Home Politica e Società Se una società è sessista, è iniqua

Se una società è sessista, è iniqua

di Cristina Papa ⋅
da www.womenews.net

Domande a Monica Lanfranco a partire dal suo ultimo libro “Letteralmente femminista. Perché è ancora necessario il movimento delle donne” (edizioni Punto rosso).

1)Una volta si diceva che l’unica rivoluzione realmente riuscita del secolo scorso fosse quella femminista. Credi ancora che questa affermazione sia vera?

Credo che si dicesse, e si dica ancora, che quella femminista fosse l’unica rivoluzione nonviolenta che ha coinvolto ( e che chiama al coinvolgimento anche oggi) almeno la metà del genere umano. Sono convintissima che sia ancora vera, e aggiungo: penso che sia il principale motore propulsore del cambiamento e delle lotte contro ogni forma di totalitarismo e fondamentalismo. Se una società è sessista è di fatto, e nel modo più ecclatante, una società iniqua. La storia dell’umanità indica con chiarezza che è nell’intreccio tra valori patriarcali, sistemi dittatoriali e fanatismo religioso che germoglia la violenza di maschile sulle donne, e con essa la discriminazione e l’arretramento delle condizioni sociali e culturali di una collettività. Non è un caso che alla base di tutte e tre le strutture simboliche citate (il patriarcato nella sfera delle relazioni, la dittatura in quella sociale e il fondamentalismo nell’ambito della fede) le caratteristiche comuni siano il dominio, la mancanza di democrazia e la logica del nemico e della sopraffazione. Il collante non secondario è l’alimentazione di un clima di paura verso ciò che non si conosce e non si vuole conoscere, identificando in chi è estraneo il capro espiatorio sul quale far ricadere ogni responsabilità, badando bene di non dare alla popolazione gli strumenti per debellare la paura, come l’istruzione, la conoscenza, l’emancipazione e l’autodeterminazione.
Oggi l’Italia vive una dimensione di limite pericolosissimo, in bilico tra l’invocazione della legge del taglione per i violenti, e la tolleranza per la violenza stessa, quella delle discoteche e della velocità alimentata dai modelli televisivi, delle tifoserie violente che fomentano odio assurdo per i colori degli altri o per la polizia, quella che ormai si dà per scontata tra i giovani, e in particolare i giovani maschi: non è forse il nostro presidente del consiglio ad aver dichiarato alla stampa che ‘lo stupro è inevitabile’? Inevitabile per tutti gli uomini, in quanto tali? Come è possibile che un capo di governo europeo faccia affermazioni di questo tipo? Contemporaneamente è peggiorata, proprio perché immagine e condizione materiale delle donne sono indicatori fondamentali dello stato di salute della società, la concezione e la considerazione delle donne in carne ed ossa. Cinquantanni fa si diceva puttane o madonne, oggi ci sono le veline, indicate come un modello vincente, ma la sostanza non è molto cambiata.

2) E cosa credi abbia determinato questo arretramento?

Come moltissimi altri aspetti della politica e della cultura di questo paese, che ha poca memoria e scialacqua e dissipa i suoi beni, c’è una grande responsabilità da parte di chi ha sottovalutato la necessità di trasmettere i saperi, i diritti e i percorsi che li hanno resi possibili. Di certo la sciagurata stagione degli anni ’80, con la quale ha avuto inizio la profonda crisi della sinistra e poi anche quella dei movimenti delle donne, dopo la stagione della conquista dei diritti, ha determinato una lenta ma inesorabile mutazione antropologica. L’avvento della tv commerciale, la velocità della tecnologia, lo stacco generazione reso anche più profondo tra persone native digitali e non, l’accelerazione di mutamenti politici radicali che hanno ribaltato i paradigmi precedenti ha trovato la sinistra impreparata a questo cambiamenti. _ Anche parte dei movimenti di donne italiane, a mio parere, non ha tenuto conto dell’importanza di una sottovalutazione dei cambiamenti, o non ne ha voluto tenere conto. Vanno benissimo gli women’s studies, restano interessanti gli approfondimenti teorici, ma quello che a mio parere è successo di grave è che sia la politica sia la parte più accademica dei femminismi ha tralasciato di continuare a osservare cosa stava accadendo in questo paese: si stava, infatti, organizzando l’avvento di una soffice dittatura dell’ignoranza e del particolarismo localista, che ovviamente avrebbe portato alla cancellazione delle grandi acquisizioni di pari opportunità e cittadinanza di genere anche nelle relazioni tra i sessi.
Oggi scontiamo tutto questo, assieme anche alla fortissima sottovalutazione generale dei movimenti progressisti dell’impatto e dell’importanza dei mezzi di comunicazione. Ricordo, nella mia piccola esperienza, di essere stata più volte sbeffeggiata da molte donne di vari gruppi quando offrivo la mia competenza per la formazione sulla comunicazione e l’informazione. Sostenevo che non era sufficiente costruire iniziative, ma che era vitale saperle comunicare e diffondere. Mi si diceva che era poco importante. Questa sottovalutazione ha permesso che molto del patrimonio dei movimenti sia andato non solo perduto nel tempo, ma anche non conosciuto laddove invece sarebbe stato possibile anche quando si stava sviluppando l’iniziativa stessa.

3)Diciamo sempre che non abbiamo saputo trasmettere la nostra eredità alle donne più giovani, non ti viene mai l’idea che forse in realtà l’abbiano accettata, come si dice, con beneficio di inventario? E che certi modelli, certe dicotomie, come quella di dover scegliere tra carriera e famiglia, tra tempo per sé e tempo di cura, tra amore e sottomissione alla fine non fossero tanto appetibili come eredità?

In parte riprendo quello che ho già scritto sul gap di comunicazione, ovvero sulla difficoltà e sulla sottovalutazione della necessità di comunicazione e di trasmissione. Quanto alle dicotomie, esse sono quelle che la società così come era e come è pone davanti agli uomini e alle donne. Alcune scuole di pensiero indicano come possibile e migliore la strada della conciliazione tra queste dicotomie, altre propugnano una critica radicale ai cliché sessisti che sarebbero alla base dei modelli culturali per donne e uomini. Da una parte sogno una società nella quale ogni essere umano, indipendentemente dal suo sesso, possa decidere la strada per a sua realizzazione e serenità; dall’altra so bene che fino a che sono i valori della produzione (e del capitale) a primeggiare su quelli della riproduzione (e quindi della relazione, della cura, della vita in tutte le sue sfumature) so bene che la potenzialità generativa femminile sarà sempre un handicap per il nostro genere. Di fatto si esalta in teoria la maternità, ma questa diventa poi un boomerang nel mondo vero, nella società della politica come in quella del lavoro.

4)Non credi che il femminismo storico, se possiamo definirlo così, abbia finito per abbandonare alcuni terreni che, forse, hanno segnato l’inizio della fine?

Una mostra sul Governo vecchio fatta a Roma qualche anno fa esponeva l’agenda delle riunioni dei diversi gruppi e i temi degli incontri. Faceva impressione vedere la ricchezza, e la capacità di trovare le relazioni tra temi tanto complessi e apparentemente poco connessi (dall’ambiente all’economia, dalla scienza alla storia, dalla politica alla salute e alla sessualità) se confrontata con il relativo impoverimento della capacità di rileggere il mondo che mi sembra contraddistingua il femminismo di oggi. Soprattutto per quanto riguarda la tendenza alla frammentazione e alla “mono” cultura politica. Che ne pensi?

5)Le figure a cui riconosci un debito sono tutte, tranne forse le donne del presidio NoDal Molin, del secolo scorso. Credi che questi modelli possano essere punti di riferimento per le giovani? Non credi che in questi ultimi 10 anni ci siano state esperienze di giovani donne da valorizzare e forse da cui lasciarsi interrogare, anche per capire dove abbiam
o sbagliato?

Da quando ho scelto di definirmi come femminista e attivista per i diritti umani delle donne ho cercato di dire, specialmente alle donne più giovani, che la forza di ciascuna sta anche nel sapersi collegare e ispirare ad altre donne, sia viventi come del passato remoto. Una delle mie maestre più importanti sia nello stile che nelle scelte di percorso è viva e si chiama Lidia Menapace; in entrambi i libri scritti con Maria Di Rienzo, Donne disarmanti e Senza velo abbiamo avuto cura, uniche in Italia su questi temi, di citare e raccontare le storie di donne contemporanee di tutto il mondo, alcune delle quali ho avuto il privilegio di conoscere direttamente e con cui sono in contatto. Nei due anni di corso universitario che ho svolto a Parma ho proposto solo testi di donne viventi e ho portato le e gli studenti a visitare luoghi di studio e di lavoro dove soprattutto donne giovani fanno proposte sull’innovazione tecnologica per il superamento del digital divide. Mi sembrano molto interessanti i movimenti di donne, anche giovani, che si stanno muovendo in Francia e nel mondo musulmano (in particolare in Iran) contro la doppia deriva razzista e sessista che le colpisce sia dall’esterno che dall’interno delle comunità di appartenenza. Mi sembrano vitali questi movimenti, come Ni poutes ni submise che non temono di affermare che solo nell’orizzonte della secolarità e della laicità ci può essere democrazia e uguaglianza tra i generi. In Italia trovo molto importanti (e ne ho parlato nel libro come in diversi articoli) i gruppi di donne delle comunità cristiane di base, nelle quali l’età media è bassa, e quelli di uomini che si interrogano sulla maschilità. Anche qui cominciano ad essere più numerosi anche i giovani uomini, senza di quali il nostro lavoro resterebbe poco efficace.

6) La pubblicità, i media, e anche la politica sembrano riproporre un’immagine a dir poco stereotipata delle donne, come credi che potremmo rimettere al centro della scena l’autorevolezza femminile contro modelli tanto negativi?

So bene che suona molto secolo scorso, ma temo che una cosa davvero importante e necessaria da fare sia ri-cominciare (o continuare, come nel mio caso e in quelle di altre) a raccontare, a narrare la nostra politica, fatta di pratiche e di conquiste teoriche. Partendo dal corpo, dalla sessualità, e rendendo chiaro che il privato è politico, e che questa è l’unica proposta politica per la società che ci può portare fuori dalle spire dell’ingiustizia e dell’iniquità di questo sistema. Oggi abbiamo lo straordinario potere delle nuove tecnologie, con le quali donne di continenti diversi possono azzerare le distanze, stare in contatto quotidiano, scambiarsi informazioni, progettare insieme. Questo è anche un potentissimo strumento per riconnettere le generazioni, un po’ come è successo a Punto G, dove nel giugno del 2001 in oltre mille donne di tutte le età e le provenienze politiche si rincontrarono per discutere di come la globalizzazione stava progressivamente cambiando le nostre vite. Penso che la costruzione di momenti vari e diversi, grandi e piccoli, nei quali donne più grandi si mettono anche a disposizione di donne ( e uomini) più giovani per ‘farsi storia e narrazione’ sia una buona strada per non perdere la memoria dei femminismi, e allo stesso tempo dare spessore ad una storia che è non solo lotte e acquisizione di diritti, ma anche storia di corpi in carme ed ossa, ed è questo il suo fascino e la sua forza.

7) Nel tuo libro parli della solitudine a cui sono state condannate tante femministe della nostra generazione (e forse ancor più quelle della generazione passata). Ma davvero la solitudine è un prezzo che “va pagato” per riuscire a non essere schiacciate dall’avere coscienza di sé? E se è così, come possiamo dirci vittoriose?

Nel libro apro con la narrazione di una delle prime presentazioni del mio Parole per giovani donne, che scrissi vent’anni fa, e racconto di una ragazza sulla ventina (io allora ne avevo trenta) che ringraziava il femminismo e le femministe, ma lamentava appunto che la consapevolezza e la coscienza di sé, aprendo gli occhi sulle ingiustizie e contemporaneamente creando una soggettività forte è un fardello pesante, che rischia di rendere più sole rispetto a chi segue acriticamente il flusso della maggioranza silenziosa. La storia dell’umanità in generale ci dice che ogni avanguardia ai suoi esordi è sola di fronte alle paura del cambiamento della massa ancora acritica: la storia dei movimenti femministi ci ha abituate a sapere che non è facile creare la prima scintilla, ma che il guadagno che si ottiene dal passaggio da oggetti, o vittime, a soggetti autodeterminati è grande, dà senso al proprio stare al mondo, e offre alle altre donne un modello di libertà e di autorevolezza. Che costi un po’ più di fatica, preparazione e studio rispetto al facile successo acquisito con una comparsata in tv piuttosto che la frequentazione di un uomo potente mi pare ovvio, necessario e persino gradevole.

8)Hai intitolato uno dei capitoli del tuo libro “Nonviolenza unica strada” perché metti proprio questo tema al centro?

Perché penso che, come sostiene Audre Lord, non si possa smantellare la casa del padrone con gli stessi attrezzi del padrone. Quindi il cambiamento e la messa al bando di un sistema violento, ingiusto e discriminatorio non può germogliare con metodi e visioni specularmente violente. Né il cambiamento può avvenire se le donne per prime non smettono di alimentare il consenso alla violenza, persino quando ne sono vittime, dirette o indirette. Ne Il demone amante Robin Morgan mette proprio questa contraddizione al centro: con grande onestà e lucidità dichiara che, sebbene le donne siano senza ombra di dubbio vittime della violenza sono spesso anche quelle che la trasmettono, o che la consentono, anche attraverso la fascinazione per il leader (rivoluzionario a sinistra o fascista che sia). La nonviolenza è una pratica e una visione teorica nella quale non si rimuove il conflitto, quale che esso sia, ma si lavora in quell’ampio margine di spazio trasformativo nel quale, per dirla con Christa Wolf: tra l’uccidere e il morire c’è una terza via: vivere. Le pratiche di nonviolenza, come abbiamo scritto assieme a Maria di Rienzo in Donne disarmanti – storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, sono le uniche nelle quali è possibile confliggere anche tra forti differenze senza annientare né essere annientate. Di certo tocca anche alle donne assumersi parte della responsabilità circa la connivenza con la violenza. Se non cambiamo radicalmente i paradigmi ancora profondamente sessisti nell’educazione e nella trasmissione del sapere non ci potrà essere la società equa che nella quale vorremmo vivere.

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