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YAKAAR. UNA PAROLA DI SPERANZA

di Nino Lisi – CdB San Paolo, Roma
da www.cdbitalia.it

Il 67,5% degli italiani ritiene giusti i respingimenti. Il 53,7% che le ronde garantiscano più sicurezza. Il 31,3% che l’importante è divenire ricchi e famosi. Il 29,7% che l’immigrazione è un problema d’ordine pubblico.

Dietro queste percentuali c’è una profonda modificazione della società italiana, una specie di mutazione antropologica: “il primato del soggetto” è l’imperativo dominante; “vige quasi l’obbligo di essere se stessi” e “la libertà di essere se stessi (è assunto) come unico vincolo e meccanismo di regolazione dei comportamenti; …nella libertà di essere se stessi si può dar forma e legittimazione anche a comportamenti di devianza prima più nettamente dominati dalla coazione all’adeguamento delle norme della convivenza civile”; l’altro/a è “sempre più percepito come una minaccia alla libera espressione di sé … un limite alla libera espressione della mia volontà, diventa (dunque) un antagonista con cui tendo a regolare i conti direttamente”.

Percentuali e frasi virgolettate sono del documento del Censis “La deregulation dei comportamenti”.

Ma io non ci sto. In una società così non ci voglio vivere. E non solo per senso di giustizia, carità e solidarietà, ma per intelligenza. Una società nella quale l’altro/a è un antagonista è una società fascista e razzista che colpisce il diverso; prima il diverso è l’immigrato, quindi l’omosessuale, poi la donna e infine chiunque. Prima o poi anch’io potrò essere un diverso. Penso con angoscia a che mondo troveranno le mie nipotine tra dieci anni, quando ne avranno 14 e 16.

Questa deriva va in qualche modo fermata. Ma chi può farlo?

Al mattino di sabato 5 settembre vado alla riunione del Comitato 17 ottobre, promosso da alcune associazioni di immigrati, del quale fanno parte anche moltissime associazioni italiane ed a cui hanno aderito centinaia di persona di tutt’Italia; il 25 luglio scorso aveva indetto per il 17 ottobre una MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA NAZIONALE con una piattaforma stringata e puntuale.

Si sarebbero dovuti discutere gli aspetti organizzativi della manifestazione. Ma non è stato così. Tranne rarissime eccezioni (donne) c’è stata la solita passerella nella quale ciascuno ha recitato secondo a scaletta preparata a casa, senza curarsi di intrecciare il proprio intervento con il pensiero degli altri. Qualche politico ha parlato e poi se ne andato. Il maggior tempo ed anche la maggiore attenzione sono stati però presi dal solito tentativo di un paio di importanti organizzazioni di mettere la propria bandierina sulla iniziativa. Volevano un nuovo appello in calce al quale figurassero i nomi di poche persone seguiti tra parentesi da quelli delle rispettive organizzazione di appartenenza. Che squallore!

Ma gli immigrati non hanno ceduto. Con compostezza, dignità e fermezza non gliel’hanno data vinta. In un italiano quasi sempre perfetto hanno spiegato che “in Italia è meglio essere cani che immigrati, perché per i cani c’è una legge di tutela e per gli immigrati no”, che loro il 17 ottobre sarebbero stati in piazza comunque; che volevano una manifestazione grande ed unitaria in cui ci fossero tanti italiani; che chiedevano l’aiuto e la collaborazione di tutti ma in condizioni di parità; che non avrebbero accettato né permesso strumentalizzazioni di sorta.

Si è arrivati così alla stesura di un documento che ha preso solo le prime tre righe dell’appello proposto dalle organizzazioni importanti; ad esse sono state aggiunte una decina di righe scritte a venticinque mani (che hanno un senso preciso) alle quali seguono integralmente i punti della piattaforma con la quale il 25 luglio era stata convocata la manifestazione nazionale.

In calce una sola firma: Comitato 17 ottobre.

Gli immigrati sono riusciti dunque a mettere in riga gli “importanti” e le cose a posto: hanno mantenuto la parola e la propria rappresentanza. Ancora una volta gli oppressi hanno liberato se stessi e gli altri..

Alla riunione ha partecipato una signora dell’associazione Yakaar, un termine senegalese che in italiano si traduce speranza. Mi sembra che per noi la speranza è che gli/le immigrati/e ci aiutino a fare una società migliore e più libera. Benvenuti/e.

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