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Dossier RU486

di Simone Luciani, Econews
da www.micromega.net

Fra polemiche, dati ufficiali e non ufficiali, scomuniche e invettive arriva anche in Italia la pillola abortiva. Dopo quasi due anni, l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha dato il via libera definitivo all’impiego della RU486, che avverrà in ospedale (alternativamente all’intervento chirurgico e sulla base della scelta della paziente), nel rispetto della legge 194 e attraverso il ricovero della donna che, stando alle indicazioni dell’Agenzia, dovrà durare fino alla completa espulsione del feto, e dunque anche per 15 giorni.

Mentre negli altri paesi, in genere, l’impiego è consentito entro la nona settimana di gravidanza, in Italia il limite è fissato alla settima per maggiori garanzie per la salute della donna. Tra i primi a sperimentare la pillola abortiva, fra contrasti con l’allora Ministero della Salute, denunce, inchieste della magistratura (poi archiviate) è stato il ginecologo dell’Ospedale Sant’Anna di Torino e dirigente radicale Silvio Viale, considerato il “padre adottivo” della RU486 in Italia.

Ascolta l’intervista a Silvio Viale realizzata da Alessandro Danese

Il lunghissimo iter di approvazione partì nel novembre del 2007, quando la Exelgyn, la piccola ditta farmaceutica francese che produce la pillola, richiese l’immissione in commercio in Italia attraverso la procedura del mutuo riconoscimento (ossia, uno stato europeo può immettere in commercio un farmaco attraverso la documentazione già prodotta e approvata in altri stati membri). L’iter sarebbe dovuto durare 90 giorni, ma l’approvazione è arrivata solo il 31 luglio 2009.

Tra le cause dei ritardi, questioni esterne come l’inchiesta che travolse l’Aifa nell’estate scorsa e rallentamenti burocratici nella procedura di mutuo riconoscimento a livello europeo. Ma anche un dossier inviato dal Ministero del Welfare su alcuni decessi causati dalla molecola della RU486 e non conteggiati nei dati ufficiali, che parlano di 16 morti. Nel dossier si fa invece riferimento a 29 vittime.

La Exelgyn ha più volte spiegato che i decessi in più sono stati causati dall’assunzione di dosaggi sconsigliati e fuori controllo, e nessun paese che abbia adottato la pillola ha ritenuto di dover tenerne conto. Attenendosi ai dati ufficiali, dunque, la mortalità di questo farmaco si aggirerebbe attorno all’1 per 100.000. Pur essendo più rischioso dell’intervento chirurgico, l’aborto medico ha dunque un rischio molto contenuto, e la RU486 è perfettamente in media con altri farmaci potenti, come conferma nel 2003 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Tuttavia, c’è chi non è convinto, soprattutto nel mondo cattolico. Le ragioni di queste perplessità spiegate da Lucio Romano, ginecologo all’Università Federico II di Napoli e copresidente dell’associazione cattolica Scienza&Vita: ascoltalo ai microfoni di Econews.

Tuttavia, la gran parte del mondo scientifico è di parere opposto. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e componente del Comitato Nazionale per la Bioetica, è uno dei maggiori farmacologi italiani, e spiega perché si tratti di un farmaco sicuro e perché l’Aifa ha impiegato quasi due anni per autorizzarne l’immissione in commercio.

Ascolta l’intervista a Silvio Garattini realizzata da Simone Luciani

Sul piano etico, invece, il dibattito è molto acceso. Soprattutto da parte del mondo cattolico, ma non solo, esistono forti perplessità su due ordini di problemi: il primo è una presunta banalizzazione dell’aborto, che diverrebbe più facile (in realtà, negli Stati in cui è stata introdotta la RU486 non si è registrato un aumento delle interruzioni di gravidanza).

Il secondo riguarda invece la presunta “solitudine” in cui verrebbe lasciata la donna da parte delle istituzioni. Sul piano etico si esprime Maurizio Mori, ordinario di Bioetica all’Università di Torino e presidente della Consulta di Bioetica.

Ascolta l’intervista a Maurizio Mori realizzata da Simone Luciani

Nel frattempo, il dibattito politico impazza e gli schieramenti si dividono. Da parte conservatrice si parla di incompatibilità della RU486 con la 194, da parte progressista si difende la scelta dell’Aifa, e il Governo, con la Sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, pensa addirittura a delle linee guida sulla legge sull’aborto. Dorina Bianchi, cattolica, già relatrice della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita, è oggi capogruppo del Partito Democratico in Commissione Igiene e Sanità del Senato.

Ascolta l’intervista a Dorina Bianchi realizzata da Simone Luciani

Post scriptum: l’aborto in Italia

L’ultima relazione annuale al Parlamento sull’applicazione della legge 194 è stata presentata solo qualche giorno fa dal Ministero del Welfare. Anche nel 2008 è confermato il trend di diminuzione delle interruzioni di gravidanza, che scendono a 121 mila, contro le 126 mila del 2007. Rispetto al 1982, anno di maggior diffusione del fenomeno, gli aborti sono quasi dimezzati. Inoltre, questo dato è fortemente influenzato dal maggior ricorso all’aborto da parte delle donne straniere, che rappresentano quasi un terzo di coloro che si sono sottoposte a interruzione di gravidanza.

Quasi nulla è la percentuale delle donne che si sono sottoposte al così detto aborto ripetuto, e cioè hanno interrotto la gravidanza per 3 o più volte nel corso della loro vita. Esplode, invece, il numero dei ginecologi che fanno obiezione di coscienza, che tocca il 70,5% del totale, con punte, in alcune regioni, anche dell’85%.

Nel complesso, però, la legge 194 ha dimostrato, secondo pareri quasi unanimi, di poter funzionare bene, sia nell’obiettivo di riduzione degli aborti sia nel rispetto delle scelte della donna. Lo conferma anche Carlo Flamigni, il decano dei ginecologi italiani.

Ascolta l’intervista a Carlo Flamigni realizzata da Simone Luciani

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Come funziona la pillola abortiva
di Adele Sarno

Dopo cinque anni di polemiche, la RU486 arriva anche in Italia. La molecola con cui è possibile praticare l’aborto farmacologico ha ricevuto l’autorizzazione dell’Agenzia italiana per il farmaco per essere messa in commercio nelle strutture ospedaliere di tutto il Paese. Il Consiglio di amministrazione dell’Aifa l’ha approvata a maggiornanza.

E così, da oggi, una donna che decide di abortire nelle prime settimane di gravidanza avrà la possibilità di scegliere tra l’aborto chirurgico e quello farmacologico, come quasi in tutta Europa. Sempre nel rispetto della Legge 194, che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese. La cosiddetta pillola abortiva potrà essere somministrata solo in ambito ospedaliero e con obbligo di almeno un giorno di ricovero. Insomma non sarà un farmaco da utilizzare a casa, lontano dal controllo medico. Ci vorranno 14,28 euro per acquistare dalla casa produttrice Exelgyn la confezione da una compressa di Ru486 e 42,80 per quella da tre.

Come funziona l’aborto farmacologico

L’aborto farmacologico è un’opzione non chirurgica per le donne che intendono interrompere la gravidanza entro la settima settimana. “Il farmaco che si somministra – spiega il professor Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di Ginecologia e ostetricia – si chiama mifepristone (Ru486 è il suo nome commerci
ale) e agisce sul progesteone, un ormone che favorisce e assicura il mantenimento della gravidanza per le sue diverse azioni sulle strutture uterine, bloccandone l’azione”. Per aumentare l’efficacia della molecola – si legge sul dossier dell’Aifa RU486: efficacia e sicurezza di un farmaco che non c’è – serve un’altra sostanza: la prostaglandina (il prodotto più usato è il misoprostol). L’associazione mifepristone/misoprostol rappresenta la modalità più diffusa per l’induzione dell’aborto medico ed è stata inserita nell’elenco dei farmaci essenziali per la salute riproduttiva dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006.

Si assumono due compresse

“In pratica la paziente assume due farmaci: il mifepristone prepara il terreno e la prostaglandina, somministrata due giorni dopo, provoca l’espulsione del materiale abortivo entro poche ore. In qualche caso – aggiunge Silvio Viale, il medico che ha condotto la sperimentazione della Ru486 all’Ospedale Sant’Anna di Torino – l’espulsione può verificarsi già prima dell’assunzione della prostaglandina o nei giorni successivi. Una seconda dose di prostaglandina riduce la percentuale di espulsioni tardive e aumenta l’efficacia”. L’espulsione del materiale abortivo avviene mediante sanguinamento e contrazioni. In pratica è come se si avesse il ciclo mestruale, per alcune donne è più intenso per altre meno. Rispetto ai metodi tradizionali l’aborto con la Ru486 non richiede né anestesia né l’intervento chirurgico e, se usata correttamente, funziona nel 95% dei casi. Qualora non funzioni si deve poi ricorrere al raschiamento tradizionale.

La differenza con la pillola del giorno dopo

“Non è un contraccettivo ma un abortivo – afferma la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell’H. San Raffaele Resnati di Milano – questo deve essere chiaro a tutti”. Il mifepristone, il vero nome della Ru486, si differenzia dalla pillola del giorno dopo (Levonorgestrel), che è solo un contraccettivo ad alto dosaggio, sia per i tempi di assunzione, sia per il meccanismo di azione. “La pillola abortiva infatti – spiega l’esperta – interferisce con i recettori per il progesterone, bloccandoli: impedendo l’azione di questo ormone protettivo della gravidanza, induce un aborto chimico. Inibisce lo sviluppo dell’embrione e favorisce il distacco ‘a stampo’ del sacco che contiente l’emrbione dalla mucosa interna dell’utero (l’endometrio), su cui proprio l’embrione si radica, con un meccanismo simile alla mestruazione”.

I suoi effetti

Gli studi condotti – si legge sul dossier Aifa – riportano una serie di effetti collaterali legati principalmente all’utilizzo delle prostaglandine: il dolore di tipo crampiforme che può variare da nulla a forte e aumenta in prossimità dell’espulsione, riducendosi nettamente subito dopo. Poi nausea (34-72%), vomito (12-41%) e diarrea (3-26%). Il sanguinamento, massimo al momento dell’espulsione, è variabile per quantità e durata, con perdite ematiche che persistono per almeno una settimana e, in forma ridotta, anche più a lungo. Le complicanze severe sono rare e riconducibili al sanguinamento importante con necessità di emostasi chirurgica (0,36-0,71%). In pratica gli effetti collaterali ci sono, ma sono minori rispetto all’aborto chirurgico.

Le differenze con l’aborto chirurgico

L’aborto chirurgico, praticato legalmente in Italia da trent’anni, prevede un intervento con anestesia e ricovero. La donna deve formulare una richiesta scritta, controfirmata da un medico non obiettore. “L’operazione – spiega il dottor Viale – prevede lo svuotamento dell’utero in anestesia locale o generale. Ma non bisogna dimenticare che possono esserci delle complicazioni (come il sanguinamento) sebbene il dolore immediato sia attutito dall’anestesia”. Anche il coinvolgimento della donna fa la differenza. “La paziente che sceglie l’aborto farmacologico – conclude il ginecologo – è più autonoma nell’atto. È lei infatti che assume il farmaco. Nell’aborto chirurgico invece l’azione è delegata al medico e la sofferenza attutita dall’anestesia”.

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