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L’attualità del Vaticano II

di Jean Rigal, teologo
in “La Croix” del 25 luglio 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

È ancora troppo presto per proporre delle riflessioni approfondite sui problemi che arrivano a scuotere duramente la Chiesa cattolica? Comunque sia, si può rilevare fin d’ora qualche punto importante che ha attirato l’attenzione di un gran numero di persone, appartenenti e meno a questa Chiesa.

Ciò che colpisce, innanzitutto, è lo scarto – o piuttosto il fossato – che sembra instaurarsi tra l’istituzione ecclesiale, specialmente la gerarchia romana, e gran parte della società contemporanea, almeno in Occidente. Si è detto che si trattava di un problema di comunicazione, si è parlato di “disfunzioni”, si è accusata l’ondata mediatica. Certo, tutto ciò deve essere preso in considerazione. Ma, senza dubbio, appare qualcosa di ben più profondo, che sta nell’ordine dei rapporti tra la comunità ecclesiale e il mondo di oggi. Un solo esempio, eloquente: non basta più che il papa parli, perché sia ascoltato. È passata quell’epoca.

Un altro aspetto è stato frequentemente rilevato: l’esercizio della collegialità episcopale. Non è raro sentir dire che essa è diventata un “mito”. Mentre il Vaticano II si era sforzato di inscrivere la collegialità episcopale all’interno e a servizio della comunione della Chiesa e delle Chiese locali, questo “legame” dei vescovi a servizio della missione universale sembra troppo spesso dimenticato. Lo si è percepito bene ultimamente nelle decisioni prese dal solo Centro romano. L’idea di “collegialità” era già un’idea-forza negli scritti di San Cipriano (III secolo). Ma in seguito, essa è quasi scomparsa a favore di una autorità centralizzatrice, dove non mancano motivazioni sottili di “potere” a servizio del bene della Chiesa. È urgente che la collegialità episcopale ritrovi il suo vero posto e abbia tutto il suo spazio nell’animazione e nella missione della Chiesa, soprattutto quando si tratta di decisioni “importanti”.

È stata sottolineata anche una terza dimensione legata a questi avvenimenti: le reazioni di un gran numero di cattolici e di molti altri, senza dubbio con sensibilità molto diverse e per motivazioni molto diverse, se non opposte. È uno degli aspetti più positivi di ciò che è appena successo. In realtà, il Vaticano II ha restaurato una vecchia nozione scomparsa nel corso dei secoli. Quella del “senso della fede” del popolo cristiano, cioè del “senso evangelico” dell’insieme dei battezzati esercitato nella comunione della Chiesa. “Il senso cristiano”, valorizzato a sei riprese dal Vaticano II, spesso non è contestato come principio, ma la sua applicazione resta difficile e non riesce ad imporsi. Ci si potrebbe interrogare, a questo riguardo, sulla ricezione dell’enciclica Humanae vitae (1968), riguardante la regolazione delle nascite.

Evidentemente, l’esercizio del “senso della fede” richiede informazione, riflessione, dibattito. È così che, recentemente, la difesa del Vaticano II, che si riteneva minacciato, ha sollevato moltissime proteste altamente legittime. Importante sarebbe che la comunità cattolica conoscesse i grandi insegnamenti del Concilio la cui ricezione è appena cominciata. Varie diocesi hanno intrapreso una formazione in questo senso.

Molti dei problemi sollevati in questi ultimi tempi riguardano la morale sessuale. Si conosce la discrezione del Vaticano II a questo riguardo: papa Paolo VI si era riservato di intervenire in questo campo. Oggi, ritorna in forza la nozione di “legge naturale”. Vengono sottolineati il suo carattere universale e la sua dimensione profondamente umana. Ma è una nozione che richiede approfondimento, e la nozione stessa di “natura” richiede nuove ricerche. Più immediatamente, per molte persone, sono la novità e la complessità dei problemi e delle situazioni a fare problema: corpo medico, malati colpiti dall’aids, vita di coppia, situazioni di miseria… Lo si è ben visto con “il caso di Recife”. La morale dei puri principi porta a delle decisioni legalistiche che sembrano incompatibili con l’annuncio di una “Buona Notizia”. Una parola “dottrinale” ha poche probabilità di essere tenuta in considerazione.

Che mi sia permesso, infine, dire qualche parola sul contributo dei teologi alla riflessione d’insieme del corpo ecclesiale. Dei teologi tedeschi si sono espressi collettivamente sugli eventi in questione. In Francia questo non è avvenuto. Lo si può deplorare, poiché i teologi devono esercitare una vocazione particolare per il popolo di Dio, senza spirito di polemica, umilmente, a servizio di tutti. Per fare questo, occorrerebbe definirne mezzi e modalità, ma chi ne prenderà l’iniziativa? È innanzitutto il servizio del Vangelo ad essere in questione in queste brevi riflessioni, e non l’opinione di un qualche cristiano in particolare, quale che sia l’importanza delle sue responsabilità. Perché il Vangelo non aspetta.

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