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Calais, il naufragio del diritto

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Sgomberati con la forza gli afgani che chiedevano in Francia lo status di rifugiati politici

Gli afgani in carne e ossa, quelli che non sono solo un concetto astratto da utilizzare nei dibatti televisivi pro o contro la guerra, vengono sgomberati come animali selvatici. E’ accaduto a Patrasso, è accaduto a Calais.

Rasi al suolo. Ieri le ruspe, come annunciato da tempo, hanno raso al suolo il campo di rifugiati (quasi tutti afgani) alle porte della cittadina francese che guarda le bianche scogliere di Dover. La Jungle di Calais, lo chiamano i media, come fosse abitato da bestie feroci. Invece sono solo migliaia di persone in fuga dalla guerra dei liberatori, quella che doveva portare la democrazia e che ha portato morte e distruzione quanto e più del regime dei talebani e che ha regalato le elezioni più fasulle della storia contemporanea.

Un lungo viaggio portava queste persone, molte delle quali minorenni, ad abbandonare l’Afghanistan squassato dagli attentati dei talebani e dai bombardamenti della Nato. Attraverso l’Iran e la Turchia, a costo della vita e nella mani di trafficanti di esseri umani senza scrupoli, per raggiungere la Grecia e poi l’Italia, la Francia, verso l’Inghilterra.

Calais era una delle ultime tappe di questo calvario. Dalle sette di mattina di ieri non c’è più nulla. Un inferno a cielo aperto, sia chiaro. Baracche senza nessuna decenza, ma che avevano un tetto. In attesa, come a Patrasso, di un tir pronto a imbarcare per la Gran Bretagna. Un autotreno che poteva rappresentare la vita o la morte. Nascosti nel cassone, a volte attaccati per tutto il viaggio al semiasse del camion. Tanti hanno perso la vita così, ancora di più sono stati arrestati prima del grande viaggio. Ma alcuni ce la facevano. Ieri il loro sogno è finito: 278 migranti, 132 dei quali minorenni, sono stati arrestati brutalmente dalla polizia. Malmenati come gli attivisti che hanno tentato di difendere quell’isoletta mai felice, ma almeno sicura. Quanto può essere sicuro un posto malsano, dove però dopo migliaia di chilometri di viaggio, dall’Afghanistan alla Francia, trovi una faccia amica, che parla la tua lingua e che ti offre un tè caldo.

Diritti negati. La Jungle era nato poco dopo il 2002, quando l’allora ministro degli Interni francese Nicholas Sarkozy, profeta della tolleranza zero contro i sans-papier, ordinò lo sgombero del centro di Sangatte, gestito dalla Croce Rossa Internazionale. I migranti, che non venivano certo trattati bene, si ritrovarono a inventarsi una bidonville per sopravvivere al freddo. La stessa, identica, storia del campo di Patrasso, sgomberato mesi fa.

In Grecia come in Francia, quasi tutti i residenti nei campi erano afgani. Ai quali non viene riconosciuto lo status di rifugiato politico. Chi ne avrebbe più bisogno e più diritto di loro? Il problema, senza ipocrisie, è politico. Non si può dire al mondo che l’Afghanistan è un posto insicuro, perché cadrebbe come un castello di carte tutta la retorica della guerra giusta e che ha portato la libertà agli afgani.

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Spunti di civiltà

di Stella Spinelli

Migranti, integrazione, ricchezza interculturale, diritti umani. Quito diventerà per qualche giorno il teatro di discussioni, scambi e dibattiti su come proteggere e valorizzare il fenomeno migratorio, in paesi che sempre più hanno bisogno di ricchezza umana e apertura mentale, per affrontare una crisi economica e di coscienza mondiali.

Così da giovedì a sabato si è svolta la Terza giornata latinoamericana sulle politiche migratorie, illustre preambolo alla IX Conferenza sudamericana sulle migrazioni, di lunedì e martedì prossimi.
Sedici paesi hanno inviato i loro maggiori esperti nella Facoltà latinoamericana di scienze sociali della capitale ecuadoriana, con il fine di presentare documenti e relazioni approfondite sui tavoli dei dodici governi che siederanno invece oggi e domani, il 21 e il 22 settembre, in quello che è il summit politico più autorevole del Sudamerica in tema di migrazione.

“Ciò che noi chiediamo sono ponti per lo sviluppo, ponti per l’integrazione e spazi senza frontiere e di scambio tra i popoli del sud per affrontare la crisi nel migliore dei modi – ha spiegato la rappresentante del Centro de Asesoría Laboral del Perù, Aída García – Si tratta di una proposta di rifiuto delle politiche di rimpatrio portate avanti dai paesi del nord del mondo in maniera coercitiva. Noi del sud chiediamo come sia possibile che il capitale possa migrare, mentre l’obiettivo finale, che è l’essere umano, non ne abbia il diritto”.
Quindi, via a tavole rotonde, dialoghi, lunghe sessioni, con lo scopo di cercare gli strumenti per mettere in moto un processo di dialogo che dovrà contribuire a rafforzare la società civile coinvolta nelle dinamiche migratorie, quindi definire problemi, delineare accordi e contribuire al dibattito dalle più svariate prospettive.

Al centro dei dialoghi, impenetrabile e austera, la Fortezza Europa, il vecchio continente chiuso a riccio grazie a leggi punitive e tese a scoraggiare e contrastare il flusso migratorio, da qualunque e per qualunque direzione. Una politica che taglia le gambe a chiunque, latinoamericani compresi, nonostante da sempre siano una parte importante della forza lavoro europea. I legami e i flussi tra le due sponde transatlantiche sono da sempre attivi e reciproci. Ma ora qualcosa è cambiato. In peggio. E in Europa le frontiere sono sempre più simili a mura invalicabili, ai piedi delle quali “si muore di frontiera”. I numeri parlano chiaro: 14.803 morti documentate, tra cui si contano 6.417 dispersi (fonte Fortezza Europa).

Dai paesi latinoamericani, dunque, uscirà un segnale forte contro questa assurda politica, dettata da razzismo, intolleranza e miopia. Una rete di associazioni, migliaia di uomini e donne, insieme, diffonderanno la cultura delle relazioni civili in nome del rispetto dei diritti umani, dirà basta ai profughi, arginerà le ragioni di sfollamenti forzati e darà una mano a chi è in fuga. Perché mai si abbandona la propria casa, in condizioni disperate, se le condizioni che si è costretti a lasciare non sono quantomeno tragiche. Questo loro non lo dimenticano, non perdono di vista l’uomo e il suo dolore.

Rappresentanti di organizzazioni civili di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Spagna, Usa, Guatemala, Honduras, Messico, Paesi Bassi, Paraguay, Perù, Repubblica domenicana e Uruguay, con esperti, studiosi e specialisti uniti per far uscire un documento ispirato alla filosofia della tolleranza e del rispetto del diritto di tutti, migranti in primis.
Il risultato finale di tutte le giornate quitegne darà spunto alle discussioni sia del Terzo Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo di Atene, del prossimo novembre, sia del Quarto Forum sociale mondiale delle migrazioni che si terrà anche questo a Quito nell’ottobre 2010.

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