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Afghanistan, bambini insorti e cetrioli esplosivi

di Enrico Piovesana
da www.peacereporter.net

“Qual’era la colpa dei miei bambini innocenti? Non erano talebani! Gli stranieri sono venuti qui per ricostruire il nostro Paese o per uccidere i nostri figli innocenti?!”. Abdul Rahim piange aggrappato alle sbarre del furgoncino nel quale riposano i piccoli corpi senza vita dei suoi due figli di pochi anni, uccisi martedì notte, assieme a un altro bambino e un uomo, dai missili sparati da un elicottero militare statunitense sul villaggio di Kowuk, nella valle di Arghandab, una ventina di chilometri a nord di Kandahar. Attorno al furgone, parcheggiato davanti al palazzo del governatore, un centinaio di parenti e amici di Abdul Rahim e delle altre vittime urlano “Morte all’America! Morte agli infedeli!”. Tra loro Haztat Mohammad, che ai giornalisti locali dice che gli elicotteri sono arrivati attorno all’una di notte, e hanno sparato con le mitragliatrici prima di lanciare due missili. Dinamica confermata dal comando militare Usa a Kabul, secondo cui, però, gli obiettivi erano insorti che stavano piantando una mina.

Il giorno dopo, verso la mezzanotte di mercoledì, cinque contadini del distretto di Zahri, trenta chilometri a ovest di Kandahar, stavano caricando casse di cetrioli nel bagagliaio di una macchina per portarli il mattino dopo al mercato. Con il caldo che fa in questa stagione, si lavora meglio di notte che di giorno. All’improvviso è arrivato un elicottero Apache dell’esercito statunitense, che ha aperto il fuoco con la mitragliatrice, facendo a pezzi i contadini, la macchina e i loro cetrioli. Secondo il comando militare Usa erano insorti che caricavano casse di munizioni. “Come possono fare questi errori?”, si chiede Niaz Mohammad Sarhadi, capo della polizia di Zahri. “I piloti degli elicotteri indossano binocoli a infrarossi!”.

La mattina di quello stesso giorno, nella vicina provincia di Helmand, un’intera famiglia di Garmsir stipata sul rimorchio di un trattore stava andando a una festa di matrimonio. Le ruote del mezzo hanno pestato una mina piantata dai talebani sul bordo della strada. L’esplosione ha fatto saltare in aria trattore e rimorchio, uccidendo due bambini, due donne e un uomo della famiglia.
Le mine artigianali talebane – ordigni esplosivi improvvisati (Ied) nel gergo militare – stanno facendo strage di civili nel distretto di Garmisr, occupato a inizio luglio da quattromila marines. Lo stesso accade in tutti gli altri distretti dove le truppe Nato statunitensi o britanniche sono arrivate in forze e dove, quindi, i guerriglieri piantano centinaia di mine e sferrano attacchi suicidi senza sosta. Ma la rabbia della popolazione civile non è indirizzata verso i talebani.

“Le mine e i kamikaze che colpiscono anche noi civili sono diretti contro i soldati stranieri. Tutto questo non accadrebbe se loro non ci fossero. Più soldati ci sono, più queste cose succedono!”, racconta un anziano, ferito in un attacco suicida a Grishk e ora ricoverato all’ospedale di Emergency a Lashkargah. “Una maggiore presenza delle truppe straniere non ci aiuta. Anzi, ci mette tutti in pericolo. L’attentato nel quale sono rimasto ferito non sarebbe avvenuto se nel mio villaggio non ci fossero stati tutti quei soldati stranieri”, protesta un giovane nel letto accanto, anche lui vittima dello stesso attentato.
E la Nato, senza accorgersene, dà loro ragione. In un video di propaganda alleato sugli ordigni esplosivi improvvisati dei talebani che quest’anno hanno già ucciso oltre quattrocento civili afgani, viene apertamente affermato (al minuto 1′ 13”) che “più aumenta il numero di truppe in Afghanistan, più aumenta quello delle mine piantate dagli insorti”…

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