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METTERE AL CENTRO DELLA CHIESA IL POPOLO DI DIO

di Valerio Gigante
da www.adistaonline.it

“Sempre in bilico fra il dentro e il fuori in posizioni di frontiera”, le Comunità di Base “alla dimensione della stabilità preferiscono la dimensione della precarietà, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto”. Enzo Mazzi, da anni animatore della Comunità di Base dell’Isolotto presenta così l’esperienza delle CdB, alla vigilia di un evento importante per il futuro del movimento: il Collegamento seminariale che si terrà a Tirrenia il 3-4 ottobre. Un appuntamento che intende fare il punto sulla ormai quarantennale storia di questa originalissima esperienza di Chiesa dal basso, che da sempre si pone come obiettivo quello di realizzare, pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni, la “rivoluzione copernicana” nella Chiesa: quella che riconosce come centro dell’“universo” ecclesiale non la gerarchia ma il popolo di Dio in cammino; che persegue il primato della profezia piuttosto che ribadire quello delle istituzioni.

Un cammino di trasformazione intrapreso nella Chiesa molti anni fa e che ha avuto una importante legittimazione nel Concilio Vaticano II, e in particolare nella costituzione conciliare Lumen Gentium, ma che negli anni successivi è stato disatteso, frenato, mistificato, addirittura negato. E che proprio per questo oggi è necessario far ripartire. Ma poiché le origini di ogni futuro stanno nel passato, non a caso, l’incontro di Tirrenia sarà introdotto da Mario Campli e Marcello Vigli, che nel recente volume Coltivare la speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile (ed. Tracce, 2009, pp. 215, euro 13) propongono una narrazione delle tappe del cammino delle CdB, facendo emergere attraverso lo scorrere degli avvenimenti problemi e questioni urgenti della Chiesa di oggi. Problemi ancora irrisolti, che possono segnare il futuro della Chiesa e di riflesso della società in cui le comunità sono presenti con importanti forme di servizio. E sulle Comunità, sulla loro storia passata, ma – soprattutto – su quella futura, Adista ha intervistato Enzo Mazzi.

40 anni, ma le CdB ci sono ancora, nonostante in tanti, dentro e fuori la Chiesa abbiano a più riprese preconizzato la scomparsa, o l’irrilevanza, di queste forme di Chiesa “altra”, troppo legate, a loro dire, ad un passato che non esiste più. Le CdB come sottoclasse del “dissenso” cattolico. Roba da archivio. Invece…

Gli psicanalisti ci dicono che il bisogno di vincere l’angoscia della morte ha davanti a sé due strade: una è la strada della accettazione, gioiosa e tragica insieme, della finitezza insita nell’esistenza sia personale che sociale; l’altra è la strada dell’ansiosa ricerca di sconfiggere la morte-nemica fino all’acquisire immortalità.
Il primo percorso è quello che porta ad accettare la provvisorietà e relatività di tutto, a vivere con intensità il presente, a non accumulare, ad accogliere il fluire della storia, a lasciare spazio a tutto ciò che nasce, a scrutare i segni dei tempi, a costruire cose piccole, eventi senza pretese, a non attaccarsi agli assoluti. Possiamo chiamarlo percorso di laicità?
Il secondo percorso è all’opposto quello che porta a costruire piramidi, a innalzare torri e cupole, a realizzare istituzioni indefettibili e potenti, chiese eterne, città eterne, stirpi eterne, ed ora strutture politiche, ad esempio partiti, se non eterni quantomeno vincenti, a dogmatizzare le proprie verità come assoluti rivelati da un Dio immaginato onnipotente, a misura dei propri deliri. Potremmo chiamarlo il percorso della sacralità.
Le CdB hanno scelto la prima strada. Senz’altro più difficile, ma credo anche di maggiore pienezza e significato. Anche perché la strada della accettazione della finitezza dell’esistenza porta a riconoscere l’altro, a fargli spazio, ad accoglierlo. La strada della ricerca di eternità porta invece ad escludere l’altro, a considerarlo un rivale se non un nemico, a strumentalizzarlo e sfruttarlo fino all’ossessione della mors tua vita mea che ha la guerra come corollario inevitabile.

Un po’ la distinzione tra essere ed avere individuata da Fromm. Tutto questo fa parte della storia, da sempre… ma quale nuovo elemento di contraddizione portano le CdB nel contesto politico ed ecclesiale di oggi?

Oggi la globalizzazione ha esasperato la situazione appena descritta. Ha reso evidente in modo sconcertante e angoscioso la limitatezza e la finitezza del mondo e della vita, e al tempo stesso, ha estremizzato il bisogno di onnipotenza e di eternità.
Una tale situazione è insieme sia estremamente pericolosa, sia carica di futuro. Per questo è importante il discernimento dei segni di nonviolenza che emergono dai tentativi di percorrere “alterità” di cultura, politica e fede. E quindi anche dai percorsi di liberazione sperimentati in questi anni dalle CdB.

Il termine “comunità” viene usato per quella europea come per quelle di accoglienza. C’è poi la “comunità” scientifica, ci sono quelle religiose, come la comunità neocatecumenale, le comunità delle varie etnie… Perfino l’alleanza di Stati in nome della guerra cosiddetta umanitaria viene – un po’ ipocritamente – definita “comunità internazionale”. In una tale babele di significati, che senso ha il vostro continuare a definirvi “comunità”?

Tutto questo proliferare strumentale e contraddittorio di comunitarismi può avere anche un risvolto positivo: può significare che il termine “comunità” è dotato tuttora di una forza intima per cui conviene riappropriarsene tentando di dare alla stessa significati all’altezza delle sfide attuali.
È quello che tentano di fare da sempre le comunità cristiane di base. Una nuova società ha bisogno di una nuova centralità delle relazioni e quindi necessita di reti di esperienze comunitarie oltre i confini. O meglio ha bisogno che uno spirito comunitario aperto informi tutte le formazioni e le strutture sociali. Altrimenti non si esce da questo dominio dell’individuo astratto. Il significato più pregnante della comunità consiste nel dare forza e spazio a qualcosa che ci precede tutti, e cioè alla realtà degli ultimi, delle persone che non hanno comunità, del “figlio dell’uomo” più spoglio, per usare termini evangelici.
Roberto Esposito, studioso di storia delle dottrine politiche e filosofo, scrive in un saggio intitolato Communitas: l’origine e il destino della comunità: “Essa (la comunità) non è una proprietà, un pieno, un territorio da difendere e separare rispetto a coloro che non ne fanno parte, ma un vuoto, un debito, un dono nei confronti degli altri, che ci richiama nello stesso tempo alla nostra costitutiva alterità anche da noi stessi”. Quello che lo studioso desume dalle sue ricerche teoriche, noi lo abbiamo sperimentato nelle nostre prassi, nei nostri cammini tortuosi che ci portano sempre lì, all’assenza, al vuoto, alla nostra alterità anche rispetto a noi stessi.
Mi rendo conto che qui c’è il rischio di un grave fraintendimento. Quasi che la comunità fosse in opposizione alla individualità. Dalla cultura della soggettività individuale e dallo statuto dei diritti individuali non si può né si deve tornare indietro. Rilevare questo bisogno di comunitarietà oltre i confini non significa affatto prospettare la stabilizzazione dell’esperienza storica delle comunità di base.

L’esperienza delle CdB nasce alla fine degli anni ‘60. Sembra però che le istanze di cui il movimento delle comunità è portatore abbiano anticipato lo stesso evento conciliare, lo abbiano accompagnato e ne abbiano poi seguito appassionatamente gli sviluppi. Insomma, le CdB precederebbero la loro stessa nascita. Sei d’accordo?

Il concepimento delle CdB si può far risalire agli anni ‘50 nel clima del grande processo di tr
asformazione globale del dopoguerra. Il carattere inedito di queste formazioni sociali e ecclesiali di base, il loro essere realtà di transizione che cercano il nuovo senza perdere una sola goccia del positivo espresso dal vecchio, il loro cercare dimensioni nuove di esistenza basate sul primato delle relazioni, oltre la cultura patriarcale che invece è basata sull’appartenenza tribale, la loro precarietà e provvisorietà che rifugge dalle moderne imbalsamazioni istituzionali, il loro vivere costantemente fra “essere e non essere”, sempre in bilico fra il dentro e il fuori in posizioni di frontiera, tutto questo le rende un po’ come un campione reale della grande trasmigrazione sociale, materiale, psicologica e culturale, che in pochi anni, dopo la guerra, cambierà volto alla società.
Qualcuno ha giustamente chiamato quella operata dalle CdB e da altre realtà ecclesiali di base una “rivoluzione copernicana”. Ma tale rivoluzione conciliare non è stata e non è un fatto tutto interno alla Chiesa, non è una sciaguattata nell’acquasantiera. Perché si inserisce in un processo storico e culturale rivoluzionario di lunga lena e si lega a un bisogno sentito a livello generale della società mondiale: rifondare la modernità sulla centralità delle relazioni. Se c’è prodotto della modernità da rinnegare è l’individualismo competitivo, ma non solo a parole. Un mondo nuovo non ce lo regala la lotta di tutti contro tutti che è alla base della società mercantile liberista.
È in questo preciso contesto storico che va collocato il dibattito sul senso attuale delle comunità di base, sulla loro vita, sulla loro configurazione, sul loro futuro.

E qual è, secondo te, questo futuro?

Il futuro delle comunità di base non è certo in un riprodursi della fioritura degli anni ‘70. La storia non ha la circolarità delle stagioni. Potrebbero costituirsi in movimento stabilizzato, darsi una struttura capace di attrarre, di creare senso, di offrire segni di appartenenza, addirittura le Comunità potrebbero dotarsi di nuovi ministeri ordinati e designati democraticamente, per elezione dal basso, per svilupparsi, riprodursi e durare. Per molti la stabilizzazione è un grosso rischio. Dove si va? Verso la comunità di base come una “Quasi parrocchia”, prevista del resto dallo stesso diritto canonico (can. 516)? Su questo c’è un confronto interno che non ha impedito fin qui un percorso comune.
Siamo in molti che alla dimensione della stabilità preferiamo la dimensione della precarietà, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa lievitare tutta; del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto. In genere queste immagini evangeliche vengono intese in senso sacrificale e moralistico da applicarsi solo alla vita personale. Noi sappiamo però che nel crogiolo che era la Palestina del primo secolo, quelle espressioni e quelle simbologie, desunte dalle culture sia profetiche che misteriche, avevano per il movimento di Gesù un significato di liberazione non solo religiosa e spirituale, ma anche politica e sociale.

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