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Le afghane non sostengono la legge dei talebani

di Daniela Binello
da www.womenews.net

Una domanda che resta priva di una risposta logica. “Caro Dio, perché preferisci mio fratello? Lui è pigro e stupido, a scuola non combina nulla, mentre io m’impegno sia nello studio sia a casa. Come fai a preferire lui?”. Queste non sono le parole di Latifa Sultani, la 23enne afghana di etnia Hazara che abbiamo intervistato, però potrebbero essere la conclusione a cui è giunta la maggior parte delle donne afghane.

L’arretratezza in cui si divincola l’Afghanistan, come un pazzo avviluppato dentro la sua camicia di forza, è dovuta anche all’assenza di una presenza significativa delle donne in tutti i settori della società.
Sono in molti (studiosi e politologi) a ritenere che nel vasto mondo mussulmano, in tutto un miliardo e 300mila persone, saranno le donne il vero motore del cambiamento perché un’altra interpretazione dell’Islam è possibile.
Anche secondo l’ultimo rapporto dell’Undp, l’Agenzia Onu per lo Sviluppo, “l’ascesa delle donne è il requisito fondamentale per un nuovo Rinascimento arabo”.

Le “riformiste islamiche”, lontane anni luce dai modelli del femminismo occidentale che le ha precedute, stanno affilando, con la loro intelligenza, l’arma della parola, cominciando proprio da un’altra interpretazione del Corano.
Rivendicano un ruolo attivo per le donne nella società all’interno della cornice dell’Islam. I loro modelli, infatti, sono Khadija, la prima moglie di Maometto, esperta donna d’affari, e la più giovane Aisha, che insegnava agli uomini la nuova religione al fianco del Profeta. E poi altre, come Fatima, la figlia adorata, e Umm Waraqa, designata guida spirituale della Umma, la comunità dei credenti mussulmani.

Accanto alle studiose del Corano “al femminile” ci sono poi le giuriste, concentrate a lavorare sulla Sharia, la legge islamica codificata nei secoli a favore dei maschi. Tutte queste donne vogliono cambiare l’Islam, senza essere contro l’Islam.
La loro è una battaglia durissima, ma pacifica. Una battaglia che, come sappiamo, miete molte vittime fra le più giovani.

In Afghanistan, però, la situazione è particolarmente drammatica.
Ottenere il permesso del padre e dei fratelli per frequentare le lezioni scolastiche, riuscire a imparare almeno a leggere e scrivere, sfuggire a un matrimonio forzato con un marito picchiatore, sono solo alcuni degli ostacoli, troppo spesso insormontabili, che attendono al varco la donna nel paese degli aquiloni.

Come se già tutto questo non fosse abbastanza insopportabile, nella classifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) l’Afghanistan, secondo solo alla Sierra Leone, svetta in cima alla lista dei 177 Paesi monitorati sulla mortalità femminile a causa del parto o delle sue conseguenze: ogni anno muoiono in Afghanistan almeno 24mila donne per parto e infezioni collegate e si stima che l’87 per cento dei decessi potrebbe essere evitato.

Oltre il 70 per cento delle afghane non riceve assistenza medica durante la gravidanza, il 40 per cento non ha accesso a cure sanitarie e il 48 per cento soffre di una grave carenza di ferro. La sintesi è questa: una afghana su sei muore di parto (fonte Oms 2008: numero di decessi a causa della gravidanza su 100mila nati vivi).

“Siete quasi completamente ignari degli eventi che hanno sconvolto il mio Paese negli ultimi trent’anni – esordisce Latifa Sultani – perché vivete fuori dall’Afghanistan. L’Afghanistan è governato nella maggior parte del suo territorio dal fondamentalismo islamico, rappresentato dai Taliban che sono gruppi di uomini guidati dal Mullah Muhammad Omar.

I Taliban hanno soppresso i diritti delle donne e dei bambini, ma la loro ascesa era stata sostenuta dalla potenze straniere. Nella guerra di resistenza contro i sovietici, inoltre, abbiamo avuto oltre due milioni di afghani uccisi e un altro milione e mezzo di persone sono rimaste mutilate per le conseguenze della guerra. Quasi cinque milioni di afghani, poi, sono stati costretti a rifugiarsi nei campi profughi in Iran e Pakistan”.

Il periodo più atroce per le donne afghane è stato senza dubbio quello intercorso dal 1996 al 2001, sotto il governo talebano.
“Alle donne – continua la giovane – era proibito uscire di casa senza un uomo della famiglia che le accompagnasse, era perciÚ impedito loro di lavorare e studiare. Siamo state trattate come bestie, controllate in tutto e per tutto, ricoperte in pubblico con il burqa e punite duramente a ogni minimo sospetto circa un nostro presunto comportamento sguaiato, il che ci impediva perfino di ridere o canticchiare un motivetto, benchÈ fossimo solo delle ragazzine innocenti”.

Tutti sanno che i Taliban facevano eseguire la lapidazione delle donne accusate di blasfemia o di tradimento del consorte nello stadio di Kabul ed episodicamente persino la stampa internazionale ha potuto filmare queste “sacre” esecuzioni nel nome di Allah.

“Dalla caduta del regime talebano, alla fine del 2001 – prosegue Latifa –, molte persone sono d’accordo sul fatto che la posizione politica e culturale delle afghane sia migliorata. La nostra recente Costituzione afferma inequivocabilmente che gli uomini e le donne hanno pari diritti di fronte alla legge ed in effetti sono parecchie le donne che hanno ottenuto posti di rilievo, anche in Parlamento.
Nonostante ciò, l’obbligo di attenersi a determinate regole assai restrittive per le donne non è cambiato. La repressione delle afghane è ancora prevalente e a milioni di ragazze viene ancora negato il diritto all’istruzione di base”.

In vaste aree del Paese le donne vivono come delle recluse nella parte della casa a loro riservata. I vetri delle finestre delle loro stanze sono dipinti di nero affinché non possano vedere il mondo esterno, è loro vietato uscire da sole e siccome gli uomini ritengono che le donne siano adatte soltanto per il lavoro domestico e per gli obblighi del matrimonio, per questi uomini è del tutto normale punirle a bastonate ogni qualvolta, secondo loro, se lo siano meritato.

Ecco perché in Afghanistan tre o quattro ragazze alla settimana si cospargono di gasolio per mettere fine a una sofferenza esistenziale lacerante, quando non vengono barbaramente uccise dai congiunti per essersi ribellate alle imposizioni.

In questo Afghanistan la forza militare multinazionale che sotto l’egida dell’Onu opera attraverso la Nato è presente (in maniera non omogenea) dagli inizi del 2002, con le avanguardie dei soldati americani e britannici che alla fine del 2001 hanno coadiuvato alcune milizie afghane a cacciare i Taliban che governavano il Paese.

In questo Afghanistan 55mila vedove abbandonate dai loro parenti e prive di reddito vivono per strada, chiedendo l’elemosina, costrette anche a prostituirsi, dopo aver dovuto abbandonare i figli negli orfanotrofi.

In questo Afghanistan le truppe straniere hanno già perduto oltre 1.500 giovani (l’Italia ha sacrificato 21 soldati), a fronte di un numero di vittime civili fra gli afghani che si stima sia di decine e decine di migliaia, mentre non si conosce il numero effettivo di Taliban eliminati anche perché, sotto un altro aspetto, la talebanizzazione dell’Afghanistan fluisce e rifluisce con nuovo impeto a seconda dei momenti e, di certo, le ultime elezioni presidenziali dell’agosto 2009, con i brogli e un crescente disagio nella popolazione, stanno favorendo il passaggio da uno all’altro schieramento. _ Cioé, dai “buoni” ai “cattivi” e viceversa.

Secondo il generale americano Stanley McChrystal, comandante delle forze Nato in Afghanistan, ci vorrebbero altri 40mila militari?
L’Italia, come altri Paesi, non ha un solo soldato in più da aggiungere alle operazioni (i militari italiani della missione Isaf-Nato sono già circa 3mila), ma del resto la sgradevole s
ensazione è che l’incremento di soldati serva solamente a proteggere quelli che già ci sono.

Esiste un’altra strategia per l’Afghanistan? Se lo é chiesto il presidente Obama con tutti quelli che hanno maturato il ragionevole dubbio che su questa missione pesi in maniera sempre più palese il bollo del fallimento.
“I fondamentalisti al potere in Afghanistan – spiega Latifa – si celano dietro il credo dell’islamismo per giustificare la totale assenza di diritti per le donne, ma attribuire al Corano questa disparità di trattamento fra esseri umani è profondamente scandaloso.
Eppure nel marzo del 2009 é stata approvata dal Parlamento afghano, e firmata dal presidente Hamid Karzai, una nuova legge per la Riforma del Diritto di Famiglia degli sciiti, che è la corrente religiosa mussulmana di minoranza nel mio Paese.
Questa legge, ormai entrata in vigore nonostante le proteste di moltissime organizzazioni per la difesa dei diritti umani e di alcuni Stati occidentali, legalizza lo stupro coniugale, cioé autorizza il marito a fare sesso con la propria consorte a suo piacimento, indicando perfino nel numero di quattro volte alla settimana questo diritto unidirezionale.
Inoltre, le afghane sciite non possono uscire di casa senza il permesso del marito o del padre, non possono chiedere il divorzio mentre possono essere ripudiate dal marito, rimanendo completamente prive di risorse e persino della tutela sui loro figli. Inutile dire che questa Riforma del Diritto di Famiglia è un ulteriore durissimo colpo per i diritti delle donne afghane, sebbene sia stata studiata per quelle appartenenti alla comunità sciita”.

Le pressioni dei capi sciiti in Afghanistan sul presidente Karzai, il quale firmando la legge in anticipo sulla data delle elezioni presidenziali si è conquistato il loro voto, erano sottese a far riconoscere al credo sciita una maggiore dignità rispetto a prima, ma tutto ciò è avvenuto sotto gli occhi della forza multinazionale in Afghanistan che ha chiuso, su questo argomento, perfino le orecchie, poiché ubi maior minor cessat ed in un contesto di attacchi quotidiani contro le truppe la difesa delle donne afghane e dei loro diritti è l’ultima cosa a cui a qualcuno verrebbe in mente di pensare.
Ma, è lecito chiedersi, non dovevamo portare un esempio di democrazia in Afghanistan e la presenza occidentale stessa non trova le sue ragioni nell’esigenza di pacificare il Paese e riportarlo sulla buona strada?
Che cosa rispondere, da parte nostra, all’appello di Latifa Sultani?

“Sono una ragazza afghana – conclude -, rappresento una nuova generazione di donne mussulmane. Ora, anche grazie a voi, le donne stanno diventando consapevoli dei loro diritti. Le afghane non sostengono la legge dei talebani. Aiutateci a portare la giustizia e l’uguaglianza nella nostra vita quotidiana. Aiutateci a mettere al bando la discriminazione e la violenza contro di noi. Noi siamo già le vostre migliori alleate”.

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