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LEVATA DI SCUDI

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

La decisione dell’amministrazione Obama di smantellare il pessimo progetto di scudo missilistico spaziale fortemente voluto da George W. Bush in Polonia e Repubblica Ceca, ha segnato il successo del pragmatismo sull’ideologia e un punto a favore del percorso di riavvicinamento tra Washington e Mosca. Il patto siglato in fretta e furia dal governo americano con quelli dei due paesi dell’Europa orientale, nell’agosto 2008, aveva infatti una serie infinita di carenze e, in definitiva, avrebbe finito per non essere in grado di far fronte ad una minaccia comunque inesistente e con scarse probabilità di materializzarsi anche nel prossimo futuro. Vale a dire, la presenza di missili iraniani di lunga gittata in grado di colpire l’Europa centrale o addirittura gli stessi Stati Uniti d’America.

Grande soddisfazione a Mosca, che blocca l’istallazione dei suoi missili decisi come risposta allo scudo americano. Si torna quindi a parlare di dialogo costruttivo tra i due paesi, giacché il progetto statunitense aveva spinto al bordo della crisi internazionale i rapporti con Washington. Medvedev e Putin, infatti, vedevano (con non poche ragioni) l’istallazione dei missili come una vera e propria minaccia militare alla Russia, oltre che il tentativo di colonizzare buona parte l’Europa orientale. Del resto, le ingerenze statunitensi in Ucraina e Georgia – solo per registrare le ultime – e l’aperta ostilità di molti dei paesi un tempo satelliti di Mosca, preconizzavano dal punto di vista del Cremlino un tentativo di accerchiamento politico e militare inaccettabile. Anche per questo Mosca decise di stroncare con la forza le velleità xenofobe della Georgia; il segnale era rivolto non solo e non tanto a Saakashvilj, quanto ai suoi sponsor della Casa Bianca. Per di più, in barba agli accordi strategici tra Mosca e Washington, Bush riproponeva nei fatti il ruolo di nemico strategico per la Russia, che tanto dall’Europa orientale quanto dalle regioni asiatiche, si a trovava circondata da eserciti e armamenti ostili.

L’idea di Bush per la costruzione di un sistema di difesa sul territorio dei due ex paesi del blocco sovietico risaliva al 2002. Nelle intenzioni della precedente amministrazione statunitense, la Polonia avrebbe dovuto ospitare una serie di missili anti-balistici, mentre una base radar sarebbe toccata alla Repubblica Ceca. L’intero progetto avrebbe dovuto essere operativo (il condizionale è d’obbligo) entro il 2012. Il modello di difesa missilistico in questione non era peraltro nuovo, ma si rifaceva al piano militare americano destinato a neutralizzare la minaccia nucleare sovietica negli anni della Guerra Fredda. Non a caso, dunque, le reazioni russe erano state da subito fortemente critiche e accompagnate da accuse agli USA di voler espandere la propria influenza ai due paesi già facenti parte del Patto di Varsavia.

Già prima del suo insediamento Obama aveva lasciato intendere di voler sottoporre a revisione il progetto voluto da Bush in Europa. La necessità di ottenere la cooperazione della Russia sulle questioni dell’Afghanistan – la visita di Obama a Mosca a luglio era stata anticipata dalla concessione di Medvedev ai velivoli militari americani diretti in Afghanistan di sorvolare il proprio spazio aereo – e del nucleare iraniano, avevano spinto poi ulteriormente Washington a valutare con occhio critico il progetto anti-missilistico. L’annuncio definitivo ha così raccolto l’approvazione del presidente russo, il quale ha tuttavia ufficialmente escluso scambi di favori ed ha verosimilmente fatto trarre un sospiro di sollievo a molti governi europei, in primo luogo quello tedesco, preoccupati per il deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente.

La mossa (quasi) tutta politica di Obama ha cancellato così quella ugualmente caratterizzata da motivazioni esclusivamente geo-politiche dell’amministrazione Bush e della destra repubblicana. Con l’accordo firmato assieme a Polonia e Cechia sul finire del proprio mandato, Bush aveva cercato di mettere il suo successore con le spalle al muro, accelerando un sistema di difesa che avrebbe dovuto presentarsi come un fatto compiuto, nonostante le deficienze che presentava. Nell’interesse strategico del proprio paese, Obama ha invece sostituito uno scudo spaziale inefficace con un sistema militare più facilmente attuabile e volto a fronteggiare una minaccia teoricamente reale, inquadrandolo in un progetto condiviso all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Infatti, la scelta di Obama ha messo da parte missili intercettori – destinati alla Polonia – che ancora non erano stati realizzati, né tanto meno testati, mentre il sistema radar per la Repubblica Ceca aveva già presentato una serie di gravi difetti, evidenziati da esperti del MIT e di altri istituti di ricerca indipendenti. In sostanza, non era in grado di individuare le testate missilistiche che avrebbe dovuto seguire nel loro tragitto verso l’obiettivo. Allo stesso modo, la minaccia dei missili iraniani sull’Europa centrale era nient’altro che una mistificazione.

Teheran non sarebbe in grado nemmeno nei prossimi dieci anni, sempre secondo gli analisti, di costruire missili a media gittata (dai 3 mila ai 5 mila km) in grado di colpire l’Europa o a lunga gittata (dai 5.500 ai 10 mila km) per raggiungere gli USA. Anche per ottenere testate capaci di colpire le zone periferiche dell’Europa, servirebbero alla Repubblica Islamica almeno altri otto anni. Anche disponendo di tali armamenti, appare in ogni caso improbabile che il governo iraniano sia disposto ad imbarcarsi in un attacco suicida che scatenerebbe una reazione devastante da parte occidentale.

Ad anticipare la decisione dell’amministrazione Obama erano stati poi alcuni rapporti resi pubblici dall’ufficio governativo deputato alla supervisione della spesa pubblica americana (GAO, Government Accountability Office). L’ente aveva dapprima avvertito che i costi del sistema anti-missilistico in Europa orientale avrebbero sforato di parecchio il costo inizialmente stimato di 4 miliardi di dollari e, solo qualche giorno fa, ha bacchettato il Dipartimento della Difesa per la gestione del progetto negli ultimi otto anni. Il Ministero, infatti, non avrebbe svolto correttamente tutte le necessarie analisi e verifiche per prendere una decisione ragionevole sull’intera questione. Un piano, insomma, mandato avanti con eccessiva sollecitudine e senza la raccolta degli elementi indispensabili a una valutazione di possibili difetti e disfunzioni.

Ciò che preoccupa gli USA e i suoi alleati geograficamente più vicini all’Iran, al contrario, sono i missili a breve gittata che quest’ultimo paese già possiede. In paesi come Turchia o Israele potrebbero allora venire impiegati più efficienti e collaudati strumenti di difesa, come il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), un sistema anti-missilistico che sfrutta l’energia cinetica dell’impatto per l’abbattimento di SCUD o armi simili, e gli intercettori SM-3, installati su navi da guerra e utilizzati anche per l’abbattimento di satelliti. Questi sistemi avrebbero appunto le capacità di contrastare i missili di cui l’Iran dispone in gran numero, i cosiddetti Shahab-3, realizzati sul modello dei Nodong-1 sviluppati dalla Corea del Nord e con una gittata media di circa 1.200 km.

Per rassicurare gli alleati polacchi e cechi, i cui governi conservatori avevano puntato molto sulla partnership militare con gli USA malgrado le resistenze dell’opinione pubblica, dopo aver parlato personalmente con i leader di entrambi i paesi, Obama ha incaricato il Segretario alla Difesa Robert Gates di ricordare come gli Stati Uniti non intendano abbandonare l’Europa orientale al proprio destino, o al ritorno sotto la sfera di influenza russa. Il Pentagono, secondo l’ex membro dell’amministrazione Bush, sarebbe comunque in trattativa con Varsavia e Praga per installare missili intercettori SM-3 sul loro territorio a partire dal 2015.

Più che un’inversione di rotta dal punto di vista strategico rispetto al recente passato, la mossa di Obama appare dunque come una variazione tattica per modellare una politica estera americana più flessibile, specie dopo i risultati disastrosi prodotti dall’irresponsabilità della precedente amministrazione. L’esito in qualche modo positivo del conflitto in Afghanistan, così come il mantenimento dell’influenza nelle regioni ricche di petrolio e gas naturale in Medio Oriente e nell’Asia Centrale, rimangono di fatto gli obiettivi principali, al di là di chi controlli il potere a Washington. Il loro raggiungimento appare però meno complicato se si mettono da parte aggressioni e intransigenza ideologica, puntando piuttosto su un rapporto di collaborazione con gli alleati europei e con la stessa Russia.

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