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Vi racconto che significa emigrare

di Predrag Matvejevic’
da Repubblica, 23 luglio 2009

Le cifre nascondono i destini. I numeri non suscitano pietà. Un discorso che c’informa solo su quanti sono sbarcati o annegati nel mare diventa facilmente quantitativo, quasi totalitario. Con ciò non vogliamo dire che non esista un limite insuperabile, una soglia al di là della quale l’economia e la vita del paese, confrontate con la minaccia di crisi e di disoccupazione, non debbano far controllare le frontiere e ridurre l’immigrazione esterna.

Per quanto l’opinione possa apparire ingenua, alcuni elementari riferimenti ai valori – valori culturali, sociali o morali, nonché quelli di umanesimo o di fede – dovrebbero poter trovare il loro posto nell’approccio ai problemi di cui si parla e alla discussione che suscitano non solo da ieri. Soprattutto in un paese la cui tradizione era e rimane malgrado tutto contrassegnata dal cristianesimo.

Ci domandiamo se coloro che sono pronti a corteggiare la Chiesa per motivi scopertamente elettorali e interessi di parte, ricordano certe tradizioni e gli antichi insegnamenti. Se hanno mai letto o sentito (se non è comico domandarlo ancora una volta) le parole della Sacra Scrittura, che sarebbe bene ricordare ogni tanto: «Ama lo straniero e dagli pane e vestito. Amate dunque il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto», potremmo aggiungere per gli Italiani – anche voi foste immigrati nelle Americhe…

Ho trascorso in Italia più di 13 anni dopo la guerra fratricida nei Balcani, insegnando all’Università e scrivendo libri. Mi era sempre sembrata un paese meno xenofobo di tanti altri che avevo visto e visitato. Mi ricordo la gioia provata, più di dieci anni fa, quando il Presidente della Repubblica Scalfaro firmò per me l’atto di cittadinanza italiana, su proposta di amici scrittori dopo la traduzione del mio Breviario mediterraneo (non dimentico neanche in questa occasione i loro nomi – si tratta di Claudio Magris e Raffaele La Capria). Finiva per me un periodo duro che chiamavo “fra asilo ed esilio”. Potevo finalmente navigare, visitare i golfi del Mediterraneo che non avevo visto né descritto nei miei libri. Ero quasi felice…

Imparando la lingua italiana, fui sorpreso scoprendo una molteplicità di termini, affini o quasi sinonimi, che servono per capire alcuni rapporti che c’interessano proprio in questa occasione: migranti, emigrati, immigrati, esiliati, stranieri, profughi, rifugiati, fuggiaschi, sfollati, “asilanti”, deportati, esuli, “esodati” (un termine triste, creato dagli Italiani d’Istria dopo la seconda guerra mondiale), respinti, fuoriusciti (un aggettivo totalitario, usato in epoca mussoliniana), espatriati, espulsi, apolidi ecc., ce ne sono tantissimi. A queste categorie si potrebbero aggiungere varie altre classificazioni: per esempio – clandestini o regolari, con permesso di soggiorno o senza, quelli privilegiati che hanno ottenuto la “cittadinanza” e quelli sfortunati che non l’avranno forse mai.

Il mio traduttore in lingua tedesca non riusciva a tradurre neanche la metà di questi termini citati. «Non esistono da noi», mi diceva. Molti non hanno corrispondenza neanche in francese o in inglese. Il fenomeno è probabilmente legato al fatto che l’Italia produsse nel suo passato una delle più numerose emigrazioni europee. Questo potrebbe forse procurare un’adeguata presa di coscienza e non solo una particolare terminologia.

Per poter passare ad un approccio meno quantitativo, cercando un altro discorso, più qualitativo, potremmo forse proporre due metafore: la zattera e il fagotto. Sulla “zattera”, veicolo che prendono gli emigrati, si sta stretti, ci sono troppi viaggiatori che hanno pagato con i loro risparmi di molti anni per potersi imbarcare (pensiamo quale prezzo rappresenti una cifra che va dai 500 agli 800 euro per chi ne guadagna da 50 a 80 al mese – si tratta dei risparmi di anni interi). Si viaggia nella paura – pensando se si arriverà e, anche a sbarco avvenuto, se si otterrà accoglienza o si verrà ricacciati indietro.

Pensiamo ad una donna educata nella religione islamica, che fino a ieri copriva pudicamente il suo viso, e adesso magari deve fare i suoi bisogni dal bordo del ponte dell’imbarcazione accompagnata dagli sguardi di tanti maschi compagni di viaggio… Il fagotto dell’emigrante contiene le cose più elementari: indumenti di prima necessità, documenti, a volte una foto o un oggetto più personale, legato a un ricordo. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un modestissimo manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione.

Nei secoli abbastanza vicini a noi, l’emigrazione italiana partiva di solito senza libri. Un’indagine che avevo fatto negli Stati Uniti con alcuni colleghi, fa menzione di poche immaginette a colori, di sant’Antonio, della Vergine, di Cristo e spesso di San Nicola che è il patrono di quelli che viaggiano per mare. Solitamente la prima generazione italiana non riusciva a imparare l’inglese, la terza dimenticava l’italiano. Ricordiamoci della battuta di Borges sull’Argentina: «Che bel paese italiano, di lingua spagnola».

La vecchia emigrazione polacca, quella dell’ottocento, era colta: Mickiewicz, Chopin ed tanti altri, nel novecento anche un Gombrowicz o un Czeslav Milosz. Fra le due guerre la letteratura tedesca dell’emigrazione era rappresentata da autori come T. Mann e B. Brecht, solo per citare due casi clamorosi. Fra i cechi c’è stato un Milan Kundera, per riferirsi al periodo successivo alla seconda guerra mondiale. L’emigrazione russa ha avuto tre premi Nobel per la letteratura e almeno un altro grandissimo scrittore: Bunin, Solgenitsyn, Brodskij (amico fraterno, sepolto a Venezia, città cui ha dedicato pagine bellissime), poi Nabokov, forse il più dotato di tutti. Ma erano altri tempi.

Per quanto riguarda una possibile “ricerca qualitativa”, possiamo partire da una sintassi a un tempo particolare e ordinaria, forse usata dagli emigranti di tutti i tempi. È caratterizzata da una specie di sdoppiamento, in cui si distingue fra ” i nostri” e ” i loro”, tra “noi” – giunti da altri luoghi – e la gente “di questo paese”, dove ci troviamo adesso. A ciò corrisponde una singolare topografia: “qui” dove siamo venuti, e “là” da dove siamo dovuti partire. Si può aggiungere un’analoga temporalità che taglia anch’essa in due le biografie: dividendo la vita di “prima” della partenza da quella del “dopo” – fra “un adesso” e “un allora” ossia “una volta”.

Esistono degli emigrati felici? Io non ne ho conosciuti. Ma ho conosciuto molte persone felici di emigrare. Anche questo è un paradosso dell’emigrazione / immigrazione. Gli immigrati / emigrati che vivono accanto a noi sono simili a tutti gli altri espatriati sparsi nel mondo: sono soli, esclusi, rifiutati, talvolta anche divisi fra di loro. Il paese che li ha accolti non è la loro patria e quello che hanno lasciato ha smesso di esserlo, salvo che nel ricordo in cui essi talora continuano a vivere. Forse proprio per questo il discorso sull’emigrazione è spesso un discorso che richiede la consolazione. Ci si consola paragonando il proprio destino a quello altrui, soprattutto a quello di quanti sono rimasti “là”, nella “ex patria”.

All’alba della storia, Plutarco ha scritto a sua moglie una specie di vademecum di “consolazione” molto suggestivo: «Tanti sono stati esiliati. Aristotele era di Stagira, Teofrasto di Efeso, Stratone di Lampsaco, Glicone della Troade, Aristone di Chio, Critolao di Farsalide e, nella scuola stoica, Zenone era di Cisio, Creante di Asso, Crisippo di Sori, Diogene di Babilonia… e tutti se ne sono dovuti andare». E lo storico aggiunge: «Se non fossero partiti, forse non avrebbero fatto quello che hanno fatto». Sono tante le variazioni sul tema della «speranza come pane dell’emigrato». Alcuni rispondono: « E’ un pane con sette croste».

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