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Vite schiantate

di Monica Lanfranco
da www.womenews.net

Alla fine di questa estate si faranno i conti, e si vedrà, per pura statistica, se le cifre del rapporto dell’Eures del 2007, secondo il quale il numero di omicidi maturati all’interno della famiglia e dei ‘rapporti di prossimità’ (parenti, amici, vicini) hanno superato quello degli omicidi legati alla malavita e alla criminalità organizzata è valido anche per il 2009.

Due anni fa in famiglia erano morte ammazzate 174 persone, in maggioranza donne e minori uccisi dai padri, mariti, conviventi (pari al 29,5 per cento del totale, superando in misura rilevante le vittime della criminalità comune e mafiosa all’esterno della casa).

I numeri, però, sono solo numeri, mentre le storie, le immagini, i racconti del dolore e della violenza sono altro: sono la realtà incarnata in vite distrutte, spezzate dalla solitudine, schiacciate dal peso di valori sociali e pregiudizi che scavano la roccia fino a creare voragini che inghiottono le persone, e le rendono anche assassine.

A Genova qualche giorno fa una donna di 35 anni ha ucciso il suo bambino di 19 giorni e poi si è impiccata: era sola, con alle spalle una storia familiare di lutti e di abbandoni.
La depressione post partum, il killer silenzioso in agguato in una società come la nostra dove la maternità reale non è, nè per la collettività né per le istituzioni, quella facile e solare delle pubblicità dei pannolini senza antipatiche fuoriuscite, ha fatto un’altra tacca nel suo carnè di sangue.

L’altro ieri a Reggio Emilia un operaio disoccupato ha ucciso a coltellate e colpi di martello moglie e figlio di 19 anni, ridotto in fin di vita l’altro figlio di 4 anni e l’anziana padrona di casa. Poi ha tentato il suicidio. Dopo due anni di cassa integrazione, da maggio non riscuoteva più sussidi; il Centro di salute mentale che lo seguiva da tempo sostiene che l’uomo non avesse mai mostrato segni di squilibrio.

Ma c’è, spesso insidiosamente latente e poco visibile, un altro silenzioso assassino annidato in chi, quasi sempre maschio e padre di famiglia, compie gesti mortali dentro la sua casa, con una disperata furia annientatrice: il senso di possesso della propria compagna e dei figli e figlie, l’eredità assassina del patriarcato.

Nella raggelante follia omicida che annienta gli affetti e arma la mano di un uomo contro chi gli è più caro c’è anche l’ancestrale, terribile radice che gli permette di concepire questo gesto, iscritto nella genealogia del padre/padrone: ‘se io non ce la faccio nulla mi deve sopravvivere, perché la mia famiglia è mia’.

Carlo Marx scrisse che c’era qualcuno ancora più oppresso e schiavo del proletario nel sistema del capitalismo: sua moglie, spesso resa schiava anche da lui, oltre che dalla struttura economica.
Non ci sono smentite all’orizzonte, purtroppo.

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