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Un ponte tra due mafie

di Gianluca Ursini
da www.peacereporter.net

Messina, 8 agosto 2009. Il popolo del ‘No al Ponte’ sullo Stretto si ritrova dopo i due anni di tregua concessi dal refrain di R. Prodi: ‘’Bamboli non c’è una lira!” Una italia più tristana rispetto a quella burlesque di Papi Silvio, ma con i piedi per terra.

Ottomila persone (per gli organizzatori) tra siciliani, calabresi e altre realtà solidali alla lotta, come le comunità del No Tav o Wwf Legambiente e altre associazioni ecologiste, hanno invaso i viali dell’Araba fenice rinata dopo lo tsunami del 1908; immancabilmente, per la Questura hanno sfilato in tremila. Quel che conta è che sia ripartita, oltre alle minacce berlusconiane (“useremo l’esercito” ha promesso cupo il ministro Claudio Scajola,) la rete di chi non chiede più investimenti pubblici-monstre ma “investimenti locali di prossimità: compatibili e immediati, come la metropolitana del mare qui sullo Stretto e la messa in sicurezza delle due sponde dal rischio antisismico; costerebbero più del ponte”, spiega Antonello Mangano, autore con Gigi Sturniolo e Peppe Marra del libro ‘’Ponte sullo Stretto e mucche da mungere”.

Per voi tre autori ci sono sette buoni motivi per essere ‘contro’ e uno interessa da vicino PeaceReporter
“Fino a pochi mesi fa si diceva che l’investimento pubblico rappresentava il peggiore dei mali, ora è essenziale per socializzare le perdite – la crisi la paghiamo noi – mentre le mega opere basate sulla partnership pubblico-privato diventano delle vacche da mungere che portano ai privati denaro pubblico. La tesi del nostro libro è che tra una diga in Lesotho, il Ponte, la privatizzazione dell’acqua in Calabria, le razioni di pollo per i soldati in Afghanistan, i rifiuti accumulati a Napoli e un hotel extralusso a Khartum con vista sulle baracche in latta, non esiste nessuna differenza”.

Mangano è un blogger con venature da sociologo, Marra un attivista ecologista al quale potreste chiedere ogni particolare su come la multinazionale francese ‘Veolia’ abbia trovato l’America in Calabria, gestendo i tesori locali: acqua e rifiuti; Sturniolo ha formazione economica e la ‘fissa’ marxista di trovare a tutto motivazioni economiche; nel libro si propone un’analisi, economica e politica, che parte dal presupposto degli ‘interessi discordanti’ e del loro riequilibrio. Dietro la artificialmente indotta esigenza del Ponte, ci sono interessi molto forti: movimento terra, betoniere delle ‘ndrine che impastano calcestruzzo a buon mercato come quello sbriciolatosi per la scossa dell’Aquila, e movimento inerti. Le cosche della Piana di Gioja e i picciotti catanesi ci hanno prosperato per anni, costruendo autostrade e seconde ‘town’ ai presidenti del Consiglio: dietro le reali esigenze del ‘No Ponte’, non si riescono ad aggregare movimenti di opinione. Non si riesce ad impedire che si diano poteri generali al commissario straordinario Piero Ciucci per ‘’accelerare i lavori” e traformare lo Stretto nei prossimi sette anni (ammesso che ce la facciano…) in una miriade di svincoli, curve e sopraelevate. Piccola nota: Ciucci il commissario straordinario, è anche a capo dell’Anas, che detiene la quota dell’82 percento della società ‘Stretto di Messina’ incaricata di delineare i termini tecnici dell’opera. A metterlo in atto sarà Impregilo, (gruppo Romiti) che si è aggiudicata i lavori. Gli stessi che si erano aggiudicati nel ’90 l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio. Era ancora premier Bettino Craxi e ministro ai Lavori pubblici un democristiano calabrese, Riccardo Misasi.
Anas e Impregilo in 17 anni non hanno completato quello che avevano promesso di chiudere in cinque (anche il ministro berlusconiano Piero Lunardi nel 2001 aveva indidcato come fine lavori per la Sa-Rc il 2005), e i costi sono lievitati di 17 volte. C’è da scommetterci che riusciranno a ultimare una opera-monstre in 7 anni…

Torniamo a noi. Se hanno fallito, soprattuto nel vigilare sulle infiltrazioni mafiose sulla Salerno- Reggio, figurarsi per il ponte…
… che unirà due cosche, non due coste…”

Come si attua la fregatura?
Negli anni ‘70 sembrava si fosse assistito ad un ritorno del pubblico: shock petrolifero, economie assistite, misure keynesiane; poi gli anni ’80 reaganiani dell’iperliberismo. Ora dopo lo shock 11 settembre ma soprattutto dopo la caduta del “Muro di Wall Street” è arrivato il momento della PPP (Partnership pubblico – privato). Cosi le perdite saranno collettivizzate e i guadagni privatizzati; è lo stesso discorso per il quale chi fornisce (vedi Halliburton) le razioni ai soldati in Iraq ha da guadagnare tanto quanto coloro che vincono la commessa per la diga in Lesotho che i lesothiani non hanno chiesto e che non finanzieranno, ma che si ritroverranno grazie a fondi Onu. O per il Ponte o per lo sfruttamento delle risorse, come potrebbe essere il caso dei rifiuti, mentre il loro sfruttamento viene lasciato (Impregilo, sempre lei, ha rinunciato a costruire i termovalorizzatori) in mano alle ecomafie o tout court ai casalesi.

Mi ripete il settimo comandamento del ‘No al Ponte’?
Le opere PPP sono utili ai generali e ai loro eserciti, all’industria della guerra, altro ottimo investimento richiesto dal pubblico e attuato dai privati. Per questo Matteoli (Lavori pubblici) e Scajola hanno promesso di usare l’esercito contro le ‘’sparute minoranze che si opporranno al Ponte”…

Quali sono gli altri punti fermi del vostro comitato?
No al partito del cemento. No allo strapotere economico delle mafie. No alla finta promessa di occupazione (40mila posti di lavoro per il governo; ma quando i cantieri saranno finiti?). No alle finte promesse di sviluppo..

Cosa comporta la commistione pubblico-privato?
Lo Stato è rimasto stazione appaltante ed assicura alle imprese private profitti al riparo dalla concorrenza, rischi di mercato, verifiche di efficienza. L’arretramento dello Stato ha significato riduzione di regole e controlli, discrezionalità dei “General Contractor” nell’assegnazione di subappalti o nella gestione privatistica di voci di bilancio, con perdita di rilevanza penale di comportamenti dannosi per la società. Ha significato nei fatti maggiore spazio per la criminalità, l’annullamento dei diritti dei lavoratori, l’allontanamento di imprese che non accettano tavolini di spartizione.

Il titolo sarebbe ‘’Attenti a quei due!”
Sappiamo cos’è la Salerno- Reggio; non tutti sanno che i responsabili sono gli stessi che devono fare il Ponte: Anas e Impregilo. Quanto hanno vigilato sulle infiltrazioni mafiose?

Per Piero Ciucci, nel 2007, la Salerno-Reggio era una ‘’autostrada pienamente sotto controllo”. Per questa strada “pienamente sotto controllo” l’intervento della polizia è stato richiesto in diverse occasioni, con mandati di catttura dei giudici: si inizia con l’operazione Tamburo (2002), che riguarda il tratto da Castrovillari a Rogliano; si prosegue con l’operazione della Dia contro la camorra (aprile 2005) per la realizzazione degli svincoli di Castellammare di Stabia e Scafati e dei caselli di Nocera Inferiore e Cava dei Tirreni; ancora l’operazione Arca (luglio 2007), chiusa esattamente due anni dopo con otto condanne e 44 assoluzioni per una forma di pizzo che prevedeva manodopera e calcestruzzo a prezzi gonfiati tra gli svincoli di Mileto e Rosarno-Gioia Tauro. Nel febbraio 2009, l’operazione “Autostrada” riguardava ancora il tratto sotto l’egemonia del clan Mancuso (svincolo di Mileto): pizzo pari all’1 per cento degli importo e materiali scadenti, giudicati però adeguati dai controlli eseguiti dall`Anas

Le mafie sempre più ricche; il territorio devastato; i costi in capo alla comunità e profitti astronomici per Impregilo e per chi gestirà il pedaggio dell’opera finita; una colata di cemento seppellirà le due città dello Stretto per le opere di adeguamento ad una tensostruttura mostruosa sospes
a a un centinaio di metri d’altezza; la curva per portare ad altezza Ponte treni e auto comincerà a un chilometro del mare e descriverà quasi una inversione a U: la madre di tutte le sopraelevate che hanno deturpato le nostre città.
Ma c’è un motivo che sta sopra a tutti, il più evidente e il più logico. Lo forniscono gli ingegneri, come è loro prassi, molto razionalmente: con il progetto attuale se i venti sorpassano i 10 nodi, la struttura andrebbe chiusa. Si tornerebbe a traversare in barca. Nella regione dello Stretto, una delle più ventose d’Italia (chiedere ai wind e kite surfer che arrivano fin dal Friuli o dalla Slovenia per volare su quelle acque) almeno per un centinaio di giorni l’anno si supera questa velocità. La Grande opera del Governo Berlusconi sarebbe inservibile per un terzo dell’anno.

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