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Il sindacato è in crisi?

di Corrado Ceglie
da www.aprileonline.info

Dadiversi anni ormai studiosi e ricercatori hanno scritto libri earticoli, hanno compiuto analisi e hanno utilizzato su questo temafiumi di parole. La quasi totalità delle loro conclusioni ha condotto aconsiderare la crisi del sindacato una realtà, che però si èmanifestata in modo difforme in tutti i paesi, non solo europei.Peccato che il dibattito avvenga solo tra gli specialisti e non diventielemento di riflessione e di confronto con l’insieme dei lavoratori acominciare da coloro che sono suoi aderenti

È vero che il sindacato è in crisi? È vero che in questi ultimidecenni il sindacato ha conosciuto e continua a conoscere un lentodeclino? Riesce ancora il sindacato a rappresentare le esigenze cheprovengono dalle odierne condizioni di lavoro? È vero che nel sindacatosi è consumata ogni occasione di reale confronto, di discussione e dipartecipazione alle decisioni?

Tutte domande legittime da porre alle organizzazioni sindacali.  Dadiversi anni ormai studiosi e ricercatori hanno scritto libri earticoli, hanno compiuto analisi e hanno utilizzato su questo temafiumi di parole. La quasi totalità delle loro conclusioni hacondotto a considerare la crisi del sindacato una realtà, che però si èmanifestata in modo difforme in tutti i paesi, non solo europei.

Peccatoche il dibattito avvenga solo tra gli specialisti e non diventielemento di riflessione e di confronto con l’insieme dei lavoratori acominciare da coloro che sono suoi aderenti. I sindacati hannoun’organizzazione fondata sulle federazioni dei vari settori produttivie aspirano quindi alla rappresentanza dell’insieme del mondo dellavoro, perciò questa situazione mostra essere un fondamentale banco diprova.

Ma procediamo con ordine. Il quadro d’insieme che si èvenuto a determinare nel corso di questi ultimi decenni, non solo inItalia, ma in quasi tutti i paesi industrializzati, è stato quello cheha visto radicali trasformazioni del mondo produttivo.

Conl’avvento della cosiddetta società “postindustriale” e della”globalizzazione” si è verificato, infatti, un pericoloso smottamentodelle “sicurezze”, sulle quali si era modellato il sindacato,conseguentemente gli elementi che costituivano gli assi portanti dellasua organizzazione e della sua azione, a partire dalla tutela dellavoro, sono diventati incerti e contraddittori.

Gli ultimi duedecenni del Novecento e l’inizio del Duemila hanno segnato una fortediscontinuità con il passato nella realtà politica, economica esociale. Si tratta di un passaggio verso “l’ignoto”, un salto inavanti, tale da fare apparire come non controllabile l’improvvisomutare delle cose.

L’uscita tumultuosa dal Novecento e l’ingresso,altrettanto concitato, dei primi anni del Duemila, con l’attuale gravecrisi economico-finanziaria, inducono a una riflessione radicalecaratterizzata dalla consapevolezza che tutto non sarà più come prima.

Nonsi tratta di un semplice periodo congiunturale, ma di una vera epropria transizione che intacca profondamente modi di vita,organizzazioni, categorie analitiche e forme di comunicazioneconsolidate nel tempo.

Ciò che impone la realtà è altra cosarispetto a piccoli aggiustamenti, implica invece revisioni e scelteprofondamente diverse nei vari settori della vita organizzata. Ilcuore del cambiamento è nel modello di produzione e di consumo. Si èpassati da un mondo del lavoro uniforme ad uno in cui è alta ladiversificazione delle mansioni e delle professionalità.

I rapporti di lavoro divengono sempre più individualizzanti ed oscillano fra intimidazione e paternalismo.
Collegato a questo fenomeno è quello della diminuzione delle grandi aziende e l’aumento delle piccole e medie imprese.

Glieffetti sul sindacato sono dirompenti in termini di rappresentatività edi tasso di sindacalizzazione. Infatti la diffusione di rapporti dilavoro troppo flessibili crea condizioni generalizzate di instabilitàgiuridica e di ricatto psicologico nei confronti dei lavoratori,soprattutto quelli giovani, che oggi sono del tutto sfavorevoli allascelta individuale di iscriversi al sindacato.

La preoccupanteprecarietà del lavoro e quindi del reddito, rende sempre più difficilee complicato costruirsi serenamente un futuro, poiché sono sempredietro l’angolo piccoli e grandi imprevisti personali e familiari.
Ognipersona è o si sente sola in una corsa quotidiana per sopravvivere.Tutto si privatizza. Tutto viene rimosso in breve tempo dall’opinionepubblica.

Sempre più spesso drammi personali vengono espostidisperatamente all’attenzione dei media: rimanere per giorni su una grudella propria azienda o salire sul tetto di un provveditoratoscolastico. Sembra quasi che si voglia recuperare una partecipazioneche non c’è o è solo momentanea.

Il pubblico inerme e attonito nonriesce più a reagire né a vivere i problemi in modo solidale in quantonon trova una sponda che gli permetta di sintetizzare, in una azionepoliticamente rilevante, il malessere sempre più diffuso.

Queste nuove forme di protesta non esorcizzano il timore di non farcela che rischia di prendere il sopravvento.
Laperdita di sicurezze e la demoralizzazione, che sono stati prodotti daquesta situazione, devono rappresentare per il sindacato un’opportunitàper un deciso cambiamento. È necessaria una forte ripresa diazione, di elaborazione e di interpretazione dei bisogni, ritornandonei luoghi di lavoro: leggere la realtà per rappresentare lacomplessità.

La cultura corrente ha sostituito la persona conl’individuo. La politica e il sindacato dovranno al più prestorecuperare il concetto della distinzione dei ruoli delle persone perchése esse sono uniche e irripetibili, non sono però definibili in séstesse ma solo nella relazione con gli altri. Anche qui procediamo con ordine. (1)

Ritorniamoall’affermazione del sapere leggere la realtà per rappresentare lacomplessità che significa principalmente essere capaci di mettersi alfianco delle diverse necessità, ascoltarle e avere il coraggio diconfrontare le eventuali diverse posizioni senza la pretesa di avere daparte del sindacato le ricette belle e pronte.

E’ necessario trovareil punto in cui si annida il malessere e il disagio, il luogo doveemerge l’asimmetria tra esigenza profonda di protezione del lavoratoree mancate risposte da parte del sindacato. Da qualche tempo, anzida un tempo che è ormai lungo, nel mondo del lavoro tout court o, se sipreferisce, nel mondo dei lavori si ha la netta impressione”dell’inutilità” del sindacato perché incapace di rappresentare lediverse esigenze e di non riuscire a prospettare forme di lotta e diprotesta che siano più realmente efficaci per ottenere risultati.

Percominciare a dipanare la complicata situazione bisogna ricordare che leorganizzazioni di rappresentanza ( ad esempio i sindacati ) possonoessere analizzate, dal punto di vista sociologico, sulla base dellecaratteristiche organizzative e dalla particolare logica d’azione.

Partendoda quest’ultimo aspetto possiamo affermare che i sindacati hanno miratoad assolvere storicamente a tre diversi funzioni strategiche quellatradizionale della rappresentanza politica e tutela degli interessi deilavoratori; quella relativamente più recente volta all’erogazione diservizi e assistenza ai lavoratori; quella più critica tesa allapromozione di politiche economiche, di sviluppo dell’occupazione edella cultura del lavoro.
Quest’ultimo ruolo dell’azione delsindacato è stato ritenuto meno chiaro e immediato, tant’è che ilavoratori in qualche caso non ne hanno compreso il senso .

Tenutoconto di ciò è opportuno chiedersi se i limiti della logica d’azionenon siano anche derivati dal mancato adeguamento della strutturaorganizzativa del sindacato.

Laddove si è intervenuti, come nelcaso dell’istituzione delle RSU nei luoghi di lavoro no
n si èsviluppata una decisa azione di piena “legittimazione” e promozione delruolo di questi organismi.

Le difficoltà del sindacato nel suocomplesso e nelle sue rappresentanze di base hanno origine e derivanoanche dalla mancata capacità di applicazione di una nuova strutturaorganizzativa. E’ possibile individuare, da questo punto di vista,alcuni fattori critici che agli occhi degli osservatori sono preminentie cioè:

1) il parziale cambiamento generazionale;
2) la scarsa formazione del personale;
3) le inefficaci forme di informazione e comunicazione;
4) la non adeguatezza di rappresentanza di fronte al processo di individualizzazione dei rapporti di lavoro.

Perquanto riguarda il cambiamento generazionale emerge una forteresponsabilità del sindacato nel non aver saputo negli anni rinnovarsie far crescere nuove generazioni di rappresentanti dei lavoratori.Nonc’è stata nel corso dell’esperienza delle RSU (Rappresentanze SindacaliUnitarie) una reale e seria politica di formazione dei delegati; mentrenel mondo del lavoro è necessaria una maggiore capacità dirappresentanza e quindi più preparazione e competenza da parte deldelegato.

Per ogni sistema organizzativo è necessario curarel’efficienza della comunicazione che diventa determinante e strategicain un sistema di rappresentanza. Un sistema di comunicazione si mostratanto più efficiente e più efficace in quanto più capace di mettere incondizioni tutti i rappresentati di conoscere, apprezzare e condividerele scelte che vengono operate di volta in volta. Le sedi formali – comele assemblee – sono spesso svuotate di significato. Hanno un sensoquando sono affrontate in modo non retorico e per gruppi di lavoratoripiù piccoli e più specifici. Non viene preso in seria considerazionel’uso delle nuove tecnologie della comunicazione nei luoghi di lavoro.

Infineper correggere la inadeguatezza della rappresentanza bisogna partiredalla costatazione che i lavoratori vivono sentimenti di abbandono,d’isolamento, di precarietà, paura di non farcela, sfiducia provocatadalle imprese in continua riorganizzazione e delocalizzazione. Tutte lesocietà e il mondo ne sono contagiate.
A questo proposito mipreme riferire quello che un sociologo francese D. Linhart pensa aquesto proposito:” Il lavoro moderno comporta l’affrontare da soli leingiunzioni, i compiti, gli obiettivi aziendali. C’è una relativaautonomia, libertà d’iniziativa e responsabilità, ma senza avere lapossibilità reale di pesare né sugli obiettivi, né sui mezzi. Nontrovano nell’organizzazione del lavoro le risorse per reagire alleitmotiv delle ingiunzioni gerarchiche e conciliare gli obiettivi diproduttività e di qualità, né hanno più nei capi la competenza, ladisponibilità, la capacità di coordinamento, che una volta siarticolavano lungo la catena di comando. Devono dare continuamenteprova della loro abilità a inventare soluzioni per sfide nuove. Questesfide eccitano il narcisismo, ma non hanno la riconoscenza necessariaper una nuova mobilitazione”(2).

Emerge un rapporto di lavoroesasperato, competitivo, spersonalizzante specialmente per i giovanialle prime esperienze . Il coinvolgimento al programma di lavoro èstrumentale perché precario e senza alcuna prospettiva. I contrattisono flessibili, di breve durata e non garantiscono una continuità diesperienza e quindi il sentimento prevalente di chi inizia a lavorare èquello della provvisorietà perché ha dinanzi a sé lo spettro continuodella disoccupazione.

“Per i teorizzatori del sindacato soggettoinutile, per chi usa “la nuova relazione ” tra lavoratore e impresa,certo il tema della rappresentanza non esiste più, anzi è un fastidio,ma chi quotidianamente si misura con il tema del lavoro vede invececrescere il bisogno di sindacato,individua limiti e difficoltà e scontal’assenza della politica, l’assenza di un orizzonte, il consumarsi inpoche ore di qualunque tema”(3)

Note:
1. Ho condotto su questitemi, uno studio inedito dal titolo: “La crisi del sindacato e il nododella rappresentanza di base nei luoghi di lavoro” 2008
2. Linhart D., Travailler sans les autres? Le Seuil Parigi 2009
3. Susanna Camusso, Post, in AA.VV. Sinistra senza sinistra, Serie Bianca Feltrinelli, ottobre 2008

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