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Il mio Afghanistan

di Tommaso Merlo
da www.aprileonline.info

Non si piange, si combatte. L’orgoglio è il sentimento che si respira dalle verdi vallate del nord, fino ai deserti del sud passando per Kabul. La loro identità, la loro diversità, la loro storia è l’unico patrimonio che realmente hanno. Dall’Afghanistan è passato Alessandro Magno che ha fondato Kabul, Kandahar e altre città; poi bisogna risalire a Marco Polo per trovare uno straniero che ha lasciato il segno

Ho lavorato in Afghanistan un anno della mia vita. Un anno che mi ha segnato. La prima volta era il 2002, un anno dopo la sconfitta dei Talebani, ricordo che giravo per il centro di Kabul in bicicletta. Andavo dal mio ufficio ad un internet caffé in down town e a fare qualche acquisto nei negozietti sparsi per i quartieri. A volte incrociavo i soldati italiani super blindati, ricordo che mi guardavano come fossi un marziano. Da piemontese lo capivano che non ero un locale. A volte il venerdì sera andavo alla pizzeria che gli italiani avevano aperto alla base militare alle porte di Kabul. La pizza era ottima e tantissimi ragazzi come me si godevano le poche ore di svago. Di dove sei, come ti chiami, ecc, ecc. Vite diverse che si incontrano per pochi istanti sorridendo.

Io ero li per aiutare i contadini intorno a Kabul e per fare degli ambulatori giù a Kandahar, loro per portare la democrazia. Io disarmato in mezzo alla gente, loro armati fino ai denti chiusi nelle basi militari. E paradossalmente in pericolo erano più loro di me. Sono poi tornato nel 2005 per altri otto mesi e i blindati giravano con la stessa frequenza, cosi come i disperati che chiedevano le elemosina per le strade. L’unica novità era il maggiore fastidio dei locali per quella presenza straniera impotente di fronte ai problemi che soffrivano. Nulla contro quei poveri soldati, ma contro quello che rappresentano. Contro chi li manda li e non riesce a cambiare le cose che veramente contano per la gente: la povertà, la corruzione, le ingiustizie, la disperazione.

Ma in Afghanistan non si piange, si combatte. L’orgoglio è il sentimento che si respira dalle verdi vallate del nord, fino ai deserti del sud passando per Kabul. La loro identità, la loro diversità, la loro storia è l’unico patrimonio che realmente hanno. Dall’Afghanistan è passato Alessandro Magno che ha fondato Kabul, Kandahar e altre città; poi bisogna risalire a Marco Polo per trovare uno straniero che ha lasciato il segno. Le grandi pecore sulle montagne del Badakhshan portano il suo nome cosi come molte locande sparse per il Paese. Poi è arrivato l’Impero inglese cacciato malamente in quelche settimana, e l’impero russo che ha fatto una fine ancora peggiore. L’Afghanistan, che sembra coci compatto dall’esterno, è una galassia di realtà culturali.

Le etnie che lo abitano si sono combattute per secoli, Massoud, il Leone del Panshir, l’eroe nazionale è stato ucciso a tradimento dai Talebani in guerra contro i Tajiki del nord accusati di essere filo occidentali. Dietro ad Osama c’erano in realtà soldi americani ma questa è un’altra storia. Ricordo un ingegnere che lavorava con me, mi diceva di essere un talebano e che suo padre gli aveva suggerito di investire nell’Euro perché il dollaro sarebbe crollato. Ricordo il guardiano Pasthum che mi diceva che i talebani gli avevano tolto la libertà quando governavano Kabul e non li voleva più. Ricordo il contabile che non sapeva nemmeno dov’era l’Italia, ma sapeva dov’era l’Europa. Ricordo persone splendide prive di ospedali per i loro figli, privi di educazione, senza un lavoro, nella miseria più nera lottare per sopravvivere.

E ricordo le elezioni del 2005, lavoravo per la missione ONU che ha organizzato le elezioni. La sera del voto, dopo mesi di training e public outreach (che in italiano significa spiegare in qualche giorno cosa sia la democrazia e cosa significhi votare) molti afgani sconvolti arrivavano in ufficio. Era già buio ed era gente che ci aveva creduto alle elezioni, era stata al gioco. Sconvolti dicevano che uomini armati erano entrati nei seggi con i mitra e dicevano per chi votare, raccontavano che le scatole di voti erano state aperte e compilate dagli uomini del boss locale, raccontavano di soldi dati ai poveracci per farli votare Rabbani, il boss del Badakshan, dove lavoravo. Ricordo lo sguardo dei miei colleghi europei che rifletteva il mio, un profondo senso d’inadeguatezza.

Poi le elezioni le ha vinte casualmente proprio Rabbani e con grande margine. Un ex presidente che come tutti i boss locali fa affari con la coltivazione e il traffico dell’oppio, la principale industria nazionale, e come tanti altri aveva colto l’occasione delle elezioni per legittimarsi. Ma i posti erano limitati e ha vinto chi aveva i soldi per corrompere di più, chi aveva più uomini da mandare in giro armati a togliere i dubbi dell’ultimo minuto. Evviva Rabbani gridavano da Kabul, evviva la democrazia, ma i pesci piccoli del Badakshan l’hanno presa male e hanno pensato di bombardare il nostro ufficio come fosse colpa nostra. Ricordo che dalla botta dell’esplosione mi è andata via la vista, ricordo di aver avuto paura di morire per la prima volta in vita mia. Otto ore dopo ero a Kabul.

Scioccato aspettavo l’aereo per l’Italia, e dopo mesi di quel gioco di gruppo che è stato organizzare le elezioni, mi chiedevo che senso avesse quell’immensa operazione militare e burocratica finanziata dai Paesi ricchi. Che senso avesse trapiantare in un ambiente politicamente e culturalmente medioevale la democrazia. E la risposta era sempre la stessa: nessuno. Gli afghani sono stati al gioco delle elezioni per guadagnare qualche soldo, poi tutto è ritornato come prima. I signori della guerra locali diventati ricchi col traffico dell’oppio controllano il territorio, e sono la legge. Sotto di loro un popolo unito da rigide tradizioni secolari lontane anni luce dalla concezione democratica dell’occidente.

E che piaccia o no, questo è l’Afghanistan oggi. Cambierà? Forse si, ma se cambierà sarà per mano afghana, non certo per volontà nostra che tra l’altro siamo un pessimo esempio su molte questioni che riguardano la modernità. Nessuno mai tiene in considerazione che su molti aspetti l’Afghanistan possa ritenere di non volere diventare come noi. E che magari voglia decidere in libertà il proprio sviluppo. L’Occidente, invece, mentre piazza basi militari al confine con la Cina si erge a suprema autorità morale. I fatti dimostrano però che al di là della follia talebana, dopo 8 anni di occupazione i soldi e la forza non fanno altro che irritare l’orgoglio afghano. Un rischio che tutti gli invasori hanno pagato caro.

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