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Invidia del Ramadan

di Pascal Bruckner
da www.ilsole24ore.com

I prodotti halal – certificati dalla moschea – si moltiplicano nei supermercati francesi, accanto agli onnipresenti prodotti kosher. Anche se i distributori, consapevoli di toccare un tema sensibile, abusano degli eufemismi e usano termini neutri quali «Sapore d’Oriente» o «Sulle vie delle spezie» per indicare alimenti destinati alla clientela musulmana, la tendenza pare irreversibile. Lo si voglia o no, l’Islam è diventato di fatto la seconda religione d’Europa, praticata in maniera dimostrativa da coloro che la professano, e occorre partire da questa constatazione prima di dare un giudizio, negativo o positivo. Secondo un’indagine Ipsos svolta dal 1987 al 2009, i musulmani più attivi appartengono alle giovani generazioni tra 15 e 34 anni.

I cattolici non escono bene dal confronto: soltanto il 16% di loro si afferma credente, contro il 32% dei musulmani tra i quali si moltiplica la frequentazione della moschea e l’uso della preghiera . Sette su dieci dicono di digiunare durante il Ramadan, un aumento del 60% rispetto al 1989. Il dato conferma il grande risveglio – la grande insofferenza, diranno altri – di questa comunità. Il Ramadan riflette sia un fervore religioso che un’affermazione identitaria, è una dimostrazione di forza e al contempo di devozione: digiunare insieme per un mese significa contarsi, saldare un gruppo davanti a una maggioranza che disdegna simili rituali. Il lungo mese di purificazione celebra il Corano rivelato al profeta Maometto dall’arcangelo Gabriele: dal sorgere al calare del sole, il fedele deve «astenersi da ogni cibo, bevanda, relazione sessuale» e nutrire lo spirito con «letture pie e adeguate orazioni». Si tratta di una prova di sopportazione: più facile d’inverno quando le giornate sono corte, diventa terribile nei mesi estivi e lascia gli adepti stremati, aggressivi, in mezzo a concittadini che bevono e spiluccano di continuo. Un tempo relegato nel folklore, il digiuno musulmano, come lo Yom Kippur ebraico, è diventato un fenomeno nazionale che si sta banalizzando. Scombussola un po’ il calendario, suscita un po’ di assenteismo o di disagio sui luoghi di lavoro e costringe i padroni a trovare accomodamenti con i dipendenti. Resta da sapere se è il ricatto dei correligionari che porta i figli recalcitranti o indifferenti del Profeta a conformarsi.

Stando a una statistica da prendere con le pinze, la criminalità calerebbe notevolmente durante il periodo di astinenza. Come ogni atto religioso, il Ramadan si colora spesso di ipocrisia, di falsità e di formalismo eccessivo. Ricordo un tassista di Kabul che continuava a sputare dal finestrino perché la legge religiosa vieta al fedele di ingoiare alcunché, saliva compresa.
Per il non credente, il Ramadan è una delle molte manifestazioni di “arretratezza”, una sofferenza inutile che milioni di uomini e donne si auto-infliggono per segnare la propria differenza. Per un protestante, per un cattolico, è un fenomeno impressionante o scoraggiante; rivela uno zelo nel palesare la fede che ha disertato da molto tempo la vecchia Europa. I cristiani d’ubbidienza romana ci vedono, non senza nostalgia, una reviviscenza della Quaresima, da noi ormai vuota di senso e di cui sussiste il rito alimentare del pesce al venerdì.

Dai loro fratelli musulmani, essi attingeranno motivi di diffidenza, o un invito a ritrovare l’ardore dei primi tempi e a rimobilitare le truppe sparse. Si uniranno talvolta alla religione rivale per combattere insieme le forze dell’ateismo e della laicità. Con sentimenti ambivalenti, riandranno alla lettera sdegnosa che Audalla Conget, ex monaco cistercense convertito all’Islam e attuale segretario della Giunta islamica di Spagna, mandò nel 2006 a Benedetto XVI, dopo le sue dichiarazioni di Ratisbona sulla violenza congenita dell’Islam: «(Caro fratello)… critichi la nostra fede per dissimulare la tua profonda ammirazione per la nostra intensa e perseverante adorazione. Una fede incrollabile che ti spinge a chiederti, senza portare risposte convincenti, perché siano così pochi i musulmani che si convertono al cattolicesimo. E perché tanti di coloro che sono stati attivamente cristiani in seno alla Chiesa riconoscono nell’Islam la nostra costituzione propria di esseri umani, il nostro vero posto nel cosmo. In verità, è molto doloroso vedere, quando si è cristiani, le moschee riempite ogni venerdì di uomini e donne di ogni età, la fronte spinta al suolo nel più sincero atteggiamento di accettazione della volontà di Dio. Il fatto che si tratti soprattutto di uomini in maggioranza giovani è qualcosa che richiede attenzione. Vedere le chiese vuote, a eccezione di poche donne anziane disseminate fra i banchi, ha qualcosa di molto doloroso. Lo sappiamo bene, noi che siamo stati cattolici e per tanti anni abbiamo servito la Chiesa».

Atterriti, i cristiani ricorderanno che numerosi musulmani spagnoli reclamano con insistenza il ritorno della cattedrale di Cordova, un’antica e magnifica moschea risalente al X secolo, al culto coranico o, in mancanza di ciò, la sua trasformazione in un tempio ecumenico in cui i rappresentanti di tutte le confessioni potrebbero pregare insieme e seppellire i dissidi del passato. Penseranno alla famosa profezia di un’Europa islamizzata entro la fine del XXI secolo fatta dall’orientalista Bernard Lewis, grande esperto e ammiratore dell’impero ottomano, con i cristiani e gli ebrei di nuovo ridotti a dhimmitudine, vale a dire con lo statuto di minoranza. Cacciato dalla Spagna una prima volta nel 1492 da Isabella la Cattolica che pose fine all’Al-Andalus, sconfitto una seconda volta nel 1683 a Vienna, quando Carlo di Lorena e il re di Polonia misero in rotta gli eserciti del sultano, l’Islam sarebbe partito alla riconquista di una terra infedele con la predicazione e la fecondità, mandando figli e figlie all’assalto della non-credenza per garantirsi un regno in questo mondo.

Siano esse profezie dettate dall’inquietudine o da vecchi fantasmi, l’Islam ha comunque la virtù di costringere a rivalutare tutto ciò che diamo per acquisito: la laicità, l’uguaglianza tra uomini e donne, la validità del regime democratico, la libertà di espressione, la tolleranza. Costringe noi, il cui sacro sta nei diritti dell’individuo, a riconsiderare il fatto religioso nella sua complessità. A tornare ai grandi dibattiti dei Lumi. A ripensare e rivalutare ciò che dalla caduta del comunismo pareva scontato, la superiorità incontestabile del nostro sistema politico ed economico, per ribattere agli argomenti dei teologi, degli imam decisi a non concedere nulla alla nostra società permissiva che ispira loro il massimo disprezzo.

Da qui, due atteggiamenti: uno pessimista che registra ogni nostro indietreggiamento e annuncia l’ineluttabile crollo della civiltà europea. L’altro di resistenza, che vuol capire e lottare laddove gli altri ci rinunciano e capitolano. Gli apostoli del declino dimenticano una cosa: l’Islam, «religione malata» come dice il filosofo franco-tunisino Abdelwahab Meddeb, non è un blocco monolitico. Può anche trasformarsi a contatto con le culture democratiche, imparare il dubbio, l’autocritica, uscire dall’oscurantismo in cui ristagna da secoli. Il soggiorno sul suolo europeo può essere l’occasione di un rinascimento lontano dal fanatismo che ne è il marchio ovunque sul pianeta. Dopotutto, lo stesso cristianesimo ci ha messo quattro secoli a evolversi in forme di credenza più liberali. Ma la scommessa sarà vinta soltanto con l’appoggio dei musulmani più illuminati, e non contro di loro: qui sta la formidabile complessità della sfida che ci attende.

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