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Sempre più isolati

di Ines Gramigna
da www.peacereporter.net

Il governo israeliano ha recentemente adottato nuove procedure relative all’ingresso nel Paese di cittadini provenienti da paesi occidentali. Sono stati segnalati molti casi di persone provenienti dal ponte di Allenby, alla frontiera con la Giordana, che hanno ricevuto un timbro sul passaporto recante la dicitura ‘solo Autorità Palestinese’.

Questa procedura, istituita dal Ministero degli Interni, limita l’accesso ai soli Territori Palestinesi sotto il controllo totale o parziale dell’Autorità Palestinese (rispettivamente chiamati Area A e B) che corrisponde a circa il 60 percento della Cisgiordania, in quanto il restante 40 percento (o Area C) è sotto il totale controllo israeliano. In pratica vieta l’ingresso a Gerusalemme, Gerico e alle colonie israeliane oltre la Linea Verde riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Le implicazioni di tale decisione sono molteplici. Innanzitutto la violazione degli accordi di Olso 2 (1995), i quali precedevano che i ”cittadini di paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con Israele sono ammessi in Cisgiordania e Striscia di Gaza con un regolare visto israeliano e un passaporto valido”.

Tale accordo era già stato messo in pericolo dalla decisione presa dal governo israeliano nel 2006 di abolire la regola decennale che permetteva a cittadini stranieri di visitare, vivere e lavorare in Cisgiordania con visti turistici rinnovati ogni tre mesi. In seguito ad una campagna internazionale contro simili restrizioni la decisione fu rivista e sostituita, nel marzo 2007, da una nuova restrizione: l’entrata in Cisgiordania era condizionata dal consenso del comandante militare.

Queste misure entrano in contraddizione non solo con i cosiddetti accordi di pace, ma anche tra loro: nel caso recente si nominano i territori sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, mentre nei precedenti si nominava in modo generale la Cisgiordania. Il criterio di applicabilità non é chiaro a nessuno: tutto é rimesso alla discrezione del funzionario di frontiera.

La confusione deriva anche dal fatto che un permesso limitato al transito nelle aree A rende di fatto impossibile spostarsi da una città palestinese all’altra in quanto queste sono ormai ridotte a zone isolate, separate da zone a controllo militare israeliano, bypass roads (proibite ai palestinesi), colonie e zone di sicurezza. In pratica, per andare da Betlemme a Ramallah, essendo in possesso del visto ‘solo Autorita’ Palestinese’ si dovrebbe volare o scavare un tunnel per non solcare clandestinamente il suolo israeliano. Anzi, neanche volare visto che lo spazio aereo, quello marittimo e i confini sono sotto controllo del governo di Netanyahu.

Anche il quotidiano israeliano Ha’aretz ha cercato di fare luce sulla questione, ma i funzionari del Coordinatore delle Attività del Governo nei Territori (Cogat), una volta interpellati, hanno replicato che i visitatori dovranno rivolgersi all’Amministrazione civile per richiedere i permessi di entrata nell’area A. Il Ministero degli Interni ha rimandato la chiarificazione in merito all’accesso all’area B ai comandi militari. Il portavoce dell’esercito ha rimandato al Minsitero della Difesa, il quale a sua volta ha rimandato al Cogat, che ha rimandato invece al Ministero dell’Interno. La patata bollente gira tanto quanto un turista occidentale che vuole visitare Nablus e Hebron.

Lo stesso Ministero degli Affari Esteri israeliano ha criticato i colleghi degli Interni sostenendo che tali procedure danneggiano l’immagine di Israele all’estero. La reazione dell’amministrazione Usa non si sono fatte attendere: ”Ci aspettiamo che tutti i cittadini degli Stati Uniti d’America siano trattati in modo equanime, indipendentemente dalla nazionalità d’origine o da altre cittadinanze possedute”. Alcune ambasciate europee stanno considerando l’idea di interpellare il Governo di Tel Aviv al fine di ottenere delucidazioni in merito all’applicazione delle direttive in palese contrasto con gli accordi siglati nel 1995.

Il quotidiano israeliano Ha’aretz sta seguendo da vicino gli sviluppi della vicenda, attraverso la nota Amira Hass, giornalista che spesso riporta notizie scomode in prima pagina, e non é da meno il Jerusalem Post, che enuncia le motivazioni indicate dai vertici del Ministero degli Interni: ”assicurarsi che individui che potrebbero porre a rischio la sicurezza non posssano circolare liberamente in Israele”.
Numerose le proteste delle associazioni, dei mezzi d’informazione alternativa, blog e liberi pensatori i quali hanno espresso con parole a volte dure la condanna alle nuove misure adottate al valico di Allenby.

Già dall’inasprirsi della Seconda Intifada nel 2000 il governo israeliano aveva reso più selettivi i permessi rilasciati a turisti, attivisti, uomini d’affari e familiari di palestinesi che volevano recarsi in Cisgiordania. Il Jerusalem Post riferisce che i permessi rilasciati ai confini della Striscia di Gaza sono ai minimi storici dall’evacuazione delle colonie voluta nel 2005 da Sharon.

Anche i volontari che si trovano in Palestina hanno notato un inasprirsi dei controlli. S. Ha dovuto interrompere gli studi in quanto non ha ottenuto un visto di studio per l’Universita’ di Betlemme. N ha ricevuto in un primo tempo un visto di tre mesi all’aeroporto di Ben Gurion, diminuito poi a 1 per un capriccio della poliziotta di frontiera, essendo cosi’ obbligata a recarsi al Ministero degli Interni a presentare domanda di rinnovo e incorrere in minuziosi controlli. S e R sono entrati da Allenby e hanno ottenuto 3 mesi di visto geograficamente “illimitato” solo affrontando l’interrogatorio e mostrando la prenotazione del volo di ritorno in Europa. S, che appartenva all’International Solidarity Movement (Ism), si è visto negare l’entrata alla frontiera di Taba (Egitto / Israele) senza nessuna motivazione valida.

J, palestinese di passaporto statunitense, aspettava da tutta la vita di conoscere la famiglia che vive a Hebron e che non aveva mai visto: rispedita a casa direttamente dall’aeroporto Ben Gurion: i funzionari di frontiera hanno addotto motivi di visto inesistenti in quanto cittadina Usa.

A, sposato con una palestinese padre di una bimba di 3 anni, é costretto a rinnovare il visto a ogni scadenza entrando e uscendo a spese sue. S, nella stessa situazione, vive invece in Cisgiordania col visto scaduto da ben 4 anni.

I caschi bianchi in servizio nei Territori avranno vita dura nel 2010: arrivati al Ben Gurion dovranno girare la roulette e sperare che esca niente di meno che il doppio zero verde. In caso contrario si giocherebbero la permanenza in Palestina, la possibilità di muoversi, nonché il servizio civile, un’esperienza unica e talmente intensa da cambiare la vita.

Bisogna poi ricordare che nelle scorse settimane é stata approvata la legge che istituisce il reato penale di immigrazione clandestina, il quale prevede nei casi più gravi anche la reclusione. C’é anche da chiedersi se, nel caso in cui i volontari col visto ‘solo Autorita’ Palestinese’ venissero fermati ad esempio tra Jenin e Ramallah, incorrerebbero in questa neo norma voluta da Liebermann, Ministro degli Affari Esteri ed esponente di estrema destra, in quanto sprovvisti di regolare visto turistico.

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