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LA DIFFERENZA TRA CATTOLICI E CLERICALI

di Massimo L. Salvadori
in “la Repubblica” del 21 agosto 2009

I fondamenti della grammatica concettuale possono essere distorti per trascuratezza o ignoranza, ma anche per un calcolo strumentale. È il caso dell’ uso, diventato in Italia corrente, dei termini “laici” e “cattolici”, secondo cui i primi sono i non credenti, coloro che non intendono dare alla Chiesa cattolica tutti i diritti che le spettano, e i secondi gli appartenenti, tout court in quanto cattolici, al fronte contrario.

Ed è naturale che siffatta distinzione-opposizione, la quale altro non è se non una grande confusione-distorsione, piaccia assai alle gerarchie cattoliche, perché essa altera e nasconde la vera distinzione-opposizione: quella tra “laici” e “clericali”.

Bisogna dire che davvero offende che si sia dimenticata, sovente anche da parte di molti che si qualificano come laici e si sono tranquillamente adattati alla confusione, la lezione di grandi studiosi non credenti e credenti, cattolici e non cattolici, quali Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Carlo Arturo Jemolo, per citare pochissimi nomi esemplari.

I quali hanno insegnato che laici non vuol dire non cattolici, che cattolici non significa non laici, che i laici sono i non clericali indipendentemente dal fatto di essere o non essere credenti, cattolici o non cattolici e che i cattolici si dividono a loro volta in non clericali e clericali. Una grammatica concettuale, questa, ben chiarita a suo tempo, ma che appare oggi in Italia largamente dimenticata.

A ribellarsi alla distorsione dovrebbero essere sia i non credenti sia i cattolici non clericali; ma così non è.È pur vero che ogni tanto qualche voce, anche dal versante cattolico, si leva a respingere la distorsione, ma questa ormai si è imposta. Alle gerarchie ecclesiastiche riesce comprensibilmente gradito un simile stato di cose.

Dividere gli italiani tra laici e cattolici costituisce il presupposto di una contrapposizione ad esse conveniente, della tenace azione intesa a impedire l’ emergere anzitutto all’ interno dei cattolici della distinzione tra cattolici laici e cattolici clericali, della riduzione dei laici a “laicisti” non credenti che non riconoscono il diritto della Chiesa di occupare lo spazio pubblico nei modi prevaricanti e privilegiati a questa assicurati a partire dai Patti del Laterano.

La laicità è libertà per tutti; è rispetto dei diritti di ogni individuo e gruppo di seguire ciò che detta la coscienza, di praticare, organizzandosi, la propria filosofia, ideologia e religione senza violare i diritti altrui e pretendere di acquisire posizioni di monopolio o di predominio in forza di privilegi e della discriminante protezione del potere politico; è creazione di un luogo aperto in cui le frontiere delle credenze si formano e si spostano unicamente per spontaneo consenso; è confronto paritetico tra le verità che si ritiene di possedere e si vogliono divulgare; è riconoscimento reciproco della dignità di tutte le visioni del mondo non violente, del diritto di dibattito e confronto; è rinuncia al ricorso a bracci secolari per far prevalere le une a danno delle altre.

Per questo la laicità è un’ idea universalistica che nessuno esclude e tutti comprende; e che richiede uno Stato laico, di diritto, tutore del pluralismo culturale, religiosoe sociale. Esso è laico perché assicura nell’ eguaglianza le libertà di credenti e di non credenti, di credenti sia cristiani sia appartenenti ad altre confessioni. In questo sta la sostanza, continuamente fraintesa, della “neutralità” dello Stato laico.

Da esso si differenzia lo Stato semi-laico, quale è lo Stato italiano odierno, che afferma i valori di laicità ma in via di fatto conferisce privilegi di molteplice sorta alla Chiesa cattolica, la quale li chiede, anzi pretende, in nome del principio illiberale e contrario all’ eguaglianza che la religione della maggioranza abbia in quanto tale diritti particolari, da tradursi in primo luogo in moneta sonante e una posizione dominante nel campo dell’ insegnamento.

Lo Stato laico si contrappone allo Stato clericale, che nella storia europea ci ha dato continui aspri e persino crudeli conflitti religiosi, politici e civili; alla cui fine hanno contribuito il riformismo dei sovrani settecenteschi, le lotte di liberali e democratici, il tanto, anche recentissimamente deprecato dalle gerarchie vaticane, illuminismo, il faticoso farsi strada nel senoe del protestantesimoe del cattolicesimo delle correnti che, non a caso, furono denominate e si denominarono “liberali”.

Tendenze liberatrici, che la Chiesa cattolica combatté e denunciò come perniciose e colpevoli di contrastare e al limite di mirare a distruggere l’ unica verità in effetti tale e in grado di guidare propriamente le coscienze. Certo, oggi non è consentito neppure alla Chiesa di respingere frontalmente, come in passato, lo Stato laico; ma laico essa lo vuole sempre e soltanto se le offre gli strumenti per stabilire una condizione di primato religioso, morale e civile, orientando allo scopo la politica.

Basta, dunque, nel nostro paese con questo deviante, equivoco, prevalente linguaggio che pone da una parte i laici e dall’ altra i cattolici; e si ritorni alla giusta, vera e illuminante distinzione tra laici e clericali. Uno dei terreni principali in cui in Italia si gioca la questione della laicità dello Stato è, come a tutti presente, la scuola.

A questo proposito vorrei concludere citando un passo di Salvemini, tratto da un discorso tenuto alla Camera il 2 luglio 1920. Lo Stato – diceva – «non domanda all’ insegnante quale fede politica e religiosa abbia: gli domanda solo che dimostri di possedere l’ educazione critica e scientifica senza cui ogni fede è dogmatismo, è catechismo, è fanatismo, non è luce di umanità, non è vita dello spirito. Gli domanda (…) di sviluppare nei suoi alunni quelle abitudini critiche e razionali, che permettano loro di rendersi conto delle basi attuali delle loro credenze, e li metta in grado di conservarle o mutarle (…)». Ora i cattolici che respingono i principi di laicità «non accettano questa scuola. Per essi la verità è una sola: quella tramandata da un ente superiore all’ umanità e di cui è depositaria la gerarchia ecclesiastica…E la scuola deve insegnare questa sola verità».

Il tempo passa, ma in Italia resta sempre aperta la questione di intendere la laicità per ciò che è e ha da essere.

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