Home Politica e Società Gaza, la situazione resta drammatica

Gaza, la situazione resta drammatica

di Riccardo Valsecchi
da l’altra città, mercoledì 16 settembre 2009

John Ging è dal 2006 direttore delle Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) in Gaza. Un passato da ufficiale dell’esercito nazionale irlandese, da osservatore speciale dell’agenzia GOAL durante la crisi del Rwanda, direttore dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) in Bosnia Erzegovina per otto anni, Mister Ging si è distinto all’inizio del corrente anno per aver portato all’attenzione internazionale le conseguenze drammatiche dell’assedio israeliano nella Striscia di Gaza.

Qual è la situazione attuale?
Molto difficile per tutta la popolazione: i beni di prima necessità scarseggiano, la povertà incalza e i lanci di missili continuano a risuonare nell’aria. La maggior parte degli edifici, comprese le abitazioni all’interno del centro profughi, portano ancora ben visibili i segni del conflitto del Gennaio scorso: qualsiasi lavoro di ristrutturazione, riparazione o ricostruzione è ostacolato dalle restrizioni imposte dalle autorità israeliane, le quali non consentono l’entrata in Gaza di materiale edile.

Come sono i rapporti tra UNRWA, autorità palestinesi e israeliane?
La nostra sensazione è che da entrambe le parti ci sia notevole rispetto del lavoro che stiamo svolgendo e dal canto nostro troviamo gli ufficiali e il personale di ambo gli schieramenti assai professionale nello svolgimento dei propri compiti.

All’inizio di agosto il quotidiano Jerusalem Post ha riportato la notizia che Hamas aveva sequestrato tre ambulanze delle Nazioni Unite. Nello stesso articolo l’esercito israeliano (IDF) ha rimproverato la vostra agenzia di non aver segnalato il fatto. Qual è la verità?
Questa storia è stata un’enorme falsità messa in giro da alcuni giornalisti. Le ambulanze non sono mai state sequestrate, anzi si trovano ancora qui, nel nostro quartier generale in Gaza, a disposizione di chiunque voglia accertarsene. Se i giornalisti o le autorità israeliane desiderano verificare, siamo disposti anche a portarle al confine e mostrare i numeri di serie. La verità è che bisogna sempre controllare le informazioni prima di riportare notizie del genere. Questa delle ambulanze è stata una storia molto strana.

Quale è il vostro rapporto con la popolazione palestinese?
I palestinesi ci hanno sempre rispettato durante i sedici anni di lavoro in questo territorio. A ogni modo entrambe le parti hanno sempre tenuto nella dovuta considerazione il nostro ruolo e non abbiamo mai avuto problemi di nessun genere.

In che cosa consiste nello specifico il vostro lavoro nella Striscia di Gaza?
Provvediamo all’educazione di 206 mila bambini nelle nostre scuole e diamo assistenza sanitaria a un milione di rifugiati. Poi abbiamo istituito diversi programmi d’assistenza economica, di sussidio finanziario alle attività imprenditoriali e molti altri programmi per aiutare e migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Date le sue precedenti esperienze sia come ex ufficiale d’esercito che come osservatore internazionale, qual è, secondo lei, la particolarità di questo conflitto?
Il problema principale è la comprensione della verità. Sia da parte palestinese che israeliana c’è molta propaganda, mistificazione e disinformazione. È una situazione molto complicata, sia politicamente che emotivamente. Tutto ciò rende il processo di pace assai difficile. I fatti sono rappresentati in modo diverso, da differenti persone, con differenti schemi e regole, secondo una prospettiva meramente politica e non umanitaria. È per questo che non ci stancheremo mai d’incoraggiare coloro che hanno il potere e la responsabilità decisionale di venire e constatare da sé il dramma dei palestinesi, di parlare con la gente del posto e osservare le condizioni in cui vivono i bambini. Secondo la nostra opinione le persone comuni, dall’una e dall’altra parte, sono le vere vittime del conflitto e ad esse è necessario guardare per trovare una soluzione.

Ma esiste una soluzione?
Noi tutti crediamo fermamente che esista e che essa passi solo attraverso un processo di pace. Questo è il motivo per cui ognuno cerca di fare il proprio meglio per riportare questo tema sul tavolo delle trattative, perché è solo attraverso di esso che il conflitto potrà essere risolto. Ancora, non c’è altro modo che la pace: la violenza non risolve nulla e il cessate il fuoco è la priorità assoluta.

I palestinesi desiderano la pace?
La gente comune la vuole assolutamente, per sé stessi, per le proprie famiglie; desiderano un’esistenza dignitosa, una situazione economica migliore e vogliono ricominciare a vivere. Tutti quanti sperano che il conflitto si risolva positivamente per entrambi i fronti, ma in questo momento qui in Gaza c’è una situazione d’emergenza: i palestinesi vivono in una situazione di prigionia, molti si trovano in condizioni di salute precarie, abitano in palazzi semi-distrutti e in questo modo non c’è alcuna prospettiva per il futuro.

Qual è la sua risposta alle illazioni a proposito del fatto che i campi profughi siano dei centri di reclutamento per militanti?
Il solo scopo dei campi profughi è quello di fornire un’educazione secondo standard accademici ai minori, di provvedere alla loro crescita culturale e sociale, non solo all’interno delle loro famiglie ma anche in un ambito comunitario più ampio, nel rispetto di tutte le culture presenti nel medio oriente e nel mondo intero. Ciò è quello che qui facciamo e quello a cui ci dedichiamo con molta serietà.

E riguardo le asserzioni che l’esistenza dei campi profughi garantisca alle Autorità Palestinesi un motivo per poter catturare l’attenzione dei media?
Non intendo commentare ogni speculazione che viene fatta sul nostro conto. Posso solo dire che la realtà è che in Gaza ci sono dei rifugiati perché sono stati espulsi dalla propria terra e hanno perso le proprie case nel 1948. La ragione, poi, per cui sono ancora qui, è perché non si è ancora giunti a un accordo tra le parti. La risoluzione del problema dei rifugiati passa per forza di cose dalla risoluzione del conflitto stesso ed è per questo che il processo di pace è assolutamente necessario.

In un’intervista alla rivista “UN Centre”, lei ha dichiarato:«La cosa più vergognosa di tutto ciò è che le due popolazioni qui sono molto migliori della situazione politica attuale.»
Secondo la mia esperienza, il popolo palestinese e quello israeliano vogliono fortemente la pace. Questo è ciò che continuo a sentire costantemente da ogni palestinese con cui ho a che fare. La gente comune da ambo i lati è quella che sta pagando il fallimento politico del processo di pace, ma essa è anche quella che non ha avuto voce nella creazione delle sue premesse. Noi speriamo con tutte le nostre forze che ci sarà un progresso politico piuttosto che un nuovo fallimento causato dai contrasti tra le due leadership.

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PALESTINA: LA CONDIZIONE DEL NON RITORNO

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

Il via al cemento è la risposta del ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, alle richieste dell’amministrazione americana, che da mesi insiste per ottenere da Israele un chiaro impegno a congelare la colonizzazione in Cisgiordania. Cinquecento nuovi alloggi che verranno costruiti in zone già strappate ai palestinesi; quartieri a ridosso delle città – colonia che il governo considera propaggini del territorio israeliano e quindi, come tali, appartenenti al così detto “versante israeliano della barriera di sicurezza”. Un mod
o strano di interpretare il diritto e la geografia ma efficace e per mettere a tacere i “falchi” della destra ultraortodossa e sionista che tengono in scacco il governo e che in cambio sono disposti a chiudere un occhio sull’impegno preso da Netanyahu con gli Stati Uniti su una “moratoria” alla colonizzazione.

Una “moratoria” e non un congelamento, una riduzione che non garantisce la fine delle attività edilizie in Cisgiordania e non ferma i duemilacinquecento alloggi già in costruzione a Gerusalemme est o i tremilacinquecento che a breve verranno edificati nella periferia orientale di Maaleh Adumim, il progetto noto come E-1 o Mevasseret Adumim che, una volta terminato, dividerà di fatto la Cisgiordania in due tronconi.

In cambio della cosìddetta “moratoria”, Benjemin Netanyahu si aspetta una contropartita politica: il riconoscimento di Israele come Stato del popolo ebraico. Un’istanza che ai profughi e a gran parte di coloro che vivono nei Territori occupati appare più che altro come una presa in giro; una condizione volta a far naufragare ogni negoziato di pace e a fermare la nascita dello Stato palestinese.

Un presupposto difficile da accettare, almeno fin quando continuerà l’occupazione della Cisgiordania, l’assedio della Striscia di Gaza e ai profughi verrà negato al diritto al ritorno in Palestina. Una richiesta che agli occhi degli israeliani può sembrare trasparente ma che dall’altra parte del muro è avvertita come un tranello, una trappola creata ad arte per rafforzare in Israele l’idea forviante di un popolo palestinese che non vuole la pace.

Quella sul riconoscimento di Israele come Stato Ebraico é una questioni che risale alla stessa Dichiarazione di Indipendenza letta da David Ben Gurion il 14 maggio 1948: “In Eretz Israel è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri…….. Nell’anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale.”

In realtà, la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite approvata il 29 novembre 1947, ovvero il Piano di partizione della Palestina destinato a risolvere il conflitto scoppiato durante il Mandato britannico, con il quale sarebbero stati costituiti due Stati, uno ebraico ed uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale, non definiva se Israele è lo Stato-nazione del popolo ebreo o uno Stato la cui essenza è definita dalla religione di Stato che viene dichiarata nella sua stessa Costituzione.

Un dubbio che gli opuscoli apparsi in Europa nel XIX secolo, nei quali si preconizzava il ritorno a Sion e la creazione di uno Stato per gli ebrei (e non uno Stato ebraico), avevano dipanato quasi un secolo prima e che lo stesso fondatore del movimento politico sionista, Theodor Herzl, aveva chiarito nel libro “Lo Stato degli ebrei”, pubblicato a Vienna nel 1896.

Herzl aveva spiegato la crescete ondata di antisemitismo in questi termini: “Qualsiasi sfumatura prenda, io ritengo che la questione ebraica non sia né religiosa né sociale, bensì nazionale……… Ebbene, l’antisemitismo esploderà con tanta più violenza quanto più esso si sarà fatto attendere. L’infiltrazione degli ebrei, attirati da una sicurezza apparente, e l’ascesa sociale degli ebrei autonomi, si congiungono in un fenomeno di estrema violenza e provocano la catastrofe. ……Nessuno è abbastanza forte o abbastanza ricco da poter trapiantare un popolo da un luogo a un altro. Solo un’idea vi può riuscire. L’idea dello Stato possiede questa forza”. Un’analisi che sembra quasi una premonizione a quello che sarebbe accaduto quarant’anni più tardi, dalla quale risulta evidente che il problema è razziale e non religioso e che per gli ebrei, non esistendo alcuna possibilità di assimilazione, l’unica soluzione è la creazione di uno Stato.

Sin dall’inizio, per la sua natura profondamente laica, il movimento sionista viene considerato dagli ambienti ortodossi interni al mondo ebraico, europeo e non, come un tentativo di degiudaizzazione: una ricerca della normalità che non parla mai del popolo ebraico in termini religiosi ma che vuole costruire un’identità basata su un senso di appartenenza che ponga fine alle persecuzioni razziali. Questa marcata natura secolarista si riflette anche sui padri fondatori dello Stato di Israele e su quei governi che dal 1948 in poi non esprimeranno mai il desiderio politico di trasformare il Paese in una entità religiosa destinata ai soli ebrei.

Una laicità che i palestinesi oggi usano come argomento per dire no alla richiesta israeliana di riconoscere Israele come uno Stato ebraico o come lo Stato nazionale del popolo di religione ebraica: un riconoscimento che probabilmente non metterebbe in pericolo i diritti di quel 20% di arabi che vive in Israele ma che sicuramente metterebbe fine alle speranze di ritorno dei profughi e alla restituzione dei Territori colonizzati.

Anche se per motivi diversi, ne i palestinesi ne gli israeliani credono nel reciproco ruolo di partner per la pace e obbiettivamente non c’è una ragione valida perché si debba credere che un giorno, nel vicino Medio Oriente, gli arabi e gli ebrei possano vivere in pace. Lo dimostrano l’esistenza di un muro alto otto metri, gli insediamenti in Cisgiordania, l’assedio della Striscia e i razzi lanciati su Israele dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa; lo dimostrano le divisioni tra Hamas e Fatah e quelle all’interno di Israele, fra chi crede nella soluzione di due Stati e nella pace e chi invece è ancora convito che nel XIX secolo la Palestina fosse veramente “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Lo dimostrano i media israeliani, che ogni giorno mandano in onda le dichiarazioni dei fondamentalisti islamici e le immagini dei razzi che da Gaza piovono su Israele; lo dimostrano le decisioni di Netanyahu, che parla di pace mentre caccia dalle proprie case i palestinesi, e Hamas, che ricordando agli arabi le atrocità israeliane, narra di fantomatiche promesse che Olmert non avrebbe mai mantenuto ed Abbas mai accettato: un’improbabile 100% dei Territori occupati offerto all’Autorità palestinese, la sovranità araba su al-Haram al Sharif e il riconoscimento del principio del diritto al ritorno. Lo dimostrano le dichiarazioni del ministro israeliano per le Infrastrutture, Uzi Landau, che indifferente alle proteste dei palestinesi dice di non vedere “alcuna ragione per fermare le costruzioni né a Tel Aviv, né a Gerusalemme, né in Giudea o in Samaria”.

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