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Geopolitica delle rivolte

di Michael T. Klare*
da www.monde-diplomatique.it Traduzione di A.D.R.

Spettro tante volte evitato, prospettiva bloccata dalle proprie deviazioni, la rivoluzione sembrava ormai riposare nel cimitero della storia. Ma nonostante gli scongiuri, l’immensa speranza che un giorno tutto possa cambiare si fa strada nella coscienza collettiva e nasce dalla concatenazione degli eventi. Questo filo conduttore che si dipana attraverso i secoli e i continenti non si è mai interrotto. Movimento operaio, emancipazione delle donne e di tutti gli oppressi, liberazioni nazionali: c’è un nuovo capitolo che attende di essere scritto? La rabbia sollevata dall’attuale crisi economica preoccupa i commentatori conservatori. Consapevoli che il loro modello ideologico sta crollando, seguono con inquietudine i segni premonitori, osservando gli operai francesi, i disoccupati cinesi, i manifestanti lettoni. Un nuovo mondo? Quello che è certo è che la folle corsa del capitalismo sta mettendo in crisi quello che conoscevamo.

Come piccole scosse telluriche che annunciano un terremoto di grande potenza, i movimenti di contestazione che hanno agitato il mondo nel 2008 sono stati altrettanti segnali premonitori dell’attuale sisma economico. Che si basino su questioni sociali, etniche o linguistiche, i conflitti che dividono le società umane rivestono forme diverse a seconda dei paesi. Ma molti di questi sollevamenti popolari dipendono da cause chiaramente identificabili.

Accanto alla ricchezza generata a partire dai primi anni ’90 dalla globalizzazione e dall’espansione del credito, si andata sempre più diffondendo una povertà che ha emarginato intere nazioni e popolazioni.
A causa delle ripercussioni sulla vita quotidiana e sui mezzi di sussistenza di milioni di individui, la crisi ha accentuato delle linee di divisione sociali, politiche ed economiche già osservabili in precedenza.
Nella primavera 2008 numerose «rivolte della fame» sono scoppiate in Bangladesh, in Camerun, in Costa d’Avorio, in Egitto, in Etiopia, in India, in Indonesia, in Giordania, in Marocco e in Senegal. Ad Haiti gli scontri hanno assunto un carattere estremamente emblematico.

A Port-au-Prince l’assalto al palazzo presidenziale da parte di migliaia di manifestanti che chiedevano la distribuzione di cibo ha provocato l’intervento dell’esercito e delle forze della Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione a Haiti (Minustah). A Cayes, nel sud dell’isola, quattro persone sono state uccise nel corso di uno sparatoria con i caschi blu. Questi eventi hanno sopraffatto il primo ministro Jacques-Edouard Alexis, costretto a dimettersi.

«È tempo di rivedere il nostro modo di pensare» In tutto il mondo dal 2007 al 2008 il prezzo medio delle derrate alimentari è raddoppiato, provocando il degrado del livello di vita di centinaia di migliaia di individui, che già vivevano nella povertà e che dedicavano una larga parte dei loro redditi all’acquisto di cibo. Secondo la Banca mondiale, questa spettacolare crescita dei prezzi si basava su due fattori: da un lato l’aumento importante del prezzo del petrolio e del gas naturale, molto utilizzati nelle attività agricole e nella produzione di fertilizzanti chimici; dall’altro la percentuale sempre più importante di coltivazioni dedicate agli agrocarburanti (1).

Per alcuni aspetti questo fenomeno può essere paragonato a quello del crollo del mercato immobiliare negli Stati uniti. Nei due casi si tratta di un aumento sfrenato dei prezzi fondato sulla speculazione e sulla promessa di una crescita infinita. Per quanto riguarda gli agrocarburanti, il cambiamento delle coltivazioni dei terreni è la conseguenza della domanda in continua crescita dei trasporti, e tutto ciò ha provocato un aumento quasi automatico del prezzo delle derrate alimentari. In alcuni casi si è addirittura arrivati a organizzare la carenza di questi prodotti così da aumentare i profitti.

Le «rivolte della fame» hanno preoccupato molti osservatori presenti sul posto. Queste sollevazioni richiamano alla memoria altre pagine della nostra storia, quelle che raccontano delle sommosse che sono riuscite a rovesciare dei regimi. L’ex primo ministro della Giamaica Percival James Patterson pensava probabilmente a questo quando ha evocato nell’aprile 2008 la probabilità di nuovi incidenti. Al G77 (2) di Antigua, Patterson ha dichiarato: «Se pensate di essere al sicuro, se pensate che le rivolte non potranno trasformarsi in rivoluzioni, è tempo di rivedere il vostro modo di pensare» (3). Nessuno può dire quello che sarebbe avvenuto in merito alla sua previsione, se nel momento in cui la crisi raggiungeva il suo apice, il prezzo del petrolio non avesse cominciato a scendere, immediatamente seguito da quello dei prezzi dei prodotti alimentari di base, così da ridurre le tensioni.

Tuttavia le «rivolte della fame» sono solo una delle conseguenze dei disordini economici apparsi nel 2008. La disoccupazione di massa comincia ormai a diventare una realtà, e i governi e le imprese sono ritenuti responsabili di questa situazione. In India, dove diverse regioni sono teatro di violenti movimenti di contestazione spesso presentati come etnici, religiosi o legati al sistema delle caste, queste violenze dipendono anche dalle preoccupazioni economiche e da un diffuso sentimento di ingiustizia.

Nel maggio 2008 migliaia di pastori nomadi – i gujjar – hanno protestato chiedendo alcune rivendicazioni economiche e bloccando le vie di accesso ad Agra, la città del Taj Mahal. Trenta di loro sono morti nel corso di incidenti con la polizia. In ottobre incidenti sono scoppiati anche nell’Assam, nel nord-est del paese, quando alcuni abitanti appartenenti agli strati più poveri della popolazione avevano cercato di limitare l’arrivo di immigranti clandestini provenienti dal vicino Bangladesh (4).

In Cina si parla abitualmente di «incidenti di massa» per gli scontri che coinvolgono operai o contadini arrabbiati per la chiusura di fabbriche o per le espropriazioni illegali. Pechino utilizza questa espressione per definire gli scontri con le forze di polizia avvenuti nell’est del paese, quando lavoratori emigranti senza stipendio hanno saccheggiato diverse fabbriche.

Questa escalation provocata dal rallentamento dell’attività economica riflette preoccupazioni anteriori. La frattura più evidente rimane la divisione fra la ricchezza delle classi medie urbane e la povertà delle popolazioni rurali. In periodo di prosperità gli operai avevano la possibilità di lasciare le campagne per andare a cercare lavoro nelle zone urbane, dove vengono fabbricati prodotti destinati all’esportazione.
Ma molte fabbriche hanno chiuso i battenti. In molti casi i responsabili non hanno proposto alcun indennizzo (5).

Nel dicembre 2008, in piena crisi, queste tensioni si sono estese anche all’Europa occidentale e ai paesi dell’ex Unione sovietica.

Le manifestazioni sono motivate dalla paura della disoccupazione di lunga durata, da una perdita di fiducia – che arriva talvolta alla vera e propria insofferenza – nella capacità dei dirigenti di risolvere i problemi e nell’impressione che il «sistema» non risponda più né ai bisogni né alle aspirazioni della maggior parte della popolazione.

La Grecia figura tra i primi paesi colpiti da questa nuova ondata di rivolte. Atene è stata scossa da sei giorni di manifestazioni e di violenze dopo la morte di uno studente di 15 anni caduto sotto i proiettili delle forze dell’ordine (6). Nonostante le scuse del governo e le inchieste della magistratura nei confronti dell’agente responsabile, gli incidenti si sono estesi a tutto il paese.

Da Port-au-Prince a Vladivostok, la stessa rabbia Ma la situazione non ha fatto in tempo a normalizzarsi in Grecia che i russi hanno cominciato a manifestare il loro malcontento. All’origine della rivolta l’istituzione da parte del primo ministro Vladimir Putin di una tassa sulle automobili giapponesi importate per proteggere l’industria automobilistica nazionale. Immed
iatamente i concessionari di macchine usate giapponesi hanno manifestato il loro malcontento, subito seguiti dagli automobilisti che preferiscono comprare macchine straniere meno care di quelle nazionali. Così giganteschi blocchi stradali sono stati organizzati a Vladivostok e in altre trenta città lungo il paese.

Il 2009 è cominciato in Europa dell’est con altri movimenti della stessa natura. Dal 13 al 16 gennaio, alcune manifestazioni hanno dato luogo a scontri con la polizia a Riga, a Sofia e a Vilnius, rispettivamente capitali della Lettonia, della Bulgaria e della Lituania.

Questi incidenti sono stati scatenati dalla chiusura di una fabbrica, dall’annuncio di misure di austerità e dall’aumento dei prezzi. Tuttavia diversi fattori sistemici sono al centro di queste proteste e in fin dei conti tutte queste manifestazioni – così come quelle che hanno scosso l’Irlanda in febbraio – esprimono la stessa rabbia e la stessa sfiducia nei confronti dei governanti.

Colpito a sua volta dalla crisi, il Pakistan ha conosciuto gravi disordini sociali. Anche se Washington continua a concentrarsi nella lotta contro al Qaeda e i taleban, altri osservatori cercano di lanciare l’allarme sul degrado del tessuto economico del paese. «La classe media pachistana, anche se poco numerosa, gode di una considerevole influenza politica – spiega Niall Ferguson, storico all’università di Harvard. Questa classe è stata letteralmente schiacciata dal crollo del mercato dei cambi, e una proporzione crescente di uomini e di donne deve fare i conti con la disoccupazione. È facile immaginare quindi le conseguenze di ciò sulla stabilità politica» (7).

Pericoli simili interessano i paesi produttori di petrolio. Queste nazioni infatti registrano una riduzione sostanziale dei loro redditi.

Quando i prezzi erano a livelli più alti, alcuni di questi governi utilizzavano i soldi pubblici per finanziare programmi sociali (Venezuela, Bolivia con il gas), per ricompensare la lealtà di settori della popolazione vicini alle loro posizioni o per mantenere forze di sicurezza destinate a controllare i movimenti dissidenti. La scomparsa di questi redditi ha ovviamente provocato lo sviluppo di movimenti sociali di contestazione (8).

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il mondo ha conosciuto diversi periodi di recessione, ma la situazione attuale sembra molto diversa. Tutti si chiedono quando arriverà la ripresa. A questo proposito il rapporto della Banca mondiale per i ministri delle Finanze del G20 è piuttosto allarmante. Il rapporto infatti prevede che la crisi produrrà 46 nuovi milioni di poveri (9). Le riserve alimentari dovrebbero diminuire a causa delle gravi siccità che hanno colpito l’Argentina, l’Australia , il nord-ovest della Cina, l’ovest degli Stati Uniti e parte del Medioriente. Nella relazione si afferma inoltre che movimenti spontanei di rabbia non sono da escludere. E per una volta le azioni dei lavoratori francesi (Caterpillar, Molex, Continental) sembrano dare loro ragione.

Il declino continuo dell’economia, l’aggravamento delle divisioni esistenti e la persistenza della sfiducia nei confronti delle istituzioni al potere sono tutti ingredienti di un cocktail pericoloso ed esplosivo.

Note
* Professore presso lo Hampshire College; autore di Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy, Metropolitan Books, Londra, 2008.
(1) Banca mondiale, «Perspectives pour l’économie mondiale 2009.
Marché des produits de base», Washington, marzo 2009. Si legga anche Philippe Revelli, «Quando il Brasile baratta «petrolio verde» contro riforma agraria», Le Monde diplomatique, aprile 2009.
(2) Il gruppo dei 77 (G77) è stato creato il 15 giugno 1964 da una coalizione di 77 paesi in via di sviluppo per assicurare una maggiore capacità di negoziazione alle Nazioni unite. Oggi i paesi che hanno aderito all’organizzazione sono 130 paesi, ma questa struttura ha mantenuto il suo nome d’origine a causa del suo significato storico.
(3) www.bbc.co.uk – 5 aprile 2009.
(4) Heather Timmons, «Protesters sweep India in a season of unrest», The New York Times, 29 giugno 2008; «Assam’s largest tribe goes to war with its muslims», The Economist, Londra, 9 ottobre 2008.
(5) Ian Johnson e Andrew Batson, «China’s migrants see jobless ranks soar», The Washington Post, 3 febbraio 2009.
(6) Si legga Valia Kaimaki, «Grecia, il movimento degli studenti», Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2009.
(7) Niall Ferguson, «The axis of upheaval», Foreign Policy, Washington, Dc, marzo-aprile 2009.
(8) I principali esportatori di petrolio sono: Algeria, Angola, Antille olandesi, Arabia saudita, Bahrein, Brunei, Congo, Emirati arabi uniti, Gabon, Indonesia, Iran, Iraq, Libia, Kuwait, Nigeria, Oman, Qatar, Siria, Trinidad e Tobago, Venezuela e Yemen.
(9) Banca mondiale, «Comment les pays en développement font face à la crise globale», Washington, Dc, rapporto preparatorio per la riunione del G20 (13-14 marzo 2009) a Horsham (Regno unito).

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