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Insegnamenti dall’Innse

di Gianfranco Pagliarulo
da www.aprileonline.info

La protesta simbolica è stata pacifica, ha utilizzato con intelligenza gli strumenti mediatici, mantenendo però un fortissimo ancoraggio alla realtà. Essa ha determinato una catena solidale, come non si vedeva da tempo, che non va affatto sottovalutata, perché ha spezzato il meccanismo dominante ove, dietro la retorica del lavoratore come “imprenditore di se stesso”, si svela la solitudine del dipendente contro l’imprenditore, l’invito alla concorrenza fra lavoratori, la tendenza ai bassi salari e l’aleatorietà del rapporto di lavoro

Vale la pena avviare una riflessione sulla conclusione della vicenda Innse, per capire se e cosa ci insegna l’attuale vittoria di quei lavoratori. Provo a riepilogare: la Innse è una fabbrica “classica”, da metalmeccanici (a tempo indeterminato) degli anni settanta. La Innse non ha problemi particolari né di produzione né di mercato. Il vecchio imprenditore decide la chiusura, meglio, la vendita ad altri a cui interessano solo i macchinari, il che comporta la chiusura dell’azienda e la disoccupazione per i dipendenti. Dopo una lunga lotta, la forma “estrema” che essa assume è questa: un piccolo gruppo di operai, assieme a Roberto Giudici, sindacalista della Fiom di Milano, sfugge alle maglie del blocco della forza pubblica (presente a difesa degli interessi del padrone), e sale sul carro ponte, dando vita così ad una protesta tanto clamorosa quanto pacifica. Le trattative vanno avanti mentre la vicenda assume un valore nazionale grazie all’impatto mediatico della notizia degli operai asserragliati sulla gru, fino a quando l’imprenditore Attilio Mario Camozzi perfeziona l’acquisto e si impegna a rilanciare l’azienda. Questi – mi pare – i fatti.

Considerazioni: la protesta simbolica è stata “pacifica”, diversamente da altre situazioni per alcuni aspetti analoghe avvenute in Francia e Germania, ove gruppi di lavoratori hanno “sequestrato” i manager. La protesta è stata seguita dal sindacato, che non ha mai perso il rapporto con i combattivi lavoratori. Essa ha determinato una catena solidale, come non si vedeva da tempo, che non va affatto sottovalutata, perché ha spezzato il meccanismo dominante ove, dietro la retorica del lavoratore come “imprenditore di se stesso”, si svela la solitudine del dipendente contro l’imprenditore, l’invito alla concorrenza fra lavoratori, la tendenza ai bassi salari e l’aleatorietà del rapporto di lavoro.. La protesta ha utilizzato con intelligenza gli strumenti mediatici, mantenendo però un fortissimo ancoraggio alla realtà: tutto il contrario di un modo oramai trasversale di far politica spesso limitato ad una presenza mediatica sostanzialmente priva di un collegamento reale. Tutto ciò avviene a Milano, e cioè in un luogo metropolitano che più di altri rappresenta i moderni nessi fra produzione, finanza e spesso speculazione edilizia, dove da anni (decenni?) la vita sociale sembra “normalizzata”, e il conflitto ne appare una patologia e non una fisiologia. La presenza della forza pubblica in una lotta di fabbrica non è certo nuova, ma apre inquietanti interrogativi sul ruolo del Ministero dell’Interno in una vicenda in cui si dava per scontata (o si voleva?) la soluzione della chiusura. Il che conferma, com’è ovvio, l’assoluta parzialità delle scelte di questo governo, che ha sempre ignorato, come i precedenti governi di destra, gli art. 41 e 42 della Costituzione (“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.), evocando addirittura, nei primi anni del millennio, la possibilità di modificarli.

La vicenda Innse può insegnare qualcosa per le future lotte a difesa dell’occupazione, e non solo? Sembrerebbe di sì, visto quello che sta succedendo alla Cim di Marcellina. Ma ciò su cui forse occorre ragionare in particolare riguarda le possibilità che si aprono nel settore del lavoro precario, dove lo sciopero è spesso difficilmente praticabile per l’immediato ricatto per il posto di lavoro. Il precedente degli “invisibili”, a cavallo fra il 900 e gli anni duemila, è utile; ma quella forma di presenza mediatica era prevalentemente propagandistica e svincolata da una vertenza concreta per una soluzione concreta. L’esperienza della Innse contiene questo “plus”. Lo sciopero non è necessariamente una forma di lotta obsoleta. Ma oggi appare che si possono praticare forme altre di lotta pacifiche e non necessariamente “violente”. Il corollario è che questo è tanto più possibile quanto più c’è la copertura e l’impegno diretto del sindacato e dei sindacalisti. Non convince la contrapposizione fra forme di lotta morbide e dure. Meglio sarebbe parlare di forme di lotta più o meno efficaci, riflettendo in particolare per il mondo del precariato che sta attraversando come uno tsunami l’intero sistema dei rapporti di lavoro nel nostro Paese. Per tutte queste ragioni la conclusione della vertenza Innse è essenziale, perché ha rotto l’incantesimo della presunta inevitabilità delle chiusure delle aziende e dei licenziamenti e ha confermato la possibilità di tornare a vincere.

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