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La bufala della partecipazione agli utili

di Domenico Moro
da www.aprileonline.info

Per contrastare il calo dei profitti le aziende hanno tagliato i costi, vale a dire il costo del lavoro, mediante la riduzione delle ore lavorate, grazie ai licenziamenti e soprattutto al raddoppio delle ore di cassa integrazione concesse dal governo. Altro che compartecipazione ai profitti, qui la questione centrale è la difesa del posto di lavoro

La crisi è sempre stata utilizzata per far passare trasformazioni regressive per i lavoratori. Accade anche oggi. Il ministro Tremonti al meeting di Rimini ha proposto come strumento per superare la crisi la partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali. Alla proposta si è subito associato il ministro Sacconi, secondo il quale la partecipazione agli utili potrebbe costituire un tassello dell’altro colpo di genio di questa estate, la concertazione territoriale. Forse Tremonti e Sacconi non sono stati avvertiti che siamo nel bel mezzo della più grave recessione dal 1945. Infatti, per prima cosa viene da chiedersi: dove sono i profitti cui dovrebbero essere legate le retribuzioni di operai e impiegati? Secondo uno studio della banca Citigroup, nella Ue i margini operativi lordi delle imprese sono scesi dell’11% nel periodo tra l’ultimo trimestre 2008 e il primo trimestre 2009 rispetto all’anno precedente. Se poi depuriamo il dato dal deprezzamento del capitale, e da interessi e rendite sulla proprietà, i redditi imprenditoriali netti risultano scesi del 23%.

Ma, mentre la Germania (dove prevale l’impresa grande ed avanzata tecnologicamente) con i suoi alti profitti pre-crisi può ammortizzare le perdite, l’Italia (dove prevale la piccola impresa) con i suoi profitti più ridotti si trova in una situazione ben peggiore. Per contrastare il calo dei profitti le aziende hanno tagliato i costi, vale a dire il costo del lavoro, mediante la riduzione delle ore lavorate, grazie ai licenziamenti e soprattutto al raddoppio delle ore di cassa integrazione concesse dal governo. Altro che compartecipazione ai profitti, qui la questione centrale è la difesa del posto di lavoro.
La bufala della partecipazione agli utili è un modo per spianare la strada all’attuazione della riforma degli assetti contrattuali, che lega i salari alla produttività ed al territorio.

Ma, far dipendere il salario alla produttività aziendale per aumentarla non risolverà la crisi e la disoccupazione, anzi le aggraverà. Vediamo come. Nel 2007 fu lo stesso Fondo Monetario Internazionale a denunciare che la lenta crescita di salari e stipendi, a fronte della molto più veloce crescita di profitti e produttività, poteva provocare la crisi. Come del resto è accaduto, visto che all’aumento della produzione non ha corrisposto un adeguato aumento della capacità d’acquisto dei lavoratori salariati, che rappresentano la massa dei consumatori. Da qui la sovrapproduzione e la crisi e con la crisi, data la disoccupazione e la cassa integrazione, i salari sono diminuiti ancora.

Pretendere, quindi, di legare i salari alla produttività per aumentare quest’ultima, a fronte di una diminuzione delle ore lavorate per via della cassa integrazione e dei licenziamenti, vuol dire diminuire ancora di più la domanda di forza lavoro delle imprese e aumentare l’esercito dei disoccupati e, in finale, diminuire i salari medi per via dell’aumento della concorrenza tra i lavoratori per la conquista di posti di lavoro. Ciò perché la produttività verrebbe aumentata non mediante innovazioni di processo e di prodotto, ma mediante l’aumento dell’intensità del lavoro, cioè facendo lavorare di più i lavoratori già impiegati e aprendo di nuovo la strada alla sovrapproduzione. Legare la retribuzione al territorio è l’ultima bufala.

Infatti, per territorio si intende la singola azienda e quindi ritorniamo a quella contrattazione decentrata che per Confindustria, appoggiata da Cisl e Uil, è il grimaldello per scardinare la contrattazione nazionale e quindi la forza negoziale centralizzata dei lavoratori, già duramente provata dalla Legge 30 e dalle esternalizzazioni. Se Sacconi dice che “è assurdo parlare di gabbie salariali” e la Confindustria ha accolto freddamente la proposta leghista è solo perché il senso delle gabbie salariali è già nella controriforma contrattuale siglata recentemente. Certo la Lega con la sua proposta legittima ulteriormente quella controriforma, tentando di renderla appetibile alla classe operaia del Nord.

Il quadro, però, non sarebbe completo se non citassimo la proposta di legge di Ichino, che, riprendendo la proposta di Castro (Pdl), ha raccolto consensi bipartisan dal Pdl al Pd. Oltre alla partecipazione agli utili da parte dei lavoratori, Ichino prevede la distribuzione dei premi di produttività sotto forma di azioni e persino la trasformazione del TFR in quote di capitale. Una prospettiva inquietante, nella quale i lavoratori, oltre al rischio di perdere il proprio posto di lavoro, dovrebbero prendersi anche quello di perdere parte del proprio salario (sotto forma di capitale), assumendosi così il rischio d’impresa (ma questo non dovrebbe essere la giustificazione del profitto del capitalista?), in un contesto per di più di grande volatilità del mercato azionario. E senza avere voce in capitolo sulla gestione aziendale, dato che Tremonti (come Bombassei) è stato chiaro: compartecipazione sì, cogestione no.

Il modello sono gli Usa, dove i lavoratori della GM, oltre a rinunciare al diritto di sciopero e ad accettare drastiche riduzioni salariali e previdenziali, hanno dovuto partecipare (17,5% del totale), attraverso il sindacato, al capitale aziendale di un gruppo a forte vocazione fallimentare. Ritornando a Tremonti, per il ministro la questione è gestire la situazione giorno per giorno più che programmare il futuro.

Invece, la questione è proprio quella di ridefinire una programmazione non solo degli ammortizzatori, ma dell’intera economia e soprattutto di una politica industriale italiana. Il blocco Tremonti-Lega punta, da una parte, a salvaguardare le capacità immediate di esportazione delle piccole e medie imprese (la base di classe della Lega), infischiandosene del mercato interno e riducendo il costo del lavoro, e dall’altra a mantenere una struttura produttiva inadeguata alla mondializzazione e alle sfide in termini di innovazione tecnologica che quella impone. Anziché lasciarsi irretire da proposte neocorporative, fra l’altro inattuabili, la sinistra dovrebbe fiancheggiare, estendere e collegare le lotte spontanee dei lavoratori. Ciò è possibile solo mettendo al centro della propria azione la difesa dell’occupazione, senza la quale non c’è difesa dei salari, attraverso una battaglia contro il localismo ed il regionalismo estremizzato, che affronti la questione dell’ammodernamento della struttura produttiva ed economica dell’intero Paese.

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