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In galera per un panino

di Valeria Viganò
da l’Unità, 27 luglio 2009

La farina non è cocaina, il latte non è champagne, la vita in strada non è la vita a Palazzo Grazioli. È per questo che un uomo di cinquant’anni che ha perduto il lavoro, e senza casa, non ha un soldo e ha fame, viene arrestato. Quando è condannato, perché il suo reato, a differenza di altri, stranamente non è caduto in prescrizione, lo prelevano nell’ospedale dove è ricoverato e lo portano in galera.

Pane e latte, cibo minimale, nutrimento in tempo di guerra. Non si tratta di un tir o di un vagone di pane e latte, che di questi tempi diventa un affare, ma di una pagnotta e un litro. Che le solerti guardie giurate del supermercato bloccano tra le braccia del poveruomo affamato che tentava di scappare. No, no, non nei paradisi fiscali, ma a casaccio in strada, dove passa i suoi giorni e le sue
notti.

Il supermercato in persona lo denuncia: anche se non si tratta di milioni di euro ma di un euro e mezzo, la perdita è grave, il furto accertato senza bisogno di intercettazioni. Nessuno deve rubare, soprattutto chi non ha niente e non sa come vivere. Che poi, a voler ben vedere, gli si è fatto un favore al barbone ladro, scansafatiche, puzzolente. In galera sta come un pascià, lo curano in
infermeria e gli danno da mangiare a sbafo di quelli che con un duro lavoro di affarini e piacerini, soldi che ungono soldi, nel tempo si sono costruiti una posizione e non rubano certo in un
supermercato.

Loro i supermercati li comperano e in galera non si sognerebbero mai di andare. Anzi sono proprio sicuri di non andarci. E i giudici hanno fatto bene a dare una lezione esemplare a questo specie di barbone stile Che Guevara. Certo le attenuanti della miseria non valgono granché, e la vergogna e la perdita di dignità dell’uomo, la sua disperazione e fame non possono cancellare il fatto che abbia rubato.

E se ne è fatto accorgere. In un paese dove l’importante è ovviamente non farsene accorgere.

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