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Gli Usa senza la Cina

di Ilvio Pannullo
da www.altrenotizie.org

Dopo la palese incapacità dimostrata nella crisi ancora in atto, credere alle parole del Fondo Monetario Internazionale è diventato un atto di fede. Va detto, tuttavia, che se considerate nella giusta ottica, le valutazioni della celebre istituzione finanziaria possono risultare utili per intuire quanto non viene detto. In un discorso tenuto ieri a New York, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, forse stanco di mentire, ha affermato: “La crisi potrebbe innescare una guerra nei Paesi più poveri”. La posta in gioco sul tavolo della crisi, ha detto Strauss-Kahn, “è molto alta nei paesi a basso reddito dove la popolazione è particolarmente vulnerabile” e per i quali “le conseguenze potrebbero essere disastrose”.

Marginalizzazione economica, instabilità politica e sociale e un crollo della democrazia, potrebbero sfociare in una guerra. Nulla questio sulla gravità della situazione descritta, ma quello che non viene detto è che un simile scenario potrebbe riguardare anche il cuore dell’impero, gli Stati Uniti d’America. In un momento in cui la crisi sembra attenuarsi, sullo scacchiere internazionale c’é infatti chi muove i suoi pezzi in vista della sicura resa dei conti.

La notizia è di quelle dal basso profilo e dalle imponenti conseguenze. Dopo le colossali recenti immissioni di liquidità da parte della Federal Reserve per sanare i buchi di bilancio dei colossi di Wall Street, si aspetta alla finestra l’iperinflazione che interesserà la valuta americana. Non tutti però stanno a guardare: da tempo – come si è già segnalato – il gigante cinese sta silenziosamente liquidando le proprie riserve valutarie quotate in dollari per evitare di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, quando gli effetti delle politiche monetarie americane incominceranno a manifestarsi.

La novità recentemente segnalata dal giornalista Lawrence Williams sul sito Mineweb e ripresa da gran parte della rete, è che le organizzazioni statali cinesi stanno facendo pubblicità all’idea di comprare oro e argento. Come si trattasse di sapone in polvere, la popolazione cinese, nota per il suo numero e già nella mentalità di acquisto di oro e preziosi, viene sollecitata a mettere al sicuro i propri risparmi attraverso l’acquisto del pregiato metallo. Come risultato, quest’anno o il prossimo, la Cina probabilmente supererà l’India come maggiore acquirente di metalli preziosi.

L’idea, semplice ed efficace – in piena sintonia con la saggezza tipica dei grandi generali cinesi – è quella di portare dentro i confini nazionali la maggiore quantità possibile di quell’unico valore che, nei momenti di crisi strutturale, quando tutto pare di colpo perdere valore, si rivaluta. Il tutto, però, senza allertare i mercati finanziari per evitare che la situazione precipiti prima del dovuto. Sta di fatto che la strategia cinese è chiara come il sole allo zenit ed ancor più chiare sono le conseguenze di una simile politica. Senza l’appoggio del credito cinese il valore del dollaro crollerebbe alla prima vera spallata.

La Cina nell’ultimo decennio è stato il principale finanziatore di questa politica economica. Se il dollaro verrà sostituito come moneta per gli scambi internazionali e quindi come moneta di riserva di tutti gli Stati, questi saranno costretti a cambiare i dollari in loro possesso per la nuova o le nuove monete che si utilizzeranno negli scambi internazionali; ciò determinerebbe una forte svalutazione della moneta statunitense e per conseguenza, continuare ad avere enormi quantità di dollari significherebbe ritrovarsi con una quota di riserva fortemente svalutata.

Esemplificando e semplificando quanto sopra: se oggi, i circa 2.000 miliardi di dollari in riserve cinesi ammontano a circa 1500 miliardi di Euro, domani con un dollaro svalutato ad esempio di un 50%, rispetto all’Euro, le attuali riserve cinesi passerebbero a valere circa 1.000 miliardi di Euro. Tra l’altro la svalutazione del dollaro è praticamente l’unica strada percorribile e sicuramente auspicabile dal governo USA per ridurre drasticamente l’ingente e sempre crescente debito pubblico accumulato: si comprende dunque, la necessità per i cinesi di liberarsi dei dollari accumulati o ridurre drasticamente questa cifra; maggiore sarà la riduzione, minori saranno le perdite.

Oggi la Cina è la terza economia del mondo e nel 2010, secondo stime del FMI, sarà la seconda, con un sensibile avvicinamento a quella USA; nel 2008 il PIL cinese era pari al 29% di quello USA, nel 2014, sarà pari ad oltre la metà. Fino ad ora, la crescita è stata assicurata soprattutto grazie alle esportazioni e paradossalmente il punto di forza dell’economia cinese sta nel fatto che non ha ancora un mercato interno; riprogrammare la produzione verso il mercato interno significa continuare la corsa alla crescita.

In sostanza, la Cina se in questi ultimi 20/30 anni ha fondato lo sviluppo sulle esportazioni, nei prossimi anni dovrà riprogrammare l’apparato produttivo verso il mercato interno, per stimolare il quale dovrà concederà maggiori benefici ai propri lavoratori. Non sarà ovviamente un’operazione automatica e indolore, ma questa è la strada che il gigante asiatico ha già cominciato a percorrere da qualche tempo a questa parte. Con queste premesse non si va lontano dalla verità se si afferma che la Cina rappresenta il futuro dell’attuale sistema economico.

Al momento, all’orizzonte si profila un mondo multipolare che sostituirà progressivamente l’attuale mondo dominato dallo strapotere USA. Uno dei poli è precisamente incentrato sulla Cina e l’Asia. Gli altri poli saranno costituiti dal blocco Latinoamericano, dal blocco che fa capo alla Russia, dal mondo Arabo ed ovviamente dall’attuale occidente (USA, Canada, Europa occidentale ed Australia/Nuova Zelanda), che sia pure in declino continuerà a svolgere un ruolo importante a livello mondiale.

E’ probabile che in ognuno di questi poli si affermi una moneta di riferimento. Viste le condizioni attuali è molto probabile che il dollaro sia sostituito, almeno in una fase di transizione, non da una sola moneta, ma da un paniere di monete regionali. Una cosa è sicura: si preannuncia una fase molto interessante, un momento di redistribuzione del potere e – si sa – sono avvenimenti che non accadono mai tranquillamente. L’affabile Obama, speranza di milioni di americani e non solo, dovrà impegnare tutte le sue abilità per giocare al meglio questa partita. Una partita che gli Usa dovranno giocare senza l’alleato cinese.

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