Home Politica e Società Nel silenzio generale il governo privatizza l’acqua

Nel silenzio generale il governo privatizza l’acqua

di Italo Di Sabato
da www.aprileonline.info

Dal 2012, grazie alla legge 133/08 “recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” approvata ad agosto dal Parlamento la gestione del servizio idrico integrato in Italia sarà privatizzato. Da diritto acquisito, l’acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato

L’articolo 23bis della legge 133 favorisce “il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica”. Ciò al fine – afferma la legge – “di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale”. In altre parole si spalanca la via alla privatizzazione dell’acqua, infatti il servizio idrico è stato equiparato a qualunque servizio pubblico di rilevanza economica, costringendolo alle regole della concorrenza.

Da diritto acquisito, l’acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato. Lo stesso sistema che solo nell’ultimo anno si è dimostrato pronto a implodere su sé stesso, con fallimenti a catena di banche e assicurazioni.
Eppure, dopo un rapido sguardo alle esperienze cosiddette “pilota” in Italia, sorgono non pochi dubbi proprio sulle garanzie di accesso al servizio.
Basta leggere l’inchiesta pubblicata il 4 dicembre 2008 dal Corriere Magazine sull’acqua privata e sui costi delle bollette, per scoprire che in città come Arezzo ed Agrigento, comuni che ha sposato il progetto di privatizzazione dell’acqua già da diversi anni, si è assistito a un processo rapido e febbrile di innalzamento vertiginoso dei costi delle tariffe (+ 300%).

Personalmente ritengo che l’art. 23 bis del ddl 133 andato ben oltre le competenze statali e l’ordinamento comunitario. La categoria dei servizi pubblici di rilevanza economica, oggetto dell’affidamento secondo la norma, è una categoria oscura e non presente nell’ordinamento comunitario. Come è noto, l’ordinamento comunitario distingue tra servizi di interesse economico-generale e servizi di interesse generale, entrambi, seppur con caratteristiche differenti, servizi pubblici essenziali, ed in quanto tali, entrambi, in relazione al nostro ordinamento, riconducibili all’art. 43 della Costituzione. Cioè riconducibili a quella norma che non è una mera norma di carattere organizzativo-funzionale, ma è una norma che contribuisce alla caratterizzazione più profonda del modello di Stato sociale; una norma che continua a riconoscere, garantire e legittimare, proprietà e gestione pubblica dei servizi pubblici essenziali, anche, laddove necessario, in regime di monopolio.

Trasformare la nozione di servizio pubblico essenziale in servizio di rilevanza economica, significa violare l’art. 43, il modello di Costituzione economica e tutte le norme ad essa raccordate in primis gli artt. 2, 3, 5 della Costituzione; significa violare la peculiarità che l’ordinamento comunitario riconosce allo status di servizio di interesse economico-generale e servizio di interesse generale, peculiarità ancor più rafforzata dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona ed i suoi protocolli.
La norma in oggetto in questi ambiti, in questi servizi, caratterizzati da condizioni oggettive di monopolio naturale, introduce un astratto principio di concorrenza per il mercato, che significa di fatto riconoscere e favorire l’insorgere di malcelati monopoli privati. La norma non sembra assolutamente percepire e assimilare le tipologie comunitarie dei servizi di interesse economico-generale, seppur con una serie di limiti, orientati al mercato, e dei servizi di interesse generale, decisamente al di fuori delle logiche mercantili.

Mi spiego meglio: questa nuova categoria dei servizi pubblici locali di rilevanza economica tout court rientra tra i servizi pubblici essenziali? È possibile immaginare servizi pubblici che non abbiano carattere generale? Sarei portato a ritenere che ciò debba escludersi. E allora se così è, tale categoria, così come configurata, presenta evidenti difformità rispetto al quadro comunitario e statale i quali, seppur con toni differenti, pongono in posizione rilevante il ruolo dei poteri pubblici e subordinano la regola della concorrenza al prius del perseguimento degli interessi generali e al soddisfacimento del servizio universale. Si delinea dunque una duplice violazione sia del dettato comunitario, che di quello interno.

Non è un caso che il Comune di Parigi ha deciso la ripubblicizzazione dei servizi idrici. Infatti dal 1 gennaio 2010 un Ente di diritto pubblico, nel cui comitato di gestione siederanno anche i rappresentanti dei lavoratori e degli utenti, gestirà l’intero ciclo dell’acqua della capitale francese. Nel 1985 le multinazionali Suez e Veolia si erano accaparrate la gestione delle acque parigine con la complicità di Chirac Sono stati vent’anni di abusi, prezzi “gonfiati” e casi talora clamorosi di corruzione. Per contro, non ci sono stati cambiamenti di rilievo sotto il profilo della qualità dei servizi.
Anche a Parigi, come da noi, la gestione privata ha portato con sé una serie di effetti collaterali dovuti alla mancanza di concorrenzialità. In Francia tre quarti della gestione delle acque è oggi in mano ai privati, ma la speranza è che, sul modello parigino, il ruolo pubblico torni ad essere prevalente anche nelle altre zone del Paese.

Nella primavera del 2007 più di quattrocentocinquantamila mila firme furono raccolte a sostegno della legge d’iniziativa popolare che vede come primo punto il riconoscimento dell’acqua come “diritto inalienabile ed inviolabile della persona”. Ma la sensazione forte è che la straordinaria raccolta firme sia già stata oscurata. Con un semplice colpo di spugna. Seguendo il manuale del “buon governo” che approva leggi impopolari e antidemocratiche proprio quando imperversa l’afa estiva e l’attenzione della stampa è rivolta altrove.

Il 2010 si candida quindi ad essere l’anno della svolta, ed è incredibile pensare come la Francia e l’Italia prenderanno direzioni cosi diverse in merito ad un bene fondamentale come l’acqua. Da una parte abbandonando una lunga privatizzazione e dall’altro si inaugurando una stagione di privatizzazione diffusa, che già negli esperimenti locali si è dimostrata allo stato attuale fallimentare e onerosa per gli utenti.
E’ necessario una forte opposizione sia istituzionale, a partire dai ricorsi di incostituzionalità che le Regioni e gli enti locali debbono presentare, sia sociale al dispositivo della legge 133, affinché in Italia si costruisca la strada della promozione di una società mirante alla garanzia dei principi di uguaglianza nei diritti, di giustizia sociale, di solidarietà e di un vivere insieme fondato sul rispetto e la salvaguardia dei beni comuni

—————————————————————

La battaglia per l’acqua pubblica

di Claudio Bellavita
da www.aprielonline.info

Nel silenzio dei giornali e anche del dibattito politico corrente, in molte città d’Italia i cittadini si stanno mobilitando per difendere la natura pubblica dei servizi idrici. Solo a Torino, grazie al lavoro costante di un gruppo di volontari, sono state raccolte in 3 mesi oltre 12.000 firme per chiedere la modifica dello statuto del Comune, in modo che l’acqua venga dichiarata bene di primaria importanza, priva di rilevanza economica e industriale

La lobby dei privatizzatori opera da tempo in Europa, ma, per troppa ingordigia, ha subito una pesante sconfitta a Parigi, dove la municipalità, dichiarando il primario interesse pubblico dell’acqua, ha revocato la privatizzazione. Che aveva prodotto come risultato u
n forte rincaro delle tariffe, la precarizzazione dei dipendenti e la riduzione delle manutenzioni e degli investimenti.

In Italia, dove i privatizzatori trovano la porta aperta nei comuni rovinati dalla finanza dei derivati (un altro prodotto del liberismo), adesso ci si mette anche il governo, con l’art. 23bis che fingendo di attuare una normativa europea, impone tempi stretti per la privatizzazione dei servizi pubblici.

Ma la UE ha espressamente dichiarato che non tocca a lei dichiarare se un servizio pubblico è da assoggettare alla concorrenza oppure riguarda un bene cui non si vuole dare rilevanza economica. E il nostro ordinamento costituzionale prevede che la rilevanza economica o no di un servizio pubblico locale sia di competenza esclusiva dell’ente locale, come confermato dalla corte costituzionale con sentenza 272/2004 (ricorso della regione Toscana).

Aggiungiamo anche un argomento di solito trascurato dai privatizzatori e dagli enfatici commentatori da ballo Excelsior. In una società pubblica, il furto e la corruzione sono reati perseguibili d’ufficio. In una spa, si configurano come appropriazione indebita, perseguibile solo su denuncia del legale rappresentante. Che rappresenta i maggiori azionisti tra i cui interessi ci potrebbe essere quello di fregare i minori azionisti. Vi confido un segreto: in Italia è successo un sacco di volte…

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.