Home Politica e Società Dieci domande che esigono risposte rigorose

Dieci domande che esigono risposte rigorose

di Angela Giuffrida
da www.womenews.net

Hoseguito il dibattito sul silenzio delle donne promosso da l’Unità ed hopensato di dare il mio contributo. Bisogna riconoscere con StefaniaCantatore che “né il superamento dell’esclusione del potere, né quellodella subordinazione violenta delle donne sono mai state una prioritàper la politica” e che “nelle pieghe di queste due questioni c’è unasostanza politica che preme verso la rifondazione del pensiero sulgoverno delle cose”.

Secondo me bisogna assicurare una cornice molto più ampia al problema e parlare di rifondazione del pensiero tout court,ma anche volendo limitare il dibattito al governo delle cose occorreampliare l’orizzonte conoscitivo perché non è vero che solo oggi “allapolitica si è sostituito il potere” e che solo oggi vige “il sensodell’inutilità dell’agire collettivo”, come sostiene Nadia Urbinati.

Certo ci sono periodi in cui l’arroganza del potere si manifesta intutta la sua sfrontatezza, senza veli che la addolciscano, ma non perquesto bisogna dimenticare che il potere maschile è sinonimo di dominioe che le comunità androcentriche sono ovunque organizzazioni delladominanza se è vero, com’è vero, che sulla gratuità del lavoro di cura affondano universalmente e pervicacemente le loro fondamenta.La questione femminile non è un’”anomalia” solo italiana anche se inItalia un “regime mediatico-populista ha estromesso le donne dallascena pubblica” per reintrodurle sfacciatamente “nell’immaginariocollettivo e nella pervasiva sintassi simbolica al grado zero di esseripensanti”, come afferma Iaia Caputo.

Per la verità sull’azzeramento del punto di vista delle donne,quindi sulla negazione di un pensiero autonomo femminile gli uominihanno fondato le loro società palesemente autistiche, e ancora oggi intutto il mondo, anche nelle nazioni che ci sembrano più democratiche inquanto prevedono un maggior numero di donne nei luoghi del potere,nessuna donna è veramente soggetto né lo sarà mai finché continuerà aguardare il mondo dalla fessura attraverso cui il maschio umano loguarda.

Inseguendo dati singoli che richiamano il loro opposto, gli uominipolarizzano la realtà che risulta in tal modo atomizzata econflittuale, non rispondente alla realtà di fatto, soprattutto aquella vivente che si è costituita e si mantiene in essere grazie adintricatissime ed insolubili connessioni. Questo è il modo maschile di rapportarsi al mondoed è un modo indubitabilmente inadatto a gestirlo razionalmente:l’universale disumanizzazione, l’irrazionalità divenuta sistema di vitacostituiscono la prova provata delle superiori affermazioni; standocosì le cose, se continuiamo a muoverci all’interno di taleparzialissima e poco veritiera rappresentazione del reale, neanche anoi è dato elaborare una nuova idea di potere, di politica, didemocrazia.

Ma le donne in genere stazionano dentro il pensiero maschile di cui continuano ad utilizzare gli scellerati meccanismi.La tendenza ad affrontare separatamente i problemi si evince neldibattito in questione che si dipana attorno a temi non comprensibilise decontestualizzati; ad esempio l’afasia del nostro genere vacollocata nell’universale afasia che impedisce a donne e uomini nelmondo di elaborare pensiero atto a muovere razionalmente le azionidella specie (in questo senso bisogna intendere il silenzio: le parolesono mute se non riescono a rivoluzionare l’esistente). Anche laquestione femminile non potrà essere compresa appieno, e quindisuperata, finché non sarà chiaro che è solo la punta di diamante di ungenerale misconoscimento della natura del vivente umano, maschio ofemmina che sia, considerato come tutti gli altri viventi “cosa” tra lecose, puro mezzo per soddisfare bisogni altrui.

Parimenti la divisione delle donne in movimenti, gruppi, associazioni autoreferenziali, tra loro non o poco comunicanti,rispecchia la separatezza endemica nel paesaggio cognitivo maschile el’acquisizione inconscia dell’idea maschile di conflitto comeopposizione escludente – sottolineata peraltro criticamente dalfemminismo – che situa l’altra/o nel ruolo di nemico, impedendoqualsiasi confronto costruttivo. A tal proposito Tiziana Bartoliniscrive: “L’Italia è refrattaria al nuovo. Al massimo è disponibile alnuovismo, pur di non cambiare niente di non mettersi in discussione. Aquesto tratto della nostra ‘antropologia nazionale’ non vengono meno ledonne e neppure il movimento delle donne”.

Io credo che i caratteristici tratti di chiusura e rigidità tipicidella mente maschile inducano tutti gli uomini, non solo italiani, adescludere la diversità e a prevedere al massimo l’omologazione cheproduce la neutralizzazione delle differenze, cosa che il pensieropolitico femminista non ha mancato di osservare, rilevando che non sonopossibili emendamenti. Ciononostante le donne rimangono in genere nell’alveo del pensiero maschilee perciò continuano a rifiutare un salutare confronto, soprattutto conun pensiero come il mio che imprime al cammino della specie una svoltadi 360°. Certo le idee rivoluzionarie sono destabilizzanti, perciòfanno paura, ma se davvero si desidera una società civile e giustabisogna per forza rivoluzionare l’esistente.

Per riannodare i fili di una rivoluzione pericolosamente interrotta, come fa notare Lidia Ravera,per non continuare a girare a vuoto, disperdendo tempo ed energiepreziose, per non continuare a “lamentarsi, risentirsi, portarerancore” inutilmente, dobbiamo porci alcune domande che esigonorisposte rigorose:

- E’possibile realizzare nel mondo gli ideali di giustizia, uguaglianza elibertà se il fine della politica continua ad essere a tutti i livelliquello maschile, cioè il conseguimento del potere?

- Ilraggiungimento di tali nobili ideali non comporta che gli individuiumani in tutta la loro concretezza e diversità occupino il centro e cheil fine politico sia assicurare a ciascuno di loro non solo lasopravvivenza, ma l’evoluzione ed una buona qualità della vita?

- Perfare ciò non occorre cambiare radicalmente il punto di vista politico,trasferendolo dal ristretto campo del bisogno maschile di potere alvivente umano tutto intero (non importa se femmina o maschio) e ai suoibisogni ineludibili in quanto vivente e in quanto umano?

- Perfarne il centro dell’azione politica non è necessaria una visioneaffatto diversa del vivente umano, non più cosa tra le cose, “statua diterra” come diceva Cartesio, puro mezzo per soddisfare bisogni altrui,ma soggetto responsabile della crescita sua e della sua specie, nelrispetto delle altre che rendono possibile la vita sul pianeta?

- Comemai noi donne abbiamo in genere tanta difficoltà a riconoscere diessere il soggetto deputato a tale rivoluzionario cambiamento? Dasempre siamo noi a costruire il vivente umano perciò lo conosciamo;poiché da sempre c
e ne curiamo sappiamo che cosa gli serve per vivereed evolversi.

- Come mai tardiamo ad affermare con determinazione di essere noi l’autorità in materia di viventi?

- Perchémai tardiamo a prendere atto che la guerra senza quartiere dichiaratadagli uomini alla vita in tutto il mondo (basti pensare alle cifreiperboliche destinate agli armamenti a fronte dell’inspiegabilelimitatezza di quelle destinate alla vita ed alle irrazionali uccisionidi donne, bambine/i, ma anche uomini innocenti) rivela una carenza diconoscenze nel campo del vivente dovuta presumibilmente al fatto cheessi non protraggono la vita e non se ne curano?

- Perchéci riesce difficile capire che il disprezzo maschile per i corpiviventi e i loro bisogni, per le donne e le attività di riproduzione edi cura costituisce un serio ostacolo al mantenimento della vita sullaterra?

- Perquale motivo esitiamo a riconoscere che solo una mente capace diabbracciare la vita nella sua reale complessità può governare un mondodi viventi e che questa mente è la nostra?

- Einfine, è davvero così difficile comprendere che fare appelli, scenderein piazza, manifestare e contarci non serve a niente se non saràristabilita la verità e cioè la centralità del soggetto donna?

Dalle risposte a queste domande dipende, io credo, la possibilità disuperare l’inquietante mutismo di donne e uomini e avviare un confrontoserrato e proficuo. Col presente intervento desidero sollecitare unampliamento e approfondimento del dibattito.

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