Home Europa e Mondo Sudan, la battaglia di Lubna

Sudan, la battaglia di Lubna

di Giacomo Corticelli e Luca Galassi
da www.peacereporter.net

Nessuna decisione è stata presa dalla corte di Khartoum che sta processando la giornalista Lubna Ahmed Al-Hussein. Il processo riprenderà il primo di agosto. L’imputata aveva deciso di non avvalersi dell’immunità che le è stata proposta dai giudici di Khartoum, in quanto impiegata delle Nazioni Unite.

La giornalista Lubna Ahmed Al-HusseinDieci delle tredici donne arrestate con la Hussein in un ristorante di Khartoum all’inizio del mese, sono già state ‘punite’ poiché hanno ammesso la loro ‘colpevolezza’, pur non essendo tutte di religione musulmana. Per aver vestito camicette e pantaloni, sono state inflitte loro ‘solamente’ 10 frustate.

Il crimine d’indossare abiti scandalosi, che offenderebbe i valori e le virtù della società sudanese, viene normalmente punito con 40 frustate, quelle che si ipotizza verranno comminate alle ‘non pentite’.
In un’affollata aula del tribunale nel quale si è svolto il processo, la signora Hussein ha dichiarato: ”mi dimetterò dall’Onu, desidero che questo processo continui”.

”Voglio cambiare questa legge”, continua la giornalista ”perché non è umana e non corrisponde con la sharia”. Nei giorni scorsi la giornalista ha lanciato numerosi appelli e invitato più persone possibili, in particolare osservatori e giornalisti, a seguire il processo. La Hussein è determinata a pubblicizzare il caso il più possibile.

Tuttavia nei giorni scorsi un’altra giornalista, Amal Habbani, è stata accusata di diffamazione dalle autorità per essersi associata alla causa e potrebbe rischiare un’ammenda da 400 mila dollari. Un articolo della Habbani apparso nei giorni scorsi sul giornale Ajrass Al-Horreya e intitolato ”Lubna, un caso di sottomissione del corpo di una donna”, criticava l’autorità giuridica islamista in quanto volta ”all’intimidazione politica per terrorizzare gli oppositori”.

Peacereporter ha contattato telefonicamente Nahid Jabr, che era presente al processo. E’ impegnata con il Seema, Centro per la formazione e la protezione dei diritti delle donne e dei bambini, ed è attualmente una delle più importanti attiviste per i diritti umani in Sudan.

Che cosa ci può dire a proposito della linea assunta dalla signora Hussein di proseguire la sua battaglia per i diritti delle donne?

Lubna ha detto al giudice di non voler avvalersi del diritto all’immunità perché è fortemente intenzionata a supportare i diritti delle donne, vuole contribuire a cambiare la situazione anche perché questa corte è illegittima. Non si tratta infatti di un tribunale normale, dove ci sono dei diritti e l’imputato si può difendere. E’ una corte religiosa e popolare che regola a suo piacimento l’ordine pubblico.

L’attenzione posta dai giornalisti su questo evento è stata molto alta, erano in molti presenti oggi?

C’erano molti media internazionali ad attendere la sentenza, molti leader politici, attivisti dei diritti umani e anche un forte schieramento di polizia. Quest’ultima ha aggredito i giornalisti sequestrando telefoni cellulari e macchine fotografiche. Un cameraman e due giornalisti dei giornali sudanesi Ajrass Al-Horreya e di Al-Medan sono stati arrestati e poi rilasciati.

Cosa comporta la sharia in Sudan per le donne per quanto riguarda l’abbigliamento?

Vivo in un paese multietnico e multiconfessionale, per me questo processo non è il risultato della sharia poiché non ci sono considerevoli legami tra i vestiti e la legge islamica. La questione riguarda piuttosto il diritto alle scelte personali e i diritti delle donne, di cui Lubna rappresenta solo un esempio.

La situazione è ora molto critica. In caso di condanna, la comunità internazionale assisterà all’avanzare di una dittatura islamica. Se venisse dichiarata innocente potrebbero scoppiare dei conflitti interni allo Stato, perché verrebbe delegittimato il potere degli integralisti islamici che costituiscono una parte considerevole del potere nella città.

E’ un clima teso e intimidatorio quello che si respira in Sudan. La giurisdizione islamica introdotta nel 1991 solo nel nord del paese, è stata resa valida anche per i non musulmani della capitale in seguito agli accordi di pace del 2005, stipulati tra ribelli del sud e governo centrale. Per anni Lubna Al-Hussein ha coraggiosamente criticato, dalle colonne della rivista Men Talk, i metodi fondamentalisti del regime e l’oppressione delle donne nella società sudanese.

Secondo un comunicato dell’Arabic Network for Human Rights Information (Anhri), le accuse mosse alla coraggiosa donna sarebbero un pretesto per ”spezzare una penna libera”. La disciplina di derivazione coranica imposta in Sudan è una delle più discriminatorie nei confronti delle donne: sembra che l’obiettivo della legislazione sia quello di colpire studentesse e lavoratrici, al fine di isolarle il più possibile dalla partecipazione nella sfera pubblica.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.