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Segnali di pace dall’Uomo di Imrali

di Nicola Sessa
da www.peacereporter.net

La questione curda, dopo venticinque anni di lotta, non è arrivata mai così vicina a una possibile soluzione. Con sette giorni di ritardo Omer Gunes, l’avvocato di Abdullah Ocalan, ha reso noto che il leader del Pkk ha inviato al governo turco dal carcere dell’isola di Imrali la tanto attesa Road Map. Il documento, che fissa i paletti con richieste e concessioni per mettere fine a una lunghissima striscia di sangue, repressioni e compressioni di diritti, sarebbe stato consegnato da Ocalan ai suoi avvocati il 20 agosto scorso.

Sui contenuti del documento elaborato dal leader curdo ci sono solo delle ipotesi o tutt’al più indiscrezioni svelate da fonti vicine al partito filocurdo Dtp. “Il presidente” chiederebbe, in sei punti, a) una Costituzione democratica, b) il riconoscimento dei diritti politici della minoranza curda, c) una trattativa con il Pkk, d) l’abolizione dei guardiani di villaggio – attraverso i quali l’amministrazione turca esercita il proprio controllo sulle comunità rurali, e) un’amnistia generale, f) miglioramento delle condizioni di prigionia nel carcere dello stesso Ocalan. Sul lato delle concessioni, il leader del Pkk chiede al suo popolo di riconoscere lo Stato turco che a sua volta dovrebbe accettare che la popolazione curda a divenire una nazione democratica. È proprio su quest’ultimo punto, fin quando non ne verranno chiariti ulteriormente i dettagli, che sorgono i maggiori interrogativi. Indipendenza, federazione o autonomia?

Mehmet Yuksel, coordinatore dell’Uiki (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia), parlando con PeaceReporter, dimostra di essere cauto e diffidente. Pur non nascondendo ottimismo, Yuksel pensa che un buon traguardo sarebbe anche solo percorrere la strada seguita dai sudafricani: “Noi siamo i neri di Turchia, conquistare un’eguaglianza di trattamento e parità nell’esercizio dei diritti è un primo obiettivo che si può raggiungere”. E poi il cambiamento in positivo di come la stampa sta trattando la questione e sensibilizzando l’opinione pubblica non è un fattore di poco conto. Sul perché Ankara stia accelerando per risolvere la questione curda Mehmet Yuksel non ha dubbi: in primo luogo il partito di Racyyp Erdogan, l’Akp, sta pensando alle elezioni del 2011 e la pacificazione della nazione rastrellerebbe il consenso di quegli elettori, in continuo aumento che non reggono più lo stress di una guerra interna; poi c’è Bruxelles e infine gli Stati Uniti e la questione energetica.

Washington vorrebbe che la Turchia assumesse un ruolo di prim’attore nella gestione irachena per meglio concentrarsi in Afghanistan e altrove. Dal 2010 il gasdotto Nabucco porterà nel cuore dell’Europa 30 miliardi di metri cubi di gas del Mar Caspio by-passando Russia e Ucraina: i condotti attraverseranno il Kurdistan turco e la Botas, la compagnia energetica di Ankara deve poter assicurare gli altri quattro partner commerciali da qualsiasi sabotaggio.

La cosiddetta “Iniziativa Curda” annunciata dal governo il mese scorso fissa in dieci punti gli sforzi che lo Stato compirà per tendere la mano alla minoranza etnica. Il piano sarà presentato solo a settembre, ma anche qui le anticipazioni non mancano. Innanzitutto l’unità della nazione turca non verrà mai messa in discussione mettendo da parte qualsiasi ipotesi di indipendenza. Ai curdi verrà permesso di parlare la loro lingua in campagna elettorale e in carcere, dove oggi è vietato e punito con l’isolamento; si potrà studiare il curdo e potranno nascere istituti di cultura locale; non sarà più possibile classificare i bambini come terroristi (dodicenni che lanciavano pietre contro la polizia nel corso di manifestazioni sono stati processati e condannati a norma dell’articolo 9 della Legge Anti-terrorismo); i nomi dei villaggi che sotto la guida di Kemal Ataturk furono “turchizzati” verranno sostituiti da quelli tradizionali curdi; gli abitanti della regione curda potranno esprimersi liberamente.

I partiti dell’opposizione, quello nazionalista Mhp in particolare, stanno osteggiando con tutte le loro forze un progetto che ha trovato l’appoggio perfino dei vertici militari (che precisano, però, “non tratteremo mai con il Pkk). Gul ed Erdogan sarebbero traditori e venduti agli Stati Uniti che avrebbero imposto e scritto il programma “Iniziativa Curda”. Con sfumature diverse Vamik Volkan, rispettato professore di psicologia politica, critica le scelte del governo: “La Turchia non può compromettersi sedendosi al tavolo con l’uomo di Imrali (è così che viene indicato dai turchi Ocalan per non pronunciarne il nome come per il Diavolo), una persona che ha dato inizio al terrore e ucciso molte persone. Stando alle parole di Volkan, riportate dal quotidiano Today’s Zaman, includendo Ocalan nel processo di pace è inevitabile che tutto vada sottosopra.

Un’altra incognita è rappresentata dalle formazioni più radicali del Pkk, dai guerriglieri arroccati sulle montagne del Kurdistan iracheno. Sebbene abbiano abbandonato da tempo l’idea di indipendenza difficilmente accetteranno soluzioni diverse da un modello federativo.

Erdogan gode, in ogni caso, di un forte appoggio internazionale e anche di una buona fetta della società civile turca che viene coinvolta dal gabinetto di governo da sempre più frequenti dibattiti pubblici. Che si tratti con il Diavolo o meno questa sembra essere la migliore occasione per chiudere 25 anni di lotta e seppellire con dignità le 40 mila persone morte in una lotta di controllo e libertà.

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