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PER IL BENE DELLA CITTÀ

di Daniele Garrone
(culto di apertura del Sinodo delle Chiese valdese e metodista, svoltosi a Torre Pellice dal 23 al 28 agosto)

“Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia (…). Essa diceva: ‘Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicatevi là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene. […] Poiché così parla il Signore: Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. Infatti io so i pensieri che medito per voi, dice il Signore: pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m’invoche-rete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi, dice il Signore; vi farò tornare dalla vostra prigionia; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho cacciati, dice il Signore; vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare’”. (Geremia 29/1-7; 10-14)

Dio lo vuole

Agli esuli di Israele, Dio dice di Babilonia: “Dal suo bene il vostro dipende”. Parole che evocano quelle della famosa aria di Ottavio del “Don Giovanni” di Mozart. Ottavio dice di Anna: “Dalla sua pace la mia dipende, quel che a lei piace vita mi rende, quel che le incresce morte mi dà.”

Non è però esattamente con l’amoroso trasporto dell’a-ria di Ottavio che le religioni tornano ad apostrofare la città in questo albore di XXI secolo, caratterizzato da quella che il sociologo francese Gilles Kepel ha chiamato “la rivincita di Dio”! Le religioni tornano a riaffacciarsi nella “città secolare” con le loro rivendicazioni e pretendono che la città aderisca alle loro richieste “per il suo bene”.

Vi sono innanzitutto fondamentalisti di ogni sorta, che odiano la città moderna, e propagandano – purtroppo con successo, almeno in alcuni ambiti – la loro ricetta per il bene della città: sottoporre tutti alla “legge di Dio” , se necessario con la forza, tanto “Dio lo vuole”. Chi sa da Dio che cosa è il bene ha il diritto di inculcarlo, il dovere di imporlo.

Ma è di noi cristiani qui in Europa e in Italia che ci dobbiamo occupare. Le Chiese hanno pian piano imparato ad accettare e poi a riconoscere la “città secolare”, lo Stato democratico e pluralista, più o meno neutrale in materia di fede e di morale. Eppure, neppure in questo contesto, si guarda al bene della città (o del Paese come l’antica traduzione greca dei Settanta ha inteso) con l’amoroso trasporto di Ottavio.

Sotto tutela

Cominciamo dalla voce cristiana che più di ogni altro si fa udire in Europa, quella delle gerarchie cattolico-romane. In Italia essa viene quotidianamente amplificata dai mezzi di comunicazione di massa e accolta con riverenza da una pletora di chierichetti atei, che ci spiegano che purtroppo non credono in Dio, ma che tuttavia danno ragione alla Chiesa.

Alla città, che si bolla come disperata e disorientata, si dice che essa ha perduto il senso del bene perché ha espulso Dio dal mondo, gli ha tolto il suo spazio. Per fortuna, però, vi sono soccorrevoli e solleciti esperti di umanità – come si autodefiniscono – che poco menzionano Dio, ma molto “la vita”, i “valori non negoziabili”, ciò che – secondo loro – è iscritto nella natura ed evidente alla ragione onesta, da sempre e per sempre. Essi promettono il bene della città, purché si lasci di nuovo mettere sotto tutela, purché dia retta ai suoi pastori. Allora la città saprà vivere di “sana laicità” e non di laicismo nichilista; lo Stato di diritto riacquisterà quel fondamento trascendente senza il quale esso inevitabilmente e rovinosamente collasserebbe. Non correrà il rischio di fraintendere o di estendere eccessivamente i diritti umani, stabiliti dal Creatore, e sempre – come è noto – insegnati dalla città cristiana. La città potrà riacquistare l’equilibrio armonico che ha avuto praticamente fino al XVI secolo, quando essa ha colpevolmente iniziato a negare a Dio il suo spazio. Questa visione stinge anche sul dialogo interreligioso, che sempre più spesso cerca di realizzare un fronte comune della vita e della morale, in polemica contro la cultura delle libertà e dei diritti.

Facciamo abbastanza?

Che ne è della nostra piccola diaspora valdese e metodista in questa nostra città? Come ci preoccupiamo del suo bene? Ci sono stati momenti in cui guardavamo al bene della città “sull’aria di Ottavio”, cioè speravamo nelle sue capacità di rinnovarsi, modernizzarsi, liberalizzarsi, europeizzarsi. Abbiamo avuto momenti di passione per il bene di questa città che per secoli non ci ha né ascoltati né voluti, e in cui ci siamo diffusi dopo il 1848. Dovremmo rileggere criticamente la nostra storia dal 1848 ad oggi sotto questa angolatura – “che cosa abbiamo detto del bene della città; che cosa abbiamo fatto per contribuirvi?” – per vedere che idea del bene della città hanno propugnato i nostri padri, in tutte le sue sfaccettature, compresi gli accenti patriottici e lealisti nei confronti della casa Savoia e il “ci confessiamo cristiani e ci dichiariamo marxisti”.

Potrebbe essere anche questo un modo di valorizzare il centocinquantenario dell’unità d’Italia, che la città sembra oggi mettere in sordina, in attesa che il Risorgimento venga battezzato nel 2011, quando ci verrà spiegato che l’unità d’Italia si radica nella sua identità cattolica. Il Risorgimento, la Resistenza, la Costituente, le battaglie per la libertà religiosa, le Intese, l’impegno politico…

Oggi certamente i toni non sono più ottimistici. Che diciamo, che facciamo? Temo che non andiamo oltre lo sdegno – per altro sacrosanto – per la rimonta clericale e il disappunto per l’assenza di una postura laica nella cultura e nella politica, salvo nobili quanto limitate eccezioni (sebbene espresse anche con fermezza da una delle Presidenze della Camera). Temo che non andiamo oltre la delusione per la fine della politica, espressa però più come rimpianto di un mondo che non c’è più (ma che ancora si agita come se nulla fosse nelle sue concrezioni partitiche), sostituito da un nuovo scenario che a mio avviso non abbiamo ancora affrontato sine ira et studio e quindi non abbiamo ancora compreso. Finiamo per cedere ad un senso di estraneità per questa città, che ci sembra essa stessa dimentica del bene comune.

I 3.000.000 di firme per l’otto per mille segnalano che siamo percepiti come liberali, laici e trasparenti, ma basta questo per il bene della città? Che qualcosa dobbiamo fare per il bene della città ce ne ricordiamo in Sinodo, ogni anno, con gli ordini del giorno intesi a “dire una parola al Paese”. Si tratta però spesso di una singolare rivisitazione del detto “Bibbia e giornale”. Siccome al Sinodo ci sono i giornalisti, ogni giorno ci deve essere qualcosa sui temi importanti per la città. Un ordine del giorno si può sempre fare, perché nel gruppo redazionale di ciò incaricato c’è sempre qualcuno che ha letto Repubblica e Il Manifesto e che conosce la Bibbia. Partecipiamo all’orientamento ecologista, terzomondista, antiliberista che è ormai senso comune nell’ecu-mene… Ma è questo che serve e che basta a “cercare il bene della città”? Non rischiamo sempre di dire “profeticamente” come i
l mondo dovrebbe ottimamente essere, anziché cercare, nello sporco della storia, e nella laicità della politica, nel compromesso delle mediazioni umane, quel che può essere bene in quanto meglio di quello che c’è?

Accettare la diaspora

Con queste domande nel cuore, ascoltiamo la lettera di Geremia, una delle pagine al tempo stesso più rivoluzionarie – rispetto alle idee dei suoi destinatari – e più “liberali” – mi si passi il termine evidentemente anacronistico – rispetto al giudizio che pesava su Babilonia: nazione idolatra e violenta, paese di empietà.

Pochi anni prima, nel 597, un primo assalto babilonese aveva messo una seria ipoteca sul futuro di Giuda ed erano state deportate le dirigenti. Il decennio successivo è fatto di speranze disilluse e di iniziative politico-militari fallimentari. Si sogna un intervento di Dio che riscatti Gerusalemme e i profeti diffondono questa speranza, che Geremia bolla come un sogno, oggi diremmo un delirio. Si tenta di allacciare alleanze con altri Stati, per resistere a Babilonia e ribaltare la situazione. Anche tra gli esiliati, la situazione presente è considerata transitoria. Dio certamente interverrà in modo clamoroso per ripristinare l’ordine perduto. Dio però manda tramite Geremia a dire: “in esilio vi ho mandato io, perciò accettate questa situazione e anzi mettetevi radici. Non sognate la fine di Babilonia, cercate il suo bene” . Cercate il bene della città nemica, senza Dio, in cui io vi ho messi.

Cercare il bene della città dell’esilio. Cercare il bene degli altri, mentre su di noi pesa il giudizio di Dio. Qui c’è una prima lezione per noi. Cercare il bene della città e riconoscere il giudizio di noi su di noi vanno inseparabilmente insieme. Non possiamo non pensare alla secolarizzazione moderna. E se la città secolare che ha ridotto a diaspora i cristiani che prima erano egemoni in ogni campo, che ha tolto alle Chiese il potere che avevano, che ha ridotto il loro spazio, fosse il giudizio di Dio? E così Dio ha sconfitto la pretesa umana di rendere pervasiva e normativa la comprensione che qualcuno aveva di lui.

Nel centenario calviniano parliamo anche del rogo di Serveto, arso sulla base del diritto giustinianeo che puniva la blasfemia. Se la città governa in nome di Dio (inevitabilmente il Dio di qualcuno), c’è sempre un blasfemo. Per questo dovremmo sentirci raggelare il sangue nelle vene oggi che si torna a parlare di “fare qualcosa contro la blasfemia”.

Invece di strombazzare le radici “cristiane” d’Europa, il nostro primo e più serio contributo al bene della città in cui come cristiani siamo minoranza è riconoscere che cosa è stato fatto del messaggio cristiano in regime di cristianità. Ammettere che, sebbene sia vero che i diritti umani sono affermati nella prima pagina della Bibbia, i cristiani ne sono stati gli ultimi adepti, per cui oggi dovrebbero farne l’apologia con lo spirito dei convertiti e non con il tono dei maestrini. Riconoscere che la laicità che faticosamente è stata posta alla base degli Stati moderni è il rimedio che ha posto fine all’intolleranza in nome di Dio. Salutare la fine del potere temporale o dell’acquiescenza del potere politico alle confessioni cristiane come una benedizione e non come una iattura o una menomazione temporanea da superare presto con una rinnovata influenza sulla società. Accettare – senza rimpianti di un mondo cristiano che non c’è mai stato e che non ci sarà mai, il Regno di Dio è un’altra cosa – la condizione diasporica, quella dei discepoli mandati nel mondo senza tutele e privilegi.

Il bene senza maiuscola

La democrazia laica moderna è assai diversa dalla monarchia babilonese. Ma questi cambiamenti accentuano semmai la pregnanza della lettera di Geremia. Non si tratta soltanto più di sano realismo e magari, una volta messe radici, di leale identificazione coi destini della nazione in cui si può non solo vivere, ma anche prosperare, ma anche morire in guerra (…).

C’è molto di più, perché in democrazia non ci sono più sudditi, ma cittadini liberi. Non ci sono più editti, ma le leggi di un Parlamento liberamente eletto. Soprattutto, c’è l’i-dea di un bene comune che non coincide con le visioni particolari di questo o quel gruppo, ma è inteso come uno spazio di eguale libertà e diritti per ognuno, qualunque sia la sua visione religiosa, morale o ideologica.

Cercare il bene della città significa dunque sentirsi solidali con gli altri in un percorso che non ha ricette date in partenza, ma che richiede una faticosa ricerca. Implica l’umiltà di riconoscere ed accettare il fatto che il bene della città non può mai essere il Bene con la “b” maiuscola, realizzato in base alla Verità con la “v” maiuscola, ma solo il bene che può risultare da una umanissima ricerca di giustizia. E, anzi, ricordiamoci che tutte le volte che la città, compresa quella cristiana, ha chiamato ad un bene con la maiuscola, le cose sono finite male, anzi malissimo, per molti, anzi troppi.

Il grande esegeta von Rad ha detto che la lettera di Geremia mostra “un realismo e una sobrietà che farebbero impallidire un politico”. Abbiamo tutti letto giorni fa delle opposte, ma simmetriche reazioni degli estremi dello schieramento politico all’indagine di Bankitalia sui lavoratori immigrati in Italia, su questi nuovi esuli che vengono a cercare il loro bene e contribuiscono al nostro. Sono necessari e fanno i lavori che la città non vuol più fare. È così, è la realtà. Anziché negarlo con irrealistici schemi ideologici, dovremmo avere l’umiltà di andare ad interpellare questi immigrati e chiedere a loro di farci la loro esegesi di “dal suo bene il vostro dipende”.

La lettera di Geremia apparve certamente sconvolgente ai suoi lettori, addirittura rivoluzionaria. Chiede di mettere radici nella città del giudizio di Dio e forse arriva ad ipotizzare matrimoni misti con la sua popolazione. (…).

Dio a Babilonia

Ma c’è un aspetto ancora più importante in cui il nostro testo è rivoluzionario. Si tratta dei versetti da 10 a 14. Se Dio ha potuto far scrivere la lettera di Geremia, se egli dunque si rivolge ancora a coloro che ha cacciato lontano dal suo volto, allora – dice chi prosegue il testo inserendo i vv. 10-14 – questo ci rivela qualcosa di Dio. Vuol dire che Dio è presente al di là del suo santuario, al di fuori di Sion, nel luogo della sua assenza, se posso usare questo paradosso. Dio si fa incontrare e trovare in un luogo in cui non ha uno spazio evidente e garantito. Nella mentalità dell’Antico Vicino Oriente, la sconfitta di una nazione era la sconfitta dei suoi dei; la fine del suo tempio comportava la sua scomparsa dal mondo o almeno la sua ininfluenza. Quando, nel salmo 137, gli esiliati dicono “Come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?” non danno soltanto voce al loro orgoglio nazionale ferito, ma esprimono un vuoto assai più grande: il vuoto di Dio. Siamo esclusi dallo spazio di Dio. Ma qui si compie una delle più grandi rivoluzioni di pensiero della storia. Dio si fa trovare al di fuori di uno “spazio di Dio”. Nasce una nuova forma di religione, che ha bisogno soltanto della Parola di Dio e della fede, di un libro, la Scrittura, e della preghiera. Per dirla con le parole di Ezechiele, sempre rivolte agli esiliati, “io sarò per voi” un santuario “temporaneo” o “parziale”. Dio che si fa santuario in una situazione che appare come eclissi del suo volto e ritrarsi del suo braccio.

“Mi cercherete e mi troverete” non si riferisce al momento in cui si sarà compiuta la promessa di un ribaltamento delle sorti di Israele – che questi versi pure contengono – ma già in Babilonia, già in esilio, già nella dispersione voluta da Dio. Nel luogo e nel tempo in cui a voi sembra solo possibile rimpiangere ciò che non c’è più, voi mi ritroverete, perché “mi cercherete con tutto il cuore”.

Non essere dei nostalgici di Dio, dei resta
uratori del mondo perduto in cui pensavamo di averlo sempre con noi e per noi, ma ritrovarlo davanti a noi quando nulla lo mostra e lo garantisce. Ecco la promessa agli esuli chiamati a radicarsi nella città e a cercarne il bene.

Cercare Dio

Non credo sia sbagliato, nella nostra riflessione sulla diaspora cristiana e la città secolare, ricevere queste parole non solo e innanzitutto come una promessa, ma anche come un invito. Lo tradurrei così. Cercate Dio. Con due accentuazioni. Cercate Dio. Fate in modo che mai la città debba avvertirvi come dei detentori di Dio. Non apparite come i suoi amministratori o gestori. Non presentatevi mai come i suoi rappresentanti. Non come i divulgatori dei suoi valori. Non sentitevi chiamati a difenderlo e a presentarlo come fondamento necessario. Tra l’altro, non gli corrisponde, perché egli non si muove sul piano della necessità, ma su quello della gratuità. Non ostinatevi a insegnare in modo paternalistico che, senza di lui come presupposto, nessuno può fare nulla di buono. Cercatelo, cercatelo con tutto il cuore. Cercatelo voi, cercalo tu.

Cercate Dio. Non cercate altro. Molte altre cose le potete e dovete cercare, umilmente, con altri, nella cultura e nella politica, nella ricerca scientifica, nel lavoro e nella professione. Ma la vostra vocazione è cercare Dio. Non vi preoccupate in primo luogo di etica, di valori, di civiltà, ma cercate Dio. Non cerca chi pensa di avere la Verità. Chi ha conosciuto la santità di Dio, lo cerca ancora. Chi lo ha incontrato, lo cerca di nuovo, per non scambiare mai il Vivente con ciò che egli ha capito di lui. Anche questa volta lo ha detto bene Lutero: “Il compimento di questa vita non sta nell’a-vere Dio, ma nel cercarlo. Sempre bisogna cercarlo e ancora cercarlo, sempre di nuovo, da capo. Così il cammino procede di forza in forza, di chiarezza in chiarezza nella stessa immagine. Infatti sarà beato non chi comincia a cercare, ma chi persevera fino alla fine (Mt 10,22), ricominciando sempre di nuovo a cercare ciò che ha trovato. Infatti chi non progredisce sulle vie di Dio e chi non cerca ancora, perde ciò che ha trovato, perché sulle vie di Dio non ci si può mai fermare…”. (M. Lutero, commento a Rom 3, 11).

I cercatori di Dio “cercano il bene della città e pregano per essa”. Cercare il bene non è sinonimo di pregare. “Cercare il bene della città” è un fare, come quando Isaia (1,17) dice: “Imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova!”

Se ci pensiamo bene, “pregare per” è la cosa più laica che possiamo fare. Perché è l’unica in cui non ci mettiamo nulla di nostro. “Pregare per…” non significa affidare a Dio, perché le compia con la sua potenza, quelle iniziative nei confronti della città che a noi non riescono (più). Non significa sperare che egli faccia diventare gli altri come noi vorremmo. Significa chiedere a Dio che sostenga tutti nella ricerca della giustizia e della libertà. Soprattutto, pregare per la città significa chiedere speranza, significa rimettere il futuro non ai nostri piani per gli altri, ma al nuovo del Dio che viene.

Questa nostra assemblea, che apre il sinodo – la massima assise decisionale della nostra Chiesa – costituisce un uditorio simile a quello della missiva di Geremia: anziani, sacerdoti, profeti e tutto il popolo della diaspora… pastori, deputati, diaconi, predicatori locali, laici impegnati, credenti… Questo nostro piccolo “resto”, quel che rimane di una storia lunga e sofferta, è – come Israele disperso in Babilonia – destinatario di una parola di giudizio, di vocazione e di promessa. E che altro deve fare un sinodo se non sottomettersi al giudizio di Dio ed ascoltare la sua promessa e compiere la sua vocazione?

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