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La frontiera incerta tra pubblico e privato

di Stefano Rodotà
da La Repubblica, 24 settembre 2009

Più mobile che in passato, e ancora più incerta, appare oggi la frontiera tra pubblico e privato, fino a far dubitare che questa distinzione possa ancora essere proposta. La sfera dei media sembra sfuggire alla presa di queste categorie, contiene tutto e il contrario di tutto, e tutto proietta in una dimensione di crescente visibilità. La sfera globale, dove scompaiono o diventano opachi i poteri dei grandi soggetti pubblici, degli Stati nazionali, annuncia la privatizzazione del mondo. Ma una alternativa secca appare spesso improponibile. Nascono nuove formule – “privato sociale”, “pubblico non statuale” – che scardinano gli assetti tradizionali. E, sempre più impetuosa, compare la “ragionevole follia” dei beni comuni. Né pubblico, né privato, allora?

Oggi non si possono seguire gli itinerari di Riesman o Sennett, che disegnavano processi lineari, con il prevalere ora dell’una, ora dell’altra logica. Se pure è vero che il privato invade il pubblico, che nella sfera pubblica il personale sostituisce l’impersonale, non si può poi concludere che il privato rimane sempre identico a se stesso. Un altro “privato” è davanti a noi, conosce il bisogno imperioso dell’apparire, si fa governo. E questo impone di ridefinire l’intero quadro di riferimento.

Si va su Facebook per essere visti, per conquistare una identità pubblica permanente. Si alimenta il “pubblico” per dare senso al “privato”. Viviamo continui passaggi dall’intimité a quella che Lacan ha chiamato l’extimité: una intimità “esteriorizzata” che non connota soltanto il bisogno di guadagnare una ribalta costi quel che costi, ma rende possibili nuove forme di comunicazione sociale o politica.

In presenza di una sfera pubblica nutrita di spettacolo, di personalizzazione, le figure pubbliche accettano questa logica come una via obbligata per “promuovere” la propria immagine, per guadagnare consenso. Ma, imboccata questa strada, non si può pretendere un diritto all’autorappresentazione, che farebbe nascere una contraddizione tra la scelta di chiedere il consenso attraverso la spettacolarizzazione del privato e la pretesa di fornire un’immagine di sé costruita attraverso selezioni delle informazioni. Se chiedo di essere legittimato e giudicato per quel che sono, non posso poi proporre una immagine falsificata, che inquinerebbe quel giudizio su chi ha funzioni pubbliche che costituisce un elemento essenziale del processo democratico.

Si fa così più impegnativa la definizione della democrazia come “governo in pubblico”. Non soltanto il passaggio da figura privata a figura pubblica determina una più ridotta aspettativa di privacy per i politici, per chi ricopre cariche pubbliche, ma si costruisce un nuovo circuito per il controllo del potere, fondato sulla trasparenza, sulla luce del sole come “miglior disinfettante”, che attribuisce alla conoscenza dei cittadini una funzione essenziale, e così accentua il ruolo “pubblico” del sistema dell’informazione.

Ma, appunto, non siamo di fronte a processi lineari. Mentre la società della comunicazione presenta il suo conto, poteri vecchi e nuovi elaborano strategie di difesa, si trasferiscono in luoghi sottratti all’occhio del pubblico. Ricompaiono gli arcana imperii, che possono assumere la forma di un modello matematico, di un algoritmo che governa le attività finanziarie. Di questo mondo, privato e opaco, abbiamo avuto diretta nozione con l’esplodere della crisi economica, che ha rivelato la distruttiva privatizzazione di un potere che, esteso sull’intero pianeta, si è sostituito ad ogni altro. E così il pubblico è dovuto correre in soccorso del privato, con un ritorno ad una “privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite”. La tardiva riscoperta di un bisogno di regole pubbliche obbliga a ridisegnare un territorio che si riteneva definitivamente assegnato a poteri privati.

Proprio qui s’innesta la questione dei beni comuni, dell’acqua e dell’aria, dell’ambiente nel suo complesso. “Il grande campo di battaglia sarà la proprietà” – aveva scritto, con parole presaghe, Alexis de Tocqueville, svelando la fragilità di un assetto il cui equilibrio era stato fondato su una divisione di compiti: “al cittadino appartiene la proprietà, al sovrano l’impero”. Quel conflitto continua, e si è trasferito al mondo dei beni immateriali, alla conoscenza. L’oggetto della contesa non sono più soltanto beni scarsi (la terra, in primo luogo), ma l’ininterrotta produzione di conoscenza che ha in Internet il suo luogo di elezione. Qui la scarsità non è più naturale, ma prodotta da tecniche che limitano la libertà di accesso, determinando processi impropri di privatizzazione. Le regole pubbliche non possono limitarsi ad affermare che l’accesso alla conoscenza è un diritto fondamentale della persona se, poi, troppi contenuti non sono liberamente accessibili. Il centro dell’attenzione, allora, diviene appunto quello dei beni comuni. Non si può consegnare ai cittadini una chiave che apre una stanza vuota.

Continui conflitti di potere accompagnano la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato. Molti sono i protagonisti di questa vicenda, ma è bene ricordare la radicalità con la quale le implicazioni profonde del tema sono state svelate dal pensiero delle donne. Non è solo una formula perentoria – “il personale è politico” – che torna alla memoria. Sono le molte vicende di questi tempi a inquietare, con la pretesa di ridisegnare il privato e il pubblico delle donne in forme che prospettano il primo come una prigione e l’altro come una subordinazione.

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