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ALTRO DISASTRO AMBIENTALE A ISCHIA?

di Alessandro Iacuelli
da www.altrenotizie.org

Quella apparsa sui giornali italiani alla vigilia del ferragosto sembrava una notizia estiva e di poco conto: i turisti e i residenti sull’isola di Ischia sono rimasti al buio a causa di un lungo black-out nell’erogazione di energia elettrica. Secondo Terna, la società che gestisce la rete elettrica, si è trattato della rottura di un cavo sottomarino, peraltro per cause abbastanza imprecisate. Secondo la versione ufficiale dei fatti, alcuni operai di una non precisata ditta avrebbero reciso involontariamente i cavi dell’alta tensione della centralina di Cuma causando l’immediato black-out sull’isola. Subito dopo l’incidente, l’Enel ha inviato sull’isola circa 60 gruppi elettrogeni per garantire il minimo livello di operatività della linea elettrica e un folto gruppo di tecnici destinati a sovraintendere le operazioni di ripristino della rete e di gestione dell’emergenza. Mentre si procedeva al ripristino, il 13 agosto c’è stata una nuova rottura di uno dei quattro cavi, nei pressi di Casamicciola Terme, secondo Terna causata da un’ancora.

Dei disastri ambientali causati dalla rottura di cavi sottomarini a Ischia ci siamo già occupati, su Altrenotizie, nel 2007: l’isola non è dotata di una propria centrale elettrica, e l’energia le viene erogata da Cuma, tramite una batteria di cavi sottomarini. I cavi sono di un tipo piuttosto vecchio, il cui interno è tenuto in pressione tramite un canale riempito di olio, con una sezione di 18 millimetri, e si tratta di un olio fluido contenente PCB.

Si tratta, infatti, di conduttori risalenti al 1987, e all’epoca i limiti di legge vigenti di tolleranza di PCB erano decisamente più alti rispetto ad oggi. Solo l’anno dopo, nel 1988, sarebbe stata vietata l’immissione sul mercato di PCB, assieme ad una drastica riduzione per gli impianti ancora in esercizio. E qui sorgono i primi dubbi riguardo a quanto avvenuto.

Se si è trattato di una rottura dovuta ad un’ancora, tra l’altro ad opera di un’imbarcazione non identificata, allora la Terna non ne sarebbe responsabile. Se, viceversa, si è trattato di un cedimento strutturale, ci sarebbe la responsabilità diretta dell’operatore. L’ipotesi non si può al momento escludere. La Terna ha individuato la rottura meccanica del cavo e quindi si schiude pericolosamente la possibilità di un nuovo disastro ecologico dovuto alla fuoriuscita di olio fluido.

La rottura è proprio nel tratto di costa antistante la spiaggia di Suor Angela, in questo periodo frequentatissima dai bagnanti. Eppure, non è stato applicato alcun principio di precauzione, che impone in questi casi la necessità di assicurare un alto livello di protezione, almeno avvisando bagnanti e turisti della presenza di olio fluido usato per la saturazione dei cavi. Non solo. Quello di Ischia è uno degli ecosistemi più importanti dell’intero Mediterraneo, indicato come “habitat prioritario” dalla Comunità Europea, con la presenza di un’Area Marina Protetta denominata “Regno di Nettuno”, che include i fondali marini di Ischia, Procida e dell’isolotto di Vivara.

L’olio fluido usato dalla Terna nei cavi sottomarini è infatti una miscela di sostanze inquinanti. Contiene olii elettricamente isolanti, ricchi d’idrocarburi, Policlorobifenili, che sono inquinanti organici persistenti. E le quantità non sono affatto piccole: secondo un rapporto di analisi fornito da Enel alla Prefettura di Napoli all’inizio dell’anno scorso, i PCB totali sono, nel tratto tra Cuma e Lacco Ameno, nell’ordine di oltre diecimila nanogrammi per ogni Kg, ben oltre ogni limite legale e sanitario di compatibilità con la salute umana. Ma ci sono altri problemi, con i cavi sottomarini di questo tipo.

Quando si rompe un cavo sottomarino ad olio fluido, l’operatore elettrico se ne accorge perchè rileva una perdita di pressione dell’olio all’interno del cavo stesso. A questo punto, per evitare l’infiltrazione d’acqua all’interno del cavo, ma anche per spazzare via l’acqua già infiltratasi al momento della rottura, tecnicamente procede iniziando a pompare nuovo olio in pressione nella conduttura, in tal modo i cavi vengono portati ad una pressione interna superiore a quella dell’acqua marina. Questo metodo è usato anche per individuare il punto di rottura del cavo. Il grave svantaggio è che dalla lesione fuoriesce continuamente olio fluido, che va a disperdersi in mare, inquinandolo in un modo irreversibile.

I cavi in questione, costruiti dalla Pirelli, hanno all’interno un canale per l’olio del diametro di 18 mm in un circuito ad alta pressione. In caso di rottura, questo canale non deve mai potersi svuotare per essere sostituito dall’acqua e per questo motivo l’olio fluido deve essere mantenuto a pressione superiore alla pressione circostante dell’acqua. Quando il cavo a causa della rottura perde olio, questa perdita è compensata in maniera continuativa (con la relativa fuoriuscita in mare) tramite il pompaggio dalla stazione primaria di Cuma.

Secondo le caratteristiche tecniche fornite dalla Pirelli, per i primi 20 giorni, che è il tempo massimo di intervento e riparazione, ogni singolo cavo rotto rilascia in mare circa 6.25 tonnellate di olio con le rispettive sostanze inquinanti. Ma la rottura del 13 agosto è avvenuta nello spazio antistante una famosa e frequentatissima spiaggia, affollata di turisti desiderosi di fare il bagno.

Poi, c’è l’aspetto propriamente energetico della questione. I cavi di cui si parla non assicurano e non hanno mai assicurato l’alimentazione ischitana, che sono in pieno agosto, al momento di massimo afflusso di turisti, raggiunge i 51MW. Attualmente l’isola è alimentata con altri 5 cavi di tipo a media tensione, quindi non ad olio fluido, provenienti dalla stazione di Foce Vecchia, sulla terra ferma, inseriti ad anello con le stazioni di Lago Patria e di Pozzuoli.

La domanda quindi è d’obbligo: se c’è tutta questa energia elettrica, senza l’ausilio della linea ad Alta Tensione ad olio fluido con PCB ad elevatissimo rischio ambientale, perché questi vecchi cavi, irregolari, fuorilegge da quando ci sono, e pericolosi non vengono messi fuori servizio ed eliminati?

La linea elettrica sottomarina tra Cuma e Lacco Ameno non è mai stata autorizzata all’esercizio, è priva della concessione di utilizzo del pubblico demanio ed è stata costruita nel 1992, mentre il PCB nei cavi sottomarini era già vietato dal 1988. L’unica concessione demaniale di cui si trova traccia è quella n. 113/94 del 14.6.1994, nella quale è scritto che la concessione stessa è valida fino al 31.12.1993, cioè ha una scadenza addirittura antecedente la data del rilascio, e non risulta che sia mai stata più rinnovata. Ma allora, a cosa serve realmente il collegamento sottomarino tra Cuma e Lacco Ameno? Cosa può far ottenere, se non la distruzione di un’isola, non solo della sua vocazione turistica ma anche del suo raro ecosistema, che è una perla del Mediterraneo?

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