Home Politica e Società Abruzzo/1 Fuori dalle tende, ma dove?

Abruzzo/1 Fuori dalle tende, ma dove?

di Filippo Tronca
da www.carta.org
[15 Settembre 2009]

La maschera di bronzo di un inviato del cinegiornale nazionale dice che le tendopoli aquilane stanno per essere smantellate, come promesso dal governo, a cominciare da quella di piazza d’Armi. Spiega che gli sfollati andranno a vivere in bellissimi residence nella Caserma che ha ospitato il G8, i più fortunati addirittura nella suite dove ha dormito il presidente Obama. Poi, tempo qualche settimana, il presidente Berlusconi consegnerà le chiavi di un bellissimo appartamento nei quartieri del piano C.a.s.e., in attesa della ricostruzione della città.

A seguire, intervista a terremotato commosso per tanta grazia. In sede di montaggio di questa sineddoche televisiva, che propina la parte per il tutto, è sparito qualche fotogramma di realtà. Le camionette di poliziotti in tenuta anti-sommossa fuori delle tendopoli, ad esempio. Gli sfollati che inveiscono e minacciano di incatenarsi alla tenda. Guido che racconta concitato: «Il capocampo, un carabiniere e uno psicologo sono arrivati e mi hanno detto che tra 48 ore mi portano in un albergo sull’ altopiano delle Rocche. Ma io come ci scendo quest’inverno da lassù tutte le mattine? Con le ciaspole?».

Bruno che si sente morire quando gli comunicano che sarà dislocato ad Ofena, a 60 chilometri dalla famosa cantina del Boss, crocevia di storie e di vino. Un artigiano senza più casa e bottega che sbraita: «Se sono rimasto in tenda cinque mesi è perché volevo restare nella mia città». Nessuno di loro sa per quanto tempo e soprattutto perché. Se non ci saranno ripensamenti, è questa la sorte che toccherà a migliaia di sfollati, in particolare agli anziani non abili al lavoro.

Nelle tendopoli avevano costituito piccole comunità, fondamentali, più degli psicologi, dei clown e degli intrattenitori vari, a vincere il dolore, aiutarsi a vicenda e ricominciare. Ora saranno sparpagliati e isolati tra le vallate marsicane e le dolci colline teramane. In alberghi che, ospitando gli sfollati a oltre 50 euro di rimborso giornaliero cadauno, salveranno la disastrosa stagione turistica, condividendo finalmente la pacchia con gli alberghi della costa, che grazie al sisma hanno già raddoppiato, in piena crisi, il loro fatturato annuo. C’è forse una logica in tutto questo, riassumibile nella formula «ricostruzione senza soggetto»: affronto cioè l’emergenza senza terremotati tra i piedi, li rimuovo dal cratere, li stocco nei campi, li spedisco sulla costa adriatica, lontano di luoghi delle scelte, e soprattutto degli appalti. La politica commissariale si conferma a L’Aquila l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda.

Dopo il terremoto del 1693 che distrusse Noto in Sicilia il viceré degli Uzeda nominò il duca di Camastra vicario della ricostruzione, e quel commissario non rifece il vecchio abitato, ma una «new town», che divenne però un gioiello del barocco che il mondo ancora oggi ammira. Secoli dopo la storia si ripete in forma di farsa. Sparpagliata nelle campagne intorno a L’Aquila, sorge in procedura d’urgenza una nuova città, fatta di sola periferia, con quartieri distanti tra loro e dal centro anche venti chilometri. Un nuovo incastellamento, stavolta antisismico, frutto di un movimento centrifugo opposto a quello che fece nascere la città de L’Aquila, fondata dalle popolazioni in fuga dai contadi tiranneggiati dai signorotti. Ma questi sono argomenti liquidati come quadripilectomia, la scienza dello spaccare il capello in quattro.

Fa più presa l’argomento, il dato di fatto, che gli appartamenti del piano C.a.s.e. non basteranno per tutti, per stessa tardiva ammissione del vice di Guido Bertolaso, Bernardo De Bernardinis. Era il segreto di Pulcinella: i nuclei familiari con casa distrutta dal sisma o dentro le inaccessibili zone rosse sono infatti 16 mila, gli appartamenti del piano C.a.s.e. sono 4.920, bastevoli neanche per un terzo di essi. E poi non sono della dimensione giusta: pochi monolocali e bilocali rispetto al numero di famiglie composte da una a tre persone potenziali assegnatarie.
De Bernardinis, come un sarto che prima fa il vestito troppo corto e poi chiede al cliente di rimpicciolirsi, si è precipitato nei cantieri per vedere se era possibile dividere in due i bilocali, e trasformare in bilocali gli appartamenti da quattro.

Le C.a.s.e. non bastano? Nessun problema, ha allora tagliato corto il commissario Bertolaso, se ne faranno altre 500, della pezzatura giusta, e si requisiranno le case sfitte, la Guardia di finanza e altre caserme, e si adotteranno altre soluzioni, comprese, come suggerito dal sindaco Cialente, case in legno per le frazioni, come negli altri paesi del cratere. I conti, ad oggi, con l’inverno alle porte, comunque ancora non tornano, anche perché ci sono da sistemare in aggiunta migliaia e migliaia di sfollati con case classificate B, C e D, recuperabili con lavori che possono durare anche più di un anno. Unica soluzione, oggi, smontate le tende, sono dunque gli alberghi lontani, e un prolungato e costosissimo esilio degli sfollati.

«Se come proponiamo da mesi – dicono i ragazzi dei comitati – con 883 milioni di euro spesi finora per alberghi, tendopoli e piano C.a.s.e., si fossero acquistati container extra-lusso a 1000 euro e case in legno a 50 euro a metro quadro, già a settembre 36 mila di noi avrebbero avuto un appartamento più che dignitoso, davvero provvisorio e removibile, nella città che vogliamo ricostruire, e il paese si sarebbe dotato inoltre di un patrimonio di moduli abitativi utile per future emergenze». Ma la parola container ha sempre fatto inorridire il Papi degli sfollati, come un rappresentante a cui cantano le lodi di una merce che non è nel suo catalogo.

Non la pensa così l’urbanista Giovanni Nimis, protagonista della ricostruzione post-sismica del Friuli. «I prefabbricati – spiega – avrebbero consentito una convivenza pacifica dei terremotati in attesa della ricostruzione. Li avrebbero messi in condizione di vivere nel loro territorio in modo decente il tempo necessario per elaborare il lutto e esprimere le proprie proposte. In Abruzzo – prosegue Nimis – si torna indietro di quarant’anni, al centralismo del post-sisma del Belice, con il trasferimento coatto delle popolazioni e lo Stato che decide tutto». Una scelta meno sperimentale rispetto al piano C.a.s.e., avrebbe risparmiato inoltre agli sfollati la lotteria dei punteggi e delle graduatorie.

Otto punti giocano ad acchiapparello tra le tende. Sono i due bimbi di Giulio, che ha buone possibilità di vedersi assegnare un appartamento nella «new town». Oltre a due figli, 4 punti cadauno, ha un lavoro, 1,5 punti, è residente da più di dieci anni, 2 punti, e ha pure avuto un morto in famiglia a causa del sisma, ben 5 punti. ll vicino di tenda Luigi invece la vede nera. Per il tugurio di casa dove viveva e dove ha rischiato di morire, pagava un affitto in nero. Zero punti. Lavorava, ha fatto di tutto, dal cameriere all’addetto stampa, ma quasi sempre in nero. Zero punti. E pure zero figli, anche se sta facendo una corte spietata alla moretta della tenda diciotto, ragazza-madre e nonna a carico, almeno 10 punti.

A meno ché un filosofo della Protezione civile, in sede di verifica dei requisiti, non metta in dubbio anche questa residua evidenza, con tetragone argomentazioni cartesiane, Luigi a conti fatti di certo ha un misero punticino di consolazione che gli viene riconosciuto perché esiste. Non è poco in una città in cui il sisma ha causato 307 morti, e 100 mila vivi e una parte di loro sta rialzando la testa per riprendere in mano il destino della sua terra.

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