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Turchia, dibattito serrato sulla questione curda

di Luca Bellusci
da www.pacereporter.net

Può l’identità nazionale, che impedisce ad un curdo di sentirsi come a casa propria, salvare l’unità nazionale? Con questa pungente domanda termina l’editoriale di Mumtazer Turkoune, giornalista del quotidiano turco Today’s Zaman, che ha voluto evidenziare come la differenza concettuale tra “unità” e “identità” sia spesso confusa, a volte non a caso.

La “questione curda”, come ormai da qualche mese viene ripetuta con ossessiva frequenza sulla stampa e i media turchi, è al centro di una vera e propria diatriba all’interno del Paese. Ogni giorno vengono scritti editoriali e articoli sulla vicenda che lega a doppio filo l’establishment dello Stato e la minoranza curda, che conta circa 15 milioni di persone sul territorio ed è rappresentata a livello politico dal Demokratik Toplum Partisi (DTP), che ha la propria roccaforte in Diyarbakir, cuore del Kurdistan turco.
Nei giorni scorsi si è riunito il Consiglio di Sicurezza Nazionale (MGK), organo che rappresenta i ruoli decisionali dello Stato turco come l’Esercito e il Governo, ma anche la parte civile formata da avvocati e personalità di rilevo della società. In ottemperanza a quelli che sono i criteri di Copenahgen per i paesi che fanno richiesta di adesione all’Ue, la struttura e la composizione del MGK sono state riformate nel 2003, per limitare il potere dell’Esercito sulle scelte politiche del Paese.

Nell’ultima seduta – quasi a sorpresa poiché non prevista in agenda – si è discusso sulla questione curda, raggiungendo un importante presa di coscienza relativa all’urgenza di trovare una soluzione, che ora risulta cruciale per una Turchia che vuole entrare a passo spedito nel club europeo. Il Ministro degli Interni Beşir Atalay ha dichiarato come il pacchetto per le nuove iniziative democratiche, presentato dall’AKP ( Partito Giustizia e Sviluppo), sia in linea con la strategia del MGK per portare avanti le riforme necessarie allo sviluppo dei diritti civili della popolazione curda; inoltre ha sottolineato come sia indispensabile la collaborazione con il DTP, da realizzare attraverso l’interazione con il Parlamento e la società civile. Un altro importante punto è quello relativo alla costruzione di una piattaforma di consenso, sostenuta dallo stesso ministro, da attivare attraverso un dialogo democratico con i partiti all’opposizione, per poter realizzare questi obiettivi in maniera congiunta.

Un primo passo sulla via delle riforme democratiche è stato già fatto dal governo, appoggiando la proposta del DTP di reintrodurre nella toponomastica i nomi in curdo di alcuni villaggi; il caso più recente è quello relativo al villaggio di Celkaniya, che venne sostituito con il nome turco di Kirkpina. Tra il 1940 ed il 2000 vennero rinominati circa 12mila villaggi curdi per effetto della politica di “turchizzazione” attuata dal governo, quando l’obiettivo primario era ancora quello di cancellare l’identità della minoranza su tutto il territorio; ebbene, il consiglio di Celkaniya è riuscito a raggiungere un obiettivo storico attraverso la reintroduzione del proprio nome originario. Inoltre si fanno sempre più insistenti voci secondo le quali entro il prossimo anno verranno aperti dei corsi di Kurmanji, il dialetto ufficiale curdo in Turchia, nella sede universitaria di Mardin, grazie alla collaborazione dell’Ishik University di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.

Questi sono piccoli segnali, certo, ma importanti se si considera il passato legato a questa popolazione; il sociologo Mesut Yeğen, riferendosi all’incontro agli inizi di agosto tra il ministro Atalay e alcuni esponenti dei media e del mondo accademico, per discutere sulle possibili soluzioni, ha affermato “la cosa più importante di quell’incontro è il fatto stesso che sia stato organizzato. Deve essere visto come un passo fatto per preparare gli organi di stampa e l’opinione pubblica (sulla questione curda)”.

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