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Il cotone del dittatore

di mazzetta
da www.altrenotizie.org

C’è un dittatura nel cuore dell’Asia dove nessuno ha voluto portare la democrazia. A dire il vero ce n’è più d’una, ma questa è la storia dell’Uzbekistan, dove il dittatore Karimov ha appena mandato a raccogliere il cotone i due milioni di uzbeki tra i 6 e i 15 anni che invece dovrebbero essere a scuola. Visto che rimarrebbero a presidiare aule vuote, Karimov manda a raccogliere il cotone anche i docenti, i bidelli e quanti più impiegati pubblici gli è possibile. Il cotone è una delle produzioni più importanti dell’Uzbekistan, realizzata grazie a colture intensive importate ai tempi dell’Unione Sovietica.

La furbata di coltivare una pianta che ha bisogno di molta acqua in un paese semi-desertico ha avuto i suoi costi, seccando letteralmente il Lago D’Aral e impoverendo terreni sempre più salati e sempre più inquinati da fertilizzanti e pesticidi. Al dittatore e alla sua famiglia, che detiene il monopolio del cotone, sembra importare poco: il ricorso alla manodopera forzata e gratuita garantisce comunque margini interessanti. Da parecchi anni l’ONU e alcune associazioni anglosassoni protestano per il lavoro minorile, che è poi schiavitù non essendo retribuito; la diplomazia uzbeka risponde che farà e provvederà, ma poi non succede niente.

Molti grandi marchi statunitensi hanno deciso di non comprare più cotone uzbeko e a loro si è unita anche qualche azienda italiana. A livello ufficiale la UE mantiene buoni rapporti con l’Uzbekistan, anche se di cotone ne importa pochino. Molto più interessante sembra il gas naturale, di cui il paese è ricco. Anche quello ovviamente è cosa di Karimov, ma le democrazie occidentali non sembrano preoccuparsi. Il dittatore è in buoni rapporti con il vicino russo e anche con gli americani, ai quali ha prima concesso l’uso di una base molto utile alla guerra in Afghanistan, poi li ha cacciati per poi, successivamente, siglare un nuovo accordo concedendo nuovamente la base.

Gli americani avevano avuto la cattiva idea di criticare una strage compiuta dal regime nella valle di Fergana. L’astuto Karimov aveva lamentato un attacco di “terroristi islamici”, ma si trattava in realtà di una rivolta di commercianti a seguito di abusi e taglieggiamenti culminati con un’ondata di arresti. Alla protesta, Karimov reagì con tale violenza che parecchie migliaia di uzbeki corsero alla frontiera e scapparono dal paese così com’erano, profughi. Una volta che la dinamica risultò evidente, mezzo mondo protestò e Karimov reagì ancora peggio.

Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino, nessuno fece caso al fatto che cadde in testa anche agli uzbeki e ai loro vicini degli “Stan” sovietici. Karimov era allora il governatore della repubblica uzbeka e oggi ne è il dittatore. Sono passati vent’anni durante i quali lui e la sua famiglia hanno depredato tutto il depredabile e preso il controllo di tutti gli asset strategici del paese, dall’energia alle telecomunicazioni fino al cotone. Dal 1989 non ci sono più state elezioni, ma solo referendum per prorogare la carica di Karimov; non esistono partiti d’opposizione e il regime perseguita chiunque professi qualsiasi fede religiosa, dagli evangelici agli ebrei, fino ai musulmani e ai cristiani. Chi professa una fede si vede di norma negato il permesso di viaggiare all’estero e subisce altre angherie. Gli uzbeki di origine russa e gli ebrei in particolare hanno da tempo lasciato il paese in massa, colpiti prima dalle necessità economiche che dai morsi del regime.

Un vero e proprio regime di terrore, tanto che le proteste sono rarissime da parte di una popolazione impoverita dai furti della dittatura e intimorita dalle crudeli reazioni dell’apparato poliziesco. Innumerevoli sono i rapporti che parlano di torture e persino di una predilezione di Karimov per il bollire vivi avversari e nemici. La libertà di stampa non esiste e c’è anche un giornalista che si sta facendo 10 anni di galera per un articolo troppo “ecologista”; niente di strano, di solito basta molto meno.

La spietata dittatura di Karimov e quelle dei suoi colleghi confinanti non suscitano il minimo interesse in Europa, non si ricordano tonanti prese di posizione europee contro le elezioni-farsa in quei paesi, ma nemmeno contro scandali come questo degli scolari schiavizzati per raccogliere il cotone del “presidente”. Probabilmente c’entrano i grandi giacimenti di gas naturale di queste zone dell’Asia Centrale, che fanno gola a molti, ENI in prima fila.

Probabilmente, se in Italia interrogassero i parlamentari sull’Uzbekistan, finirebbe come per il Darfur, che venne scambiato con il “fast-food”. All’indifferenza della politica si contrappone invece l’attività delle imprese: é un fatto che l’interscambio commerciale con Karimov e suoi inguardabili colleghi sia in crescita costante da anni.

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