Home Politica e Società Se la Chiesa rivendica l’autorità

Se la Chiesa rivendica l’autorità

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 22 agosto 2009

Alla base dell’ identificazione tra nazismo e nichilismo riproposta recentemente dal Pontefice ci sta, ci suggeriva perspicacemente Adriano Sofri, la difficile relazione del cristianesimo cattolico con la modernità. Il Papa ha scelto una strategia retorica efficace chiamando “nichilismo” la modernità perversa, quella che rifiuta la trascendenza e pensa che il mondo morale sia in grado di reggersi solo sulla ragione e quello sociale solo sul consenso.

L’ idea (non nuova) è che ci siano due modernità: una radicale, rappresentata dall’ illuminismo e gestatrice del male estremo che ha segnato la storia occidentale – il nazismo, l’ olocausto; l’ altra moderata, sintetizzata da Vito Mancuso come primato dello spirituale sul materiale, contenimento della ragione. Prima ancora che il nichilismo, un termine che ha funzione polemica più che analitica, il tema centrale é il fondamento dell’ autorità, e quindi l’ interpretazione dell’ umanesimo e della modernità.

La rinascita religiosa può essere letta come riaffermazione del bisogno di una guida trascendente che colmi i limiti della condizione umana, la quale mentre é capace di comprendere le ragioni del bene e del male, e sulle orme di Kant trovare nella ragione il fondamento del dovere morale, non ha però la forza per motivare la volontà e guidare le azioni. O meglio, come anche i primi filosofi della modernità compresero, è efficace solo con i pochi, non con i molti che per agire moralmente hanno bisogno della paura del castigo (la doppia morale ha caratterizzato molta parte dell’ umanesimo pre-illuminista). Questo è allora l’ oggetto del contendere: l’ autonomia morale come condizione alla portata di tutti.

L’ utopia dei riformatori e rivoluzionari della modernità matura è stata la creazione di una società nella quale indistintamente tutti potessero essere o diventare liberi e autonomi. Ciò che preoccupa i filosofi religiosi contemporanei nonè dunque tanto il male o il nichilismo, ma invece la perdita di autorità ovvero una cultura che scientemente si propone di erodere ogni autorità esterna alla società umana. Il loro obiettivo, rintracciabile nelle parole di Mancuso, è coniugare umanesimo e trascendenza per far sì che il primo “riconosca un valore più grande del singolo” e ne sappia moderare l’ individualismo e “la volontà di potenza…che spesso si declina in modo casereccio sotto forma di adulteri, menzogne, furberie, narcisismi di varia sorta”.

La lista di piccole e grandi criminalità quotidiane proposta da Mancuso proverebbero che all’ origine del problema sta la presunzione che tutti possiamo vivere moralmente con il solo aiuto della ragione. Quelle che per i riformatori liberali e democratici sono cause sociali, economiche, culturali e politiche (le ingiustizie, l’ ignoranza, la mancanza di potere), per i filosofi religiosi sono cause seconde; la vera causa è una sola: una cultura basata sul riconoscimento dell’ autonomia dell’ individuo. E’ certo infatti che la storia è piena di “adulteri, menzogne, furberie, narcisimi”; ma solo con la modernità, suggerisce Mancuso, questi vizi sono diventati forme ordinarie di vita.

La modernità ha eroso il senso del mistero e prodotto il disincanto: nulla stupisce o commuove il nostro animo, non la turpitudine né la sofferenza. Questo è il nichilismo, la deriva dell’ umanesimo radicale. Così letta la storia della modernità, che cosa ci resta da fare se non ritornare a guardare con devozionea una sorgente d’ autorità che sta sopra la nostra mondana e fallace quotidianità? Il fatto è che la società moderna, umanista nei suoi fondamenti, non ha le risorse per rigenerare se stessa; infatti poiché tutte le nostre istituzioni si reggono sul principio immanente del consenso e della ragionevolezza, esse non sprigionano altra autorità se non quella che gli individui associati producono.

Dove ci porta questa riflessione sull’ impotenza dell’ umanesimo se non a credere che occorra riorganizzazione le nostre istituzioni su principi di giustizia altri da quelli liberali? Non è forse questa la logica che spingei nostri parlamentari a voler legiferare su materie personalissime (come quelle relative alla vita e alla procreazione) per darci leggi che assomigliano più a precetti religiosi che a norme giuridiche? E non é questo un segno di esautoramento della nostra eguale libertà di scegliere e agire (con anche la responsabilità di sbagliare)?

Vi é come un filo rosso che unisce la filosofia del Pontefice e la rinascita della morale della trascendenza: la messa in discussione del principio della separazione tra bene e giusto, tra morale e diritto; infine dei fondamenti ultimi delle nostre costituzioni democratiche per restaurare forme di autorità che stanno oltre il consenso (e quindi il dissenso). La deriva autoritaria della nostra democrazia è come un tassello di un più ampio puzzle la cui trama è la contestazione dell’ autonomia individuale, il principio più radicale dell’ umanesimo.

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