Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Di cosa NON parliamo quando parliamo di omofobia?

Di cosa NON parliamo quando parliamo di omofobia?

di Collettivo Femminista deGenere Trento
da www.womenews.net

Definire azioni omofobiche episodi che spesso sono caratterizzati da dinamiche e moventi molto diversi appiattisce la complessità e sminuisce l’entità di un fenomeno che invece è necessario capire a fondo per evitare di farsi strumentalizzare da chi vuole usare i nostri corpi per sdoganare un “pacchetto sicurezza” in versione frocia o semplicemente accattivarsi un elettorato imbelle sempre pronto a scodinzolare ogni volta che il potere si limita solo a non dargli calci in bocca.

Le notizie degli ultimi giorni riguardanti aggressioni, pestaggi e tentati omicidi ai danni di persone omosessuali hanno portato all’attenzione dei media un fenomeno, quello dell’omofobia, che affonda le sue radici in ragioni culturali ataviche aggravate da contingenze politiche nuovissime. L’informazione, per la sua naturale tendenza alla semplificazione della realtà, distilla concetti approssimativi per omologare fenomeni spesso episodici, casuali o del tutto scollegati.

Nel nostro paese, che non è certo il primo al mondo per la qualità della sua stampa, forse più che in altri, l’informazione viene molto spesso costruita in maniera funzionale alle esigenze politiche del momento.

Definire azioni omofobiche episodi che spesso sono caratterizzati da dinamiche e moventi molto diversi appiattisce la complessità e sminuisce l’entità di un fenomeno che invece è necessario capire a fondo per evitare di farsi strumentalizzare da chi vuole usare i nostri corpi per sdoganare un “pacchetto sicurezza” in versione frocia o semplicemente accattivarsi un elettorato imbelle sempre pronto a scodinzolare ogni volta che il potere si limita solo a non dargli calci in bocca.

Prima di tutto l’omofobia non è una malattia come vuole invece alludere l’uso di un termine che rimanda acriticamente a un linguaggio medico.

Questa patologizzazione forzata di un comportamento che invece è “banalmente” odio verso una determinata categoria di persone ha qualche assonanza con la sconcia tendenza a trasformare la violenza domestica e i femminicidi in “drammi” della passione/disoccupazione/depressione dove si puntualizza sempre con un rigore che non può che essere in malafede che il “povero” marito che mette in opera stragi è sempre anche tradito/licenziato/in_preda_a_un_raptus_di_follia.

L’omofobia non è nemmeno propriamente una fobia, dal momento che non sono certo paura e ansia, quanto piuttosto odio e rabbia le emozioni che animano le manifestazioni di pregiudizio e disprezzo che vengono definite omofobiche e che si convertono molto facilmente in episodi di violenza.
Ciò risulta anche più evidente se si osservano gli attori dei comportamenti violenti, i quali, lungi dal ritenere irrazionale il movente delle loro azioni (come sarebbe nel caso di una fobia) giustificano e tentano di fornire un fondamento razionale ai loro pregiudizi, presentando un’immagine dell’omosessuale come inutile, meno uman*, finanche pericolos* e quindi legittimamente discriminabile e perseguitabile.

Queste azioni non sono reati di pensiero né di opinione, sono crimini contro la persona e la dignità umana, non solo quando il danno è di natura fisica, come nelle aggressioni, ma anche quando è psicologico o sociale.

Non è l’omofobia, per esempio, neppure all’origine della negazione dell’esistenza istituzionale e quindi dell’accesso alle cure mediche, alla protezione giuridica e soprattutto all’impiego per le persone transessuali e transgender.

Omofobia non è di certo neppure un fenomeno di costume o una moda soggetta a comportamenti di emulazione, come ha avuto a dire di recente la ministra per le pari opportunità in relazione agli episodi di violenza accaduti negli ultimi giorni.

Del resto da parte di una ministra che l’anno scorso diceva che in Italia i gay, le lesbiche e i/le trans non sono discriminat* non ci si può certo aspettare altra reazione che un tentativo di minimizzare una serie di violenti attacchi politici da parte di fascisti che oggi possono contare sulla protezione del governo e delle amministrazioni più destre.

Attacchi politici che finalmente dovrebbero essere chiamati col loro nome perché appendere uno striscione con la scritta “froci in colosseo, però con i leoni”, infatti, non è espressione di omofobia.
Svastichella accoltellatore di gay non è omofobo alla stessa maniera in cui non lo sono Bagnasco e Ratzinger i cui proclami suonano come una chiamata alle armi!

L’omofobia non è stata neppure la causa della morte di Matteo, il ragazzo sedicenne di Torino che si è suicidato perché tormentato dai suoi compagni che lo prendevano in giro perché “effeminato”.
Questa è una delle tante espressioni dell’atavico sessismo della società di questo paese che attribuisce disvalore alla femminilità ed è sempre pronta a correggere i comportamenti “devianti”.

Sessismo che trova il suo principale brodo di coltura nella famiglia, quella famiglia che ha come suo principale obiettivo la riproduzione di sé stessa perpetrata attraverso la meticolosa disciplina dei corpi e dei ruoli sessuali messa in atto con qualsiasi mezzo.

Non è un caso che è proprio in famiglia che ragazze e ragazzi subiscono la maggior parte delle violenze per la loro omosessualità proprio come accade per le violenze sulle donne. Una violenza che non trova nome o trova nomi neutri come neutra è appunto la parola omofobia che, quanto meno, dovrebbe essere declinata anche come lesbofobia e transfobia.

È solo in virtù di questo sessismo incrostato di volgarità e non dell’omofobia che in Italia è possibile usare “l’accusa di omosessualità” per neutralizzare gli avversari politici mentre gli “utilizzatori finali di donne in grandi quantitativi” godono indisturbati della loro posizione di potere all’ombra della corroborante invidia del maschio italico.

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