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Il massacro silenzioso

di Antonio Marafioti
da www.peacereporter.net

C’è solo una cosa peggiore di un’esecuzione di massa. Un’esecuzione di massa che passa sotto silenzio. Senza alcuna condanna da parte della comunità internazionale. Senza sanzioni. Senza embarghi. Senza quel genere di attenzione politica che dovrebbe essere garantita alla protezione di ogni essere umano in quanto depositario di diritti civili inalienabili. Uno di questi è consacrato solennemente dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 10 dicembre 1948. “Ogni individuo – riporta l’articolo – ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

In Guinea da lunedì il popolo non solo non ha visto riconosciuto il diritto alla libertà d’opinione senza essere molestato ma è stato addirittura sterminato dalla polizia del capitano Moussa Dadis Camarà, salito al potere in seguito ad un golpe lo scorso 23 dicembre. Motivo? I guineiani non vogliono che il dittatore si presenti alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio. Lo hanno detto chiaramente prima di scendere in piazza e, dopo il diktat del governo che aveva minacciato provvedimenti in caso di manifestazione, lo hanno ribadito riunendosi in 25mila di fronte allo stadio della capitale.

Un grido di protesta unanime contro la legalizzazione elettorale di una dittatura al quale il governo ha risposto con l’esercito. Manganelli e lacrimogeni sulla folla che ha resistito pacificamente nella sua protesta. Fino al fuoco. “Sparate ad altezza d’uomo” questo sembra essere stata la direttiva dei colonnelli di Dadis agli uomini in pantaloni mimetici, berretti verdi e maglietta nera. L’ultimo bollettino, in perenne stato d’aggiornamento, parla di 157 vittime, migliaia di feriti e decine di arrestati. Tra questi i due principali leader dell’opposizione Cellou Dalein Diallo, capo dell’Unione delle forze democratiche della Guinea e candidato alle presidenziali, e Sidya Tourè, capo dell’Unione delle forze repubblicane.

Nella prima mattina di oggi è arrivata la testimonianza che attribuisce al massacro risvolti, se possibile, ancora più abominevoli. E’ la dichiarazione di un medico del pronto soccorso del Centro ospedaliero di Donka, il più grande nosocomio di Conacry. “E’ una macelleria, un massacro, ci sono decine di cadaveri”. L’immagine è quella di un medico che lotta contro il tempo per salvare vite umane. Un uomo che, forse inconsapevolmente, offre la chiave di ciò che accade in Guinea in una scarna e frettolosa dichiarazione ai media. Alla comprensione dei fatti basterrebbe la sua prima parola: “macello”. Si potrebbe pensare al Rwanda o alla Somalia. Il fatto è che in quei posti, seppure con alterne fortune, la comunità internazionale si era mobilitata.

Qui, oggi, a testimoniare e condannare un vero e proprio massacro contro un popolo che protesta pacificamente ci sono solo le foto e gli articoli in rete.

La comunità internazionale, ad esclusione di Usa e Francia, resta immobile a guardare e, forse, ignorare ciò che accade in un paese dove chi protesta va al “macello”.

E se l’Eliseo ha condannato “con la più decisa fermezza la violenta repressione” messa in atto dall’esercito della Guinea, da Washington il governo Usa, che in Afghanistan schiera quasi 30 mila uomini, si è limitato a dirsi “profondamente preoccupato” per le violenze e esortando la giunta militare al potere a dare prove di moderazione.
Prove di moderazione che si sarebbero potute chiedere anche a Saddam Hussein a questo punto. Solo che la Guinea non ha le stesse risorse dell’Iraq e, quindi, lo stesso peso nella definizione degli equilibri internazionali. Per questo nessuno parla di fronte a 157 morti. Fino ad ora.

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