Home Politica e Società Lo Stato si è fermato a Fondi

Lo Stato si è fermato a Fondi

di Nicola Tranfaglia
da www.unita.it

Il mancato scioglimento del comune di Fondi, in provincia di Latina, a due passi da Roma, è, senza dubbio alcuno, lo scandalo più importante a livello nazionale sui rapporti tra le associazioni mafiose e la maggioranza elettorale che fa capo al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Ed è auspicabile che, su una vicenda di così grande importanza, le forze dell’opposizione siano unite e costringano il governo e il Consiglio della Magistratura a procedere il più presto possibile alla bonifica di quel territorio dall’oppressione mafiosa.

Fondi è un comune di oltre trentamila abitanti ed è sede del più grande mercato ortofrutticolo di Italia, con un giro annuale di fatturato che supera un miliardo di euro. Nella zona operano da anni la ‘ndrangheta calabrese con il clan Tripodo e la famiglia D’Alterio ma sono presenti anche gruppi legati alla camorra dei Casalesi e a Cosa Nostra siciliana.

Le attività delle associazioni mafiose vanno dagli affari agricoli legati al Mercato, al traffico di stupefacenti (cocaina ed eroina), alle estorsioni ai danni di imprese funerarie e di pulizia, agli appalti pubblici, al riciclaggio di denaro, all’usura.

Notizie precise su questa situazione erano già presenti nella relazione della commissione Antimafia approvata nella XV legislatura dalla maggioranza di centro-sinistra ma sono state ignorate in questa successiva legislatura dominata dal centro-destra berlusconiano.

Il 6 luglio scorso, con l’operazione Damasco, sono finiti in manette gli uomini del clan Tripodo, l’ex assessore ai Lavori Pubblici di Forza Italia Izzi, il capo della polizia municipale Dario Leone, il suo vice Pietro Munno, il dirigente dell’area lavori pubblici del Comune di Fondi Mario Renzi, il funzionario del settore Bilancio Tommasina Biondino e l’imprenditore immobiliarista Massimo Di Fazio.
Ma la cosa più grave è che, ormai da un anno e mezzo, la direzione distrettuale antimafia di Roma aveva avviato l’operazione Damasco, segnalando la presenza delle tre associazioni mafiose nel comune e, in data 8 settembre 2008, il prefetto di Latina Bruno Frattasi, sulla base delle risultanze di una Commissione di Accesso nominata per approfondire l’esame della situazione, ha chiesto al Ministro degli Interni di procedere allo scioglimento dell’amministrazione del comune di Fondi in base all’articolo 143 del T.U.E.L.

Il prefetto, nella relazione al Ministro è stato assai chiaro: “il comune di Fondi – ha scritto – mantiene comportamenti che si riflettono nelle scelte politico-amministrative dell’ente di indubbia gravità, dimostrando un’allarmante insensibilità verso l’esigenza di una corretta e trasparente azione che dissolva il sospetto di porsi al servizio di interessi di tipo criminale in ciò dimostrandosi oggettivamente collusiva.

E’ per questo lo scrivente, nell’avanzare la proposta formale di scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi per accertati elementi di infiltrazione malavitosa, sentiti i rappresentanti delle Forze di Polizia nell’odierna Riunione Tecnica di Coordinamento, è in procinto di valutare, data l’oggettiva gravità del quadro che reca in re ipsa ragioni di urgenza, la necessità di sospendere il consesso consiliare ai sensi dell’articolo 143 e 5 del T.U.E.L.”

Lo scioglimento, come è noto, deve essere deliberato dal Consiglio dei Ministri ma soltanto nel luglio 2009 è stato sottoposto dal ministro degli Interni alla decisione che è stata sempre rinviata per intervento del presidente del Consiglio Berlusconi che il 23 luglio e il 31 successivo si è opposto allo scioglimento.

Di fronte a un simile atteggiamento il sindacato nazionale dei prefetti e dei funzionari di prefettura ha ritenuto necessario prender posizione con chiarezza a fianco di Frattasi e dunque in polemica oggettiva con le scelte compiute fino ad oggi dal governo Berlusconi.

“Ha suscitato vivo stupore l’ennesimo rinvio del Consiglio dei Ministri del 31 luglio scorso dello scioglimento del consiglio comunale di Fondi dopo un anno dalla proposta del prefetto di Latina con ben due relazioni di accesso e la proposta del Ministro degli Interni di febbraio 2009 – ha dichiarato il presidente del sindacato Forlani – oggi il differimento viene connesso alla prossima entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza e viene richiesta una nuova relazione del prefetto e successivamente del ministro al Consiglio dei Ministri”.

Negli ultimi mesi soprattutto l’Italia dei Valori, con il senatore Stefano Pedica, ha interpellato in maniera forte e assidua (e anche con gesti clamorosi come un intervento durante una conferenza stampa del ministro Gemini) il governo perché procedesse allo scioglimento del Comune e l’on. Sesa Amici del PD ha presentato un’interrogazione al ministro Maroni ma tutto è stato inutile: il governo Berlusconi difende l’amministrazione di Fondi malgrado sia ormai evidente anche a chi non è mai stato a Fondi che lo scandalo è grande e sempre più grave per chi sostiene di voler mandare avanti “l’esercito del bene contro quello del male” A meno che si pensi che sia quello mafioso l’esercito del bene……

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Il Caso Fondi: dalla Via Flacca alla via Pontina. La conquista del clan dei casalesi
di Antonio Turri
da www.articolo21.info

Erano passate da poco le nove di mattina di un anonimo 13 marzo del 1996, quando Carmine Schiavone, cugino del più noto Francesco Schiavone detto“Sandokan”, entra nella caserma dei Carabinieri di Latina,accompagnato dagli uomini della scorta del servizio centrale di protezione ai pentiti di mafia. Lì, colui il quale burocraticamente veniva definito il collaborante di giustizia Carmine Schiavone, si apprestava a raccontare l’ascesa dei cartelli “casalesi”e le mire di tutte le mafie italiane sui grandi affari criminali e “legali”che avevano nel Lazio ed a Roma partenza o arrivo.

Lì,nell’ufficio di uno dei più capaci e tenaci investigatori antimafia di questo Paese, oggi generale Vittorio Tomasone, attuale comandante dei carabinieri di Roma, si dipanava la storia delle mafie uscite vincenti dalle guerre intestine ai clan campani,calabresi e siciliani.

Senza alcun tentennamento Carmine Schiavone dichiarava di aver ricoperto,sino alla data del suo pentimento,la carica di cassiere a tutela degli interessi economici della cupola del clan dei casalesi e che quello che era disposto a far verbalizzare era frutto di conoscenze dirette .

In particolare raccontò le vicende legate alla guerra tra il clan Schiavone e il clan Bardellino.La rottura avvenuta nel 1988 che culminò con l’omicidio di Antonio Bardellino e la definitiva residenza a Formia del fratello di quest’ultimo Ernesto.

Sino ad allora (1988)ambasciatore e referente dei casalesi nel basso Lazio era stato Antonio Salzillo,nipote dei Bardellino. Salzillo sin dai primi anni ’80 si stabilì a Latina ed entrò in contatto con imprenditori locali.

Attraverso l’utilizzo di alcune società di movimento terra e per la costruzione di strade, ricollegabili a questi imprenditori, i “casalesi” entrarono nel giro degli appalti per la costruzione della terza corsia autostradale nel tratto Roma-Napoli e percepirono il 10 per cento sui grandi guadagni realizzati,cosi come su tutti gli altri lavori in appalto effettuati dalle numerose imprese riconducibili al gruppo criminale.

Sempre Carmine Schiavone, con dovizia di particolari, riferisce ai Carabinieri che la zona di competenza di Salzillo andava da Sabaudia a Roma ed in questa area disponevano di 30 uomini (“soldati” di camorra) che venivano regolarmente stipendiati da lui stesso con tre milioni al mese.

Lo stipendio mensile generoso, se chiaramente riferito ai primi anni ’80, era percepito dalla manovalanza criminale che attuava il
controllo del territorio nella zona compresa tra Sabaudia e Roma .

La parte meridionale della provincia di Latina,quella compresa tra il Garigliano e Terracina, era stata affidata a Gennaro De Angelis, che svolgeva, a copertura della sua vera funzione di capo zona dei clan, l’attività di rivenditore di automobili.Quest’ultimo, a dire di Schiavone :“rappresentava per noi il punto di riferimento per le attività di penetrazione ed investimento…e si preoccupava di allacciare i contati politici necessari a conoscere in anticipo le decisioni che sarebbero state prese in materia di urbanizzazione e di edificazione”.

Al De Angelis, sosteneva Carmine Schiavone, venivano corrisposti 50 – 60 milioni al mese per pagare i soldati di camorra che controllavano per conto dei clan campani il territorio del sud pontino.

In questa lunga confessione del pentito più “illustre”
del clan dei casalesi quello che maggiormente lascia attoniti è la capacità dei vertici criminali di “gomorra”di coinvolgere il mondo della politica, dell’impresa locale, anche al di fuori delle loro aree di tradizionale influenza e di fare “impresa criminale” con le famiglie mafiose di altre regioni, come avvenne ed avviene a Fondi.

Qui riferisce Schiavone per quanto riguarda i rapporti, ancora oggi saldissimi, tra camorra campana e ‘ndrine
calabresi: “Di Fondi conosco personalmente da svariati
anni i fratelli Venazio e Carmelo Tripodo.Conoscevo anche il loro genitore Domenico Tripodo, detto Mico.Quest’ultimo era un personaggio di spicco della ‘ndrangheta calabrese…entrambi i Tripodo si sono interessati di stupefacenti e non hanno mai interrotto i legami con la terra di origine…il mio gruppo (casalesi) ha ceduto al Carmelo Tripodo dai 15 ai 30 Kg. al mese di cocaina ,dall’anno 81-82 al 1992…trattava non solo cocaina ma anche eroina grazie ad appoggi a Torino e in Calabria”.

I fratelli Carmelo è Venazio Tripodo sono tra i protagonisti dell’attualissima “Fondi Connection” e a quanto risulta dagli atti della commissione di accesso al Comune voluta dal prefetto Frattasi e dagli atti dell’inchieste Damasco I e Damasco II della DDA di Roma sono il nesso che unisce mondo della politica e degli affari con quello delle mafie, non solo nel comune di Fondi, ma anche in altre più importanti sedi Istituzionali provinciali,regionali e nazionali.

Tra i personaggi di maggior spicco che a vario titolo dal Garigliano a Roma interagiscono con Carmine Schiavone, questi cita l’avvocato Cipriano Chianese ,uomo cerniera in molte indagini sullo smaltimento dei rifiuti in Campania, Michele Zagaria , Mario Baldascini, tutti coinvolti in importanti indagini e processi di mafia.

Del complesso quadro criminale legato allo smaltimento dei rifiuti nel Lazio,torneremo a parlare e cercheremo di analizzare come la Regione Lazio sia divenuta, subito dopo la Campania, la prosecuzione “ naturale”di quel potere criminale che oggi definiamo “ecomafie”.E’ in quel contesto che matura il 29 marzo del 1995 l’omicidio di Don Cesare Boschin,parroco di B.go Montello,una piccola frazione alle porte di Latina, dove la camorra dei casalesi interrava fusti e fusti di rifiuti tossici.

Questo lo scenario criminale sino al 13 marzo del 1996.
Da allora ad oggi, nonostante l’ottimo lavoro di molte procure antimafia d’Italia, e l’impegno delle Forze dell’ordine, i casalesi, le ‘ndrine calabresi e la mafia siciliana hanno, con l’aiuto dei loro referenti politici ed imprenditoriali , attraversato Nettuno e tutto il litorale romano, Aprilia, e Pomezia e si apprestano a consolidare la loro incessante attività all’interno del raccordo anulare, subito dopo l’incrocio che vede terminare la via Pontina.

E questa è la stessa storia che continua…

1 comment

Luigi giovedì, 3 Settembre 2009 at 18:52

Lucido commento quello di Turri

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