano gli italiani a emigrare) si limita a stabilire che la Repubblica «riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero» (articolo 35). Quanto agli stranieri, riconosce il diritto di asilo a co¬loro cui sia impedito nel loro pa¬ese l’esercizio delle libertà de¬mocratiche (articolo io). Ma la libertà di emigrazione è espres¬samente riconosciuta a «ogni in¬dividuo» dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei di¬ritti dell’uomo, e riguarda dun¬que anche chi nel nostro paese viene o vuole venire, non solo chi vuole andarsene.

Qual è dunque la politica dell’Italia riguardo a questo fe¬nomeno? In realtà il nostro pae¬se non si è mai dato una seria ed efficace politica dell’immigra¬zione. Consideriamo un solo ele¬mento: chi entra in Italia (legal¬mente o illegalmente), salva la ristretta minoranza che lo fa per darsi ad attività magari lucrose ma illecite, è alla ricerca di un lavoro per assicurare a sé e alla fa¬miglia mezzi di sostentamento, e delle correlative condizioni di vita (alloggio, servizi). È dun¬que determinante, tanto più per un paese come il nostro in cui vi è un’offerta di lavoro che rimar¬rebbe altrimenti insoddisfatta (non solo per badanti e colf), consentire e favorire l’accesso degli immigrati al lavoro. Mala nostra legislazione richiede, per consentire tale accesso, che lo straniero sia munito di un per¬messo di soggiorno che abiliti al lavoro medesimo; tuttavia la concessione di un tale permes¬so è a sua volta subordinata alla dimostrazione della disponibili¬tà del lavoro.

È un serpente che si morde la coda: ed ecco l’ipocrisia di “quo¬te” annuali di ingresso per gli stranieri, formalmente destina¬te a soddisfare richieste di perso¬ne residenti all’estero che voglio¬no immigrare, e che di fatto ven¬gono usate invece per persone che già si trovano nel nostro ter¬ritorio, regolarmente o irregolar¬mente. D’altra parte, qual è il da¬tore di lavoro (famiglia o impren¬ditore) che assume il lavoratore a 5.ooo chilometri di distanza, senza conoscerlo? Eppure la no¬stra legge non prevede la possibi¬lità di soggiornare legalmente alla ricerca di un lavoro: l’istituto dell’ingresso garantito da uno sponsor, per inserimento nel mercato del lavoro, introdotto nel 1998, venne abolito dalla leg¬ge Bossi Fini del 2002. E sarebbe interessante sapere quante e quali siano (temo ben poche) le attività di formazione professio¬nale nei paesi di origine, finalizzate all’«inserimento mirato» nei settori produttivi italiani, ef¬fettivamente realizzate secondo la previsione di legge che ha so¬stituito quella degli sponsor.

Per converso, le frequenti mo¬difiche legislative degli ultimi anni sono state tutte volte, co¬me quelle del “pacchetto sicurezza”, a “indurire” il trattamen¬to riservato agli stranieri, in un’ottica che vede nell’immigra¬to quasi solo un pericolo per la sicurezza pubblica. E se ora si re¬golarizzano badanti e colf, non è per una resipiscenza, ma solo per l’egoistico timore di privare le famiglie di un sostegno ad es¬se necessario. A loro volta le po¬litiche locali assai spesso sono andate nella direzione di discri¬minare, non di rado illegittima¬mente, nell’accesso ai servizi pubblici e alle prestazioni socia¬li, e nell’esercizio di diritti ele¬mentari come la libertà religio¬sa, gli stessi immigrati regolari, visti come sgraditi “concorren¬ti” degli italiani o come minac¬cia per la nostra “identità”.

Non ultima, c’è la questione della partecipazione degli stranieri alla vita pubblica. Fin dal 1992 esiste una convenzione del Consiglio d’Europa in base alla quale gli Stati aderenti si impe¬gnano, fra l’altro, a riconoscere agli stranieri regolarmente resi¬denti da cinque anni l’elettorato attivo e passivo nelle elezioni lo¬cali: ebbene, l’Italia non aderi¬sce a questa parte della conven¬zione, e dunque nelle nostre cit¬tà centinaia di migliaia di stra¬nieri che vivono, lavorano, paga¬no le tasse e usano i servizi loca¬li sono esclusi dall’esercizio dell’elementare diritto di parte¬cipare alla scelta degli ammini¬stratori: con buona pace dell’idea stessa di democrazia.

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