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Antiberlusconismo e conflitto tra i sessi

di Lea Melandri ⋅
da www.zeroviolenzadonne.it

Riceviamo e pubblichiamo la nota editoriale di Lea Melandri apparsa sul quotidiano “L’Altro” dell’1.10.2009.

Per quanto mosso da un narcisismo incontenibile e da un senso di onnipotenza che non conosce limiti, sia nell’arte amatoria che nel governo della cosa pubblica, Silvio Berlusconi non può ragionevolmente essere considerato il cinico, diabolico responsabile dei mali che affliggono da millenni il rapporto tra i sessi.

Eppure, l’impressione che si ha dal dibattito che ferve intorno al tema “sesso e potere” è che, avendo incarnato un immaginario erotico largamente diffuso tra uomini e donne, Berlusconi ne sia anche, sotto molti aspetti, il creatore. La mercificazione del corpo femminile non data dalla nascita della televisione, lo scambio di sessualità con doni, denaro, successo, carriere, o sopravvivenza, non si pratica solo all’interno di Palazzo Grazioli e nelle stanze del potere.

Allora perché si parla di sessismo, di patriarcato, di violenza maschile, di uso “umiliante” del corpo delle donne soltanto adesso? Perché si attribuisce alla vicenda Berlusconi-Noemi, Berlusconi-escort, l’effetto eclatante di uno “svelamento”, o, come ha detto Nicky Vendola alla trasmissione L’Infedele (28.9.09), di una “autobiografia nazionale”?

La personalizzazione del potere, di cui il Presidente del Consiglio viene da più parti accusato, non rischia di orientare anche il giudizio dei suoi oppositori, nel momento in cui lo si fa protagonista unico di uno dei domini più antichi del mondo, così radicato nella vita dei singoli e delle collettività da essere ancora oggi considerato “naturale”?

Se è vero che, saltati i confini tra sfera privata e sfera pubblica, il corpo, la sessualitè , il rapporto uomo-donna si sono venuti a trovare all’improvviso “nel cuore della politica” – dove sono stati a lungo rimossi, trattati come parenti impresentabili -, non si può dire altrettanto della coscienza femminile che da quasi mezzo secolo è venuta rivoluzionando gerarchie di potere tra i sessi, date come eterne e immodificabili. La cultura maschile, arroccata dietro la maschera difensiva della “neutralità”, ha fatto orecchie da mercante, ha lasciato che passasse l’onda imprevista e travolgente del femminismo degli anni ‘70, e ha archiviato l’unica critica radicale alla politica insieme ai sussulti libertari del ‘68. Poi, per uno di quei dispetti imperscrutabili della storia, è accaduto che, a scoperchiare il vaso di Pandora e a svuotarlo di tutto ciò che è sempre stato visto come “non Politico”, fosse il rappresentante di una della maggiori cariche dello Stato. Un’occasione unica per portare alla luce verità scomode e “perturbanti” – perché nascoste dietro comportamenti abituali della vita quotidiana di ogni individuo -, ma anche incline, proprio per la sua eccezionalità , a operare nuovi occultamenti.

Mescolare, come stanno facendo negli ultimi tempi alcuni giornali e trasmissioni televisive “antiberlusconismo” e “velinismo”, rapporto di un’alta carica dello Stato con le donne e mercificazione del corpo femminile, induce alla semplificazione di un problema che, a partire dal degrado della politica istituzionale, si estende a tutte le manifestazioni di ordine privato e pubblico, segnate dal pensiero di un sesso solo, oltre che dagli adattamenti e dalle resistenze, con cui le donne l’hanno fatto proprio.

Dopo la fase iniziale, in cui si è giustamente insistito sul pericolo che rappresenta per la democrazia lo scambio tra sessualità e ruoli istituzionali, l’equivalenza tra rappresentanza politica e carriera televisiva, si è finito per spostare i riflettori in direzioni diverse, ma tali da far apparire il rapporto uomo-donna, appena affiorato alla coscienza maschile, un pretesto per altre battaglie. Nel documento della Libera Università delle donne di Milano, che ha raccolto un migliaio di firme, le dimissioni di Berlusconi venivano così motivate: “Il Presidente del Consiglio è stato colto nell’atto di passare da un utilizzo mercificato di corpi femminili per propri svaghi privati, ma giocati in luoghi destinati a fini pubblici, alla attribuzione diretta di cariche ministeriali e cariche parlamentari (italiane ed europee) elargite come riconoscimento al fascino delle candidate” (www.universitadelledonne.it).

Di questa, come di molte altre prese di posizione collettive, venute dalle reti e associazioni del femminismo, i giornali che oggi conducono una quotidiana campagna contro il Premier, non hanno dato notizia, limitandosi quasi sempre a invocare la “ribellione” delle donne in nome della loro “dignità” offesa.

La cultura che su sessismo, patriarcato, corpo politico, si è venuta costruendo nell’arco di quarant’anni, da parte di donne e di alcuni uomini – penso per esempio allìassociazione Maschile/Plurale -, non è un caso che sia rimasta ancora una volta in ombra. Portato inaspettatamente allo scoperto dalle vicende berlusconiane, il rapporto tra i sessi ha finito per restare impigliato nei suoi risvolti “pubblici” – intreccio tra televisione, affari e potere politico -, quando non è stato appiattito e confuso col pettegolezzo e lo sdegno moralistico.

L’affermazione di Berlusconi “la maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me” grande amatore dell’altra metà del cielo, che può permettersi di avere sempre alla sua tavola “presenze femminili gradevoli” è stata tradotta da Gad Lerner (“la Repubblica” 28.9.09) in un interrogativo che ogni uomo potrebbe fare a se stesso: “Se avessi i soldi e il potere di Berlusconi, non mi comporterei anch’io come lui?”.

Posta in questi termini, la domanda che vorrebbe far luce sull’immaginario erotico e sulla sessualità maschile, finisce inevitabilmente nelle secche di un discorso riguardante un uomo che assomma in sé un potere smisurato, una “doppia onnipotenza”, sessuale e politica, come ha scritto Ida Dominijanni (“Il Manifesto”, 29.9.09) e che non può perciò che essere invidiato.

La messa a tema del sessismo – il potere sulla donna che ogni uomo in quanto tale, noto o sconosciuto, ricco o miserabile, ha ereditato da una cultura patriarcale millenaria -, dopo una breve, timida apparizione, scompare ancora una volta, identificata con l’oggetto primo e unico della battaglia in corso: Silvio Berlusconi.

Il sospetto che la “questione femminile” umiliante rappresentazione del corpo delle donne nei media, ben documentata dal filmato di Lorella Zanardo, sia, più o meno consapevolmente, assunta come “mezzo” per altri “fini”, può essere smentito solo quando gli uomini riconosceranno che il “nuovo galateo” di Berlusconi, come lo ha definito Gad Lerner, è l’altra faccia, antica come il mondo, della misoginia maschile, la maschera edulcorata dall’amore del potere che l’uomo si è attribuito nei confronti dell’altro sesso. Di un Presidente del Consiglio, che mescola con assoluta noncuranza potere mediatico, politico e sessualità , è giusto chiedere che si dimetta, mentre non può non sollevare dubbi la chiamata alla “ribellione” delle donne “offese”, senza dire che la peggiore offesa sta nell’ ignorare la cultura che la coscienza e l’intelligenza femminile più vicina a noi hanno prodotto, proprio a partire dal rapporto tra corpo e polis, sessualità e politica.

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