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Fuga dal Corno d’Africa

di Marcello Brecciaroli
da www.peacereporter.net

Si combatte a Kismaayo. Dopo giorni di tensione e concentrazione di truppe la situazione è esplosa il 1 ottobre. Al Shabaab e Hitzbul-Islam, le due principali milizie islamiste somale, si lanciano oggi in reciproche accuse su chi abbia aperto il fuoco per primo. I due gruppi si contendono il controllo della città, che in teoria avrebbero dovuto amministrare a turni alterni.

Si tratta insomma di politica, ma di politica sterile in quanto il distretto della città, vicino al confine con il Kenya, è attraversata da vere e proprie folle di disperati in fuga, la vera emergenza somala che questi scontri non fanno che peggiorare. Nel gergo tecnico si chiamano Idp (Internal Displaced People) e in Somalia sono milioni. Scappano dalle aree dove si combatte, o dove semplicemente non c’è possibilità di sopravvivere per mancanza di tutto, rendendo la Somalia un intreccio di carovane umane. Il Kenya è la meta della maggior parte delle popolazioni del sud: attualmente vi si trovano 312mila rifugiati, la stragrande maggioranza dei quali nel campo di Dadaab, pochi chilometri oltre il confine.

Roberta Russo, portavoce dell’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr) in Somalia, spiega che “la situazione è tragica. Si pensi che il campo è stato progettato per accogliere 90mila persone, quindi tutte le strutture sono al collasso. Stiamo cercando da anni di ottenere più terra dal governo kenyota per ampliare il campo, con pochi risultati purtroppo. In generale comunque non si può dire che il governo kenyota sia ostile, anche se spesso chiude le frontiere, che è la cosa peggiore che possa capitare ai rifugiati. Anche se i rifugiati riescono a entrare comunque”.

Nel sud del paese ci sono circa 1milione e 300mila Idp le cui condizioni sono forse anche peggiori di coloro che si trovano a Dadaab o di quelli che hanno attraversato lo stretto di Aden, al nord, per scappare in Yemen. “Il problema principale è che fin che i somali rimangono sul territorio somalo sono considerati Idp, cioè profughi interni, e non hanno diritto ad avere protezione internazionale ed è contro la legge interferire. E’ contro la legge però anche non dargli la possibilità di uscire dal loro Paese” spiega Roberta Russo. “Altro discorso per cui è improbabile che ricevano aiuto in Somalia” continua la Russo “è la debolezza del governo, che poi è l’unico ad avere giurisdizione su di loro. Inoltre, a causa della guerra, la presenza delle Ong e dell’Onu è molto limitata”.

Anche nel nord del paese, nonostante i combattimenti siano meno frequenti, è estremamente difficile portare aiuto: “Nel Puntland (regione autoproclamatasi indipendente, nel nord del paese. ndr)non si può andare da nessuna parte senza scorta armata e sono poche le zone raggiungibili anche cosi”.

Roberta Russo spiega che l’area peggiore del paese rimane comunque la periferia di Mogadiscio e in particolare il “corridoio di Afgooye” che, spiega la portavoce, “si trova a circa 30 Km da Mogadiscio e vi si trova una delle più alte concentrazioni di profughi al mondo. Sono più di mezzo milione le persone concentrate in pochissimi chilometri quadrati”.
L’Unhcr ha accesso a quest’area ma le difficoltà sono molteplici: “In Somalia ogni zona è controllata da persone diverse. Li comandano le milizie di Hitzbul-Islam. La situazione di sicurezza è quindi molto precaria, inoltre non abbiamo una base li vicino e dobbiamo appoggiarci a organizzazioni somale. E difficile quindi monitorare gli interventi”.

Dalle parole di Roberta Russo si capisce perché, nonostante le disperate condizioni di coloro che si trovano nei campi profughi della diaspora somala, il flusso di gente in fuga non accenna ad arrestarsi.
I dati raccolti dall’Onu mostrano che solo una piccola percentuale ha come obbiettivo l’emigrazione verso un paese lontano, con l’unica eccezione dell’Arabia Saudita, meta finale di molti di coloro che arrivano in Yemen. La maggior parte cerca di raggiungere aree dove possa trovare l’appoggio del proprio clan, aiuti umanitarie e soprattutto sicurezza.

Dopo 18 anni di guerra civile, racconta Roberta Russo “La maggior parte delle persone ha perso la speranza di poter tornare un giorno in una Somalia dove ci sia pace”. Ne campi kenioti e yemeniti il numero di rifugiati è quindi destinato ad aumentare e il fatto che il 29 gennaio, quando si è formato il governo di transizione e la creazione un Comitato internazionale per lo sviluppo e il consolidamento del governo di transizione era già nell’aria (Djibouti Peace Process), circa 70 mila persone siano tornate a Mogadiscio, rappresenta solo un’eccezione.

Alcuni dati parlano di ritorni a Mogadiscio anche successivi ma la portavoce dell’Unhcr spiega che “la nostra analisi è che molti sono fuggiti senza nulla e magari sono tornati momentaneamente a prendere qualcosa. Tanti non riescono neppure a lasciare la città, quindi si parla di sfollati all’interno di Mogadiscio che sono ritornati nelle loro case”.

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