Home Europa e Mondo AUNG SAN SUU KYI CONDANNATA, MYANMAR SEMPRE PIÙ ISOLATO

AUNG SAN SUU KYI CONDANNATA, MYANMAR SEMPRE PIÙ ISOLATO

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Il verdetto tutto politico nel processo messo in piedi nella ex Birmania, ai danni del premio Nobel Daw Aung San Suu Kyi, è stato emesso ieri, con qualche giorno di ritardo, da un tribunale di Yangon. Nonostante la scontata sentenza di colpevolezza, alla leader del partito di opposizione “National League for Democracy” sono stati risparmiati la detenzione e i lavori forzati che si prospettavano minacciosamente. I 18 mesi di arresti domiciliari inflitti ad Aung San Suu Kyi rischiano in ogni caso di peggiorare ulteriormente le relazioni tra la giunta militare del Myanmar e i governi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, proprio in un momento nel quale a Washington sembrava essere in corso un processo di revisione della tradizionale politica di sanzioni economiche e di duro confronto politico.

La leader democratica birmana era stata trasferita dalla sua abitazione, dove ha trascorso agli arresti domiciliari 14 degli ultimi 20 anni della sua vita, al famigerato carcere per detenuti politici di Insein, presso la ex capitale Yangon, il 13 maggio scorso. L’accusa di aver violato i termini della detenzione era stata sollevata dopo che un 53enne americano del Missouri – John Yettaw – aveva attraversato a nuoto il lago Inya, fino ad introdursi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi, che gli aveva dato ospitalità per due notti. Lo stesso cittadino statunitense era stato successivamente arrestato e, secondo fonti diplomatiche, pare essere stato condannato a sette anni di lavori forzati.

La sentenza emessa ai danni di Aung San Suu Kyi è stata in realtà di tre anni di carcere e lavori forzati (cinque anni era la pena massima che rischiava), ma è stata commutata in un anno e mezzo di arresti domiciliari. L’arresto a metà maggio era giunto proprio alla vigilia della fine di una precedente condanna più volte prolungata. La mossa del regime birmano era apparsa unanimemente come una macchinazione per impedire alla carismatica leader dell’opposizione di partecipare alle elezioni politiche in programma per il prossimo anno e che dovrebbero conferire una legittimazione pseudo-democratica alla giunta militare guidata dal generale Than Shwe.

“Dal mio punto di vista, Aung San Suu Kyi è innocente e dovrebbe essere scagionata”, aveva dichiarato alla vigilia della sentenza il suo avvocato, U Nyan Win. “Tuttavia, questo è un caso politico e le autorità prenderanno una decisione da un punto di vista politico. Personalmente, non ho mai assistito ad una sentenza di proscioglimento in un caso politico”. Da settimane “preparata al peggio”, Aung San Suu Kyi potrà a breve tornare presso la propria abitazione dove venne costretta per la prima volta nel luglio del 1989. L’anno successivo, il suo partito vinse le elezioni parlamentari, conquistando 392 dei 489 seggi in palio, ma la consultazione venne immediatamente annullata dalla giunta militare.

La situazione interna del Myanmar è stata frequentemente al centro del dibattito politico americano quest’anno, fin dall’insediamento dell’amministrazione Obama. In particolare, il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton qualche mese fa aveva prospettato una possibile inversione di rotta nei confronti del regime militare, dopo che la strategia basata esclusivamente sulle sanzioni non aveva dato alcun frutto. Nel corso di un suo viaggio in Tailandia a fine luglio però, l’ex first lady aveva inasprito i toni, mettendo in guardia l’occidente da un possibile accordo di fornitura di armi nucleari tra la Corea del Nord e il Myanmar, ma anche puntando il dito contro le persistenti violazioni dei diritti umani in quest’ultimo paese.

La scorsa settimana infine, una dichiarazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano aveva lasciato nuovamente intravedere un possibile spiraglio per il dialogo, vincolato tuttavia alla liberazione immediata di Aung San Suu Kyi e degli oltre due mila detenuti politici: “La porta rimane aperta per il regime. Non è troppo tardi per mostrare rispetto nei confronti delle aspettative del popolo birmano e della comunità internazionale e per fare un passo avanti verso il dialogo dopo tanti anni di isolamento”.

Il governo democratico della Birmania, resasi indipendente dalla Gran Bretagna nel 1948, venne rovesciato nel 1962 da un colpo di stato militare guidato dal generale Ne Win. Una serie di proteste e manifestazioni contro il regime iniziarono a diffondersi per il paese nel 1988, finché, in seguito anche alle pressioni occidentali, nel 1990 vennero indette le prime elezioni libere in quasi tre decenni di storia del paese. Come già ricordato, la vittoria a valanga della National League for Democracy di Aung San Suu Kyi, alla quale sarebbe spettato l’incarico di Primo Ministro, non venne riconosciuta dalla giunta militare che si rifiutò di cedere il potere ad un governo democratico.

Da allora in Birmania il dissenso è stato duramente represso e i partiti di opposizione esclusi dalla discussione politica in un parlamento continuamente convocato e regolarmente aggiornato. Duramente colpito nel maggio 2008 dal ciclone Nargis che fece più di 200 mila morti, il Myanmar si aprì per un breve periodo all’occidente permettendo alle organizzazioni non governative e alle varie agenzie dell’ONU di prestare i soccorsi necessari. Per il 2010 infine sono programmate le elezioni, teoricamente aperte a tutti i partiti. Una clausola del referendum costituzionale approvato nel maggio 2008 avrebbe tuttavia reso impossibile la corsa alla presidenza del Myanmar anche ad una Aung San Suu Kyi non costretta agli arresti domiciliari, in quanto sposata con un cittadino straniero. Il marito di Aung San Suu Kyi, deceduto nel 1999, era infatti cittadino britannico.

Le possibilità di un riavvicinamento a breve scadenza tra il Myanmar e i paesi occidentali, nonostante la relativa maggiore disponibilità al dialogo dell’attuale amministrazione americana rispetto alla precedente, riposano in realtà in gran parte sull’atteggiamento della Cina. In una relazione che per molti versi ricorda quella tra Pechino e la Corea del Nord, i rapporti bilaterali tra Cina ed ex Birmania sono storicamente molto stretti. Gli aiuti militari ed economici, nonché il supporto diplomatico, forniti dalla Cina risultano vitali per il Myanmar che fu, tra l’altro, il primo paese non comunista a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare nel 1950, un anno dopo la sua fondazione.

I due paesi firmarono un trattato di amicizia e non aggressione già nel 1954, anche se le relazioni migliorarono ulteriormente negli anni Settanta e ancora sul finire del decennio successivo, quando Pechino e Rangoon stipularono un accordo commerciale e militare. L’influenza cinese sul Myanmar divenne ancora più profonda in seguito agli eventi politici nel 1990, quando la comunità internazionale cercò di isolare la giunta militare al potere. Da parte sua la Cina, nonostante le pressioni occidentali, mantiene un basso profilo a livello ufficiale nei confronti del Myanmar. Il paese indocinese infatti continua ad essere una fondamentale fonte di approvvigionamento di petrolio e gas naturale, mentre dal punto di vista geo-politico i porti e le installazioni navali birmane consentono alla Cina di estendere la propria influenza su una regione strategicamente molto delicata, come quella del Golfo del Bengala.

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